È ovunque. Tronfio e tracotante. Dopo anni di quasi oblio, il tiranno dei Gulag e di quasi 20 milioni di morti è tornato a stagliarsi nei cortili dei musei, sulle mura della metropolitana o nei negozi di souvenir. Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, in arte Stalin, “Uomo d’acciaio”, non è più tabù. Nella città di Nikolsk lunedì è apparso un suo busto accanto al monumento al suo predecessore Vladimir Lenin, dirimpetto a una scuola secondaria. Un’iniziativa «degli esponenti della generazione più anziana», ha tenuto a precisare il sindaco con un certo pudore, ma anche con «rispetto per il diritto dei cittadini a perpetuare la memoria storica». È il terzo monumento eretto nella regione di Vologda, a Nord di Mosca, dopo il busto installato in maggio davanti al museo di storia locale di Kaduj e alla statua inaugurata lo scorso dicembre nel capoluogo dal governatore Georgij Filimonov, incurante delle petizioni dei cittadini contrari.
In totale sono oramai oltre 120 i monumenti intitolati a…
È ovunque. Tronfio e tracotante. Dopo anni di quasi oblio, il tiranno dei Gulag e di quasi 20 milioni di morti è tornato a stagliarsi nei cortili dei musei, sulle mura della metropolitana o nei negozi di souvenir. Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, in arte Stalin, “Uomo d’acciaio”, non è più tabù. Nella città di Nikolsk lunedì è apparso un suo busto accanto al monumento al suo predecessore Vladimir Lenin, dirimpetto a una scuola secondaria. Un’iniziativa «degli esponenti della generazione più anziana», ha tenuto a precisare il sindaco con un certo pudore, ma anche con «rispetto per il diritto dei cittadini a perpetuare la memoria storica». È il terzo monumento eretto nella regione di Vologda, a Nord di Mosca, dopo il busto installato in maggio davanti al museo di storia locale di Kaduj e alla statua inaugurata lo scorso dicembre nel capoluogo dal governatore Georgij Filimonov, incurante delle petizioni dei cittadini contrari.
In totale sono oramai oltre 120 i monumenti intitolati a Stalin nella Federazione Russa. E dire che 25 anni fa, quando salì al potere Vladimir Putin, se ne contavano soltanto una decina, per metà vestigia sovietiche sopravvissute alla “destalinizzazione” voluta da Nikita Krusciov dopo la sua dura requisitoria del Grande Terrore al Congresso del Pcus del 1956. Le inaugurazioni sono raddoppiate dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbass nel 2014 e si sono moltiplicate negli ultimi tre anni di cosiddetta “Operazione militare speciale” in Ucraina. Non è un caso. Per Putin che spesso paragona l’offensiva per “denazificare” Kiev alla Seconda guerra mondiale, Stalin è il Generalissimo che portò il Paese alla vittoria sul Terzo Reich e a una grandezza senza precedenti. Un modello più edificante del suo rivoluzionario omonimo, Vladimir Lenin, che a suo dire, non inglobando le altre Repubbliche socialiste nella Federazione russa, piantò «una bomba atomica a orologeria sotto l’edificio chiamato Russia» e rese possibile il crollo dell’Urss, per lui «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo».
Per molti anni l’opera di riabilitazione putiniana del “piccolo padre” dell’Urss, come amava farsi chiamare Stalin, è stata discreta. I busti erano spesso eretti su iniziativa di nostalgici comunisti o confinati all’interno di musei o proprietà private. Ma negli ultimi anni è stato abbandonato ogni riguardo: nel 2023 un busto di Stalin è comparso a Mednoe, regione di Tver, proprio davanti al cimitero dove riposano le vittime della sua repressione e lo scorso maggio è stata persino ripristinata la sua figura intera nella stazione Taganskaja della metropolitana di Mosca nel bassorilievo “La gratitudine del popolo al leader-condottiero” che era stato smantellato 60 anni fa. Ed è per volere dello stesso Putin che il nome Stalingrado è tornato nell’aeroporto della città oggi chiamata Volgograd.
Non stupisce perciò che, secondo un sondaggio di giugno dell’istituto indipendente Levada, per il 42% dei russi, il 18% in più rispetto al dicembre 1991, Stalin sia «la persona più eminente di tutti i tempi e di tutti i popoli», seguito da Putin e Lenin. Non tutti però sono d’accordo. In Baschiria, Sud degli Urali, nel villaggio di Amirovo, nel fine settimana un gruppo di attivisti ha imbrattato di vernice rossa un monumento eretto all’inizio di maggio nonostante le proteste locali. «La Baschiria non è un luogo adatto per monumenti ai tiranni e ai carnefici che hanno oppresso il nostro popolo! Più di 50mila rappresentanti del nostro popolo sono stati vittime delle repressioni staliniane. Oltre a noi, anche i Tatari, i Ciuvasci e persino gli stessi russi hanno seguito questa strada». Qualcuno ancora, nonostante tutto, se ne ricorda.