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Un giorno nella vita di Mohammed Oda a Gaza, a caccia di cibo tra spari e miseria

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Padre di 7 figli, ogni mattina si mette in cerca di alimenti: prima l’acqua, poi la farina rimediata al mercato nero. E di notte rischia la vita andando di nascosto ai centri della Ghf
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GERUSALEMME – C’è solo una cosa che spaventa Mohammed Oda più delle bombe di Israele. La fame. Non avere niente da dare ai suoi sette figli. Vederli dimagrire è insopportabile, quegli sguardi imploranti sono una lama conficcata nel suo fianco di padre. Nader, il primogenito, ha 27 anni, lui se la cava da solo, ma gli altri sei? Hassan, 11 anni, è il più piccolo e il più macilento. Mangia poco, non va a scuola, gli è stata rubata l’adolescenza. Non può finire così. Alzarsi e andare a caccia di cibo, ecco il da farsi. Forse toccherà arrivare ai centri, dove gli affamati vengono ammazzati.

Una giornata nella vita di Mohammed Oda, uguale a quella di centinaia di migliaia di gazawi. Una giornata che da mesi comincia sempre nello stesso modo, con un pensiero: spingere la fame qualche ora più in là, spegnere la sete, almeno fino a domani. Una missione per sé, che prima della guerra pesava 115 chili e ora 78, ma soprattutto per la sua numerosa famiglia. Consumano un pasto al giorno, uno e me…

GERUSALEMME – C’è solo una cosa che spaventa Mohammed Oda più delle bombe di Israele. La fame. Non avere niente da dare ai suoi sette figli. Vederli dimagrire è insopportabile, quegli sguardi imploranti sono una lama conficcata nel suo fianco di padre. Nader, il primogenito, ha 27 anni, lui se la cava da solo, ma gli altri sei? Hassan, 11 anni, è il più piccolo e il più macilento. Mangia poco, non va a scuola, gli è stata rubata l’adolescenza. Non può finire così. Alzarsi e andare a caccia di cibo, ecco il da farsi. Forse toccherà arrivare ai centri, dove gli affamati vengono ammazzati.

Una giornata nella vita di Mohammed Oda, uguale a quella di centinaia di migliaia di gazawi. Una giornata che da mesi comincia sempre nello stesso modo, con un pensiero: spingere la fame qualche ora più in là, spegnere la sete, almeno fino a domani. Una missione per sé, che prima della guerra pesava 115 chili e ora 78, ma soprattutto per la sua numerosa famiglia. Consumano un pasto al giorno, uno e mezzo quando va bene. «Se hai l’acqua vivi, altrimenti muori», è il primo comandamento del suo manuale di sopravvivenza.

Mohammed Oda ha 50 anni. A Gaza faceva il poliziotto per l’Autorità nazionale palestinese, prima che Hamas nel 2007 si prendesse tutta la Striscia. Con il conflitto il salario si è ridotto del 30 per cento e comunque non lo riceve: le banche sono chiuse. Viveva a Jabalia. Già sette volte è dovuto sfollare, da una tenda all’altra fino a quando, lo scorso marzo, ha trovato un negozio vuoto nella Torre Italiana, edificio di 17 piani a Gaza City distrutto nel 2014, ricostruito con i fondi della cooperazione italiana e poi di nuovo bombardato. La sua casa, ora, è un locale di 4 metri per 10, con i materassi sul pavimento. «Temo che il proprietario venga a chiedermi l’affitto, come stanno facendo per gli altri negozi».

Per l’acqua si sveglia all’alba. «Mi alzo presto per arrivare prima degli altri all’autobotte dell’Unicef, l’unico modo per avere acqua potabile». Mohammed Oda fa il volontario, gestisce la fila degli assetati. «Urlo a chi prova a infilarsi, spesso lo fanno i ragazzini. Dopo mezz’ora, l’autobotte dell’Unicef è svuotata».

Si è reinventato fornaio. In una tenda lercia fatta di stracci e detriti, davanti alla Torre Italiana, ha sistemato un vecchio forno di ferro e si è messo a cuocere focacce. Non per sé, per gli altri. Per chi ha la farina. Chiede uno shekel ogni tre pani. «Ci lavoro insieme a mia moglie Zarifa. La tenda è sporca, fa caldissimo. Agli impasti di farina e acqua aggiungiamo delle gocce di olio e timo per fare il manaqish, una specie di manaqish, diciamo. Racimolo 30 shekel al giorno (7,5 euro, ndr)». Non bastano. Un chilo di legna in giro lo fanno pagare 7 shekel. «Non è nemmeno vero legno, sono pezzi di mobili, bruciano troppo rapidamente. Quando rimango senza legna, o non ho i soldi per comprare i gambi dei tavolini che vado a prendere col carretto, nel forno brucio gli stracci e le bottiglie di plastica».

La tenda, all’ora dell’unico pasto, è un consultorio di superstiti. Tre sono gli argomenti fissi. «Chi è morto, quando fanno la tregua e dove si trova da mangiare». Sostiene Mohammed Oda, parlando con i clienti: «Andare ai centri della fondazione americana è un suicidio, dovresti prima fare l’addestramento militare e lasciare il cuore a casa». I suoi figli non vogliono che lui vada a rischiare la pelle sulla via della fame, avventurandosi fino al sito di Netzarim.

Per ricaricare il telefonino talvolta dà 5 shekel a un tizio che ha un pannello solare per l’energia elettrica. Accade raramente, i morsi allo stomaco non consentono sperperi. Con ciò che gli rimane dei 30 shekel quotidiani, quando gli rimane qualcosa, compra le lenticchie, la pasta, il riso e le scatolette di cibo. «Al mercato nero, dove sennò?».

A Gaza funziona così: chi mette le mani sugli aiuti umanitari, assaltando i camion o minacciando l’autista, rivende quel che ha trovato per acquistare quel che gli manca. «Prima lo facevano solo i farabutti, adesso anche le persone rispettabili». Pure il cibo distribuito dalla controversa Gaza Humanitarian Foundation (Ghf) è merce di scambio. «Contrattazioni disperate che si fanno per strada, si baratta zucchero per dei pannolini o per le medicine per i bambini». È un sistema che a lui, tutto sommato, non dispiace, perché al mercato nero non deve strisciare per schivare i proiettili. E però, in cuor suo, Mohammed Oda sa che tutto questo non è sufficiente a sfamare sette figli, una moglie e se stesso.

La notizia giunge al tramonto, mercoledì 2 luglio: i camion con la farina arriveranno a Netzarim, a uno dei quattro centri della Ghf. Gliel’ha detto il suo vicino, che è stato chiamato al telefono da uno degli autisti.

Il posto dista 7 chilometri dalla Torre Italiana. Mohammed Oda indossa lo zaino, con dentro solo una bottiglia d’acqua. Sarà una lunga e pericolosa camminata. Non certo solitaria: notizie così fanno presto a diffondersi. Dopo mezz’ora a piedi, nel marasma, trova un passaggio su un carretto trainato da un asino: si è accordato, litigando, per 5 shekel.

«Facciamo la via della costa, l’unica percorribile verso sud. Era piena di hotel, ristoranti, caffè, ora solo tende, polvere e puzza di fogna. Tanti stanno già tornando indietro a mani vuote». Alle 11 di sera si sparge la voce che la farina non c’è, poi invece dicono che è arrivata. E, con essa, sono arrivate le raffiche di fucile.

Mohammed Oda è a circa un chilometro. «Nella folla sento dire che sono stati uccise sei persone dai soldati israeliani. Se ci sono vittime allora c’è anche la farina, vado avanti». È una speranza folle che dura poco. «All’improvviso tutti si sono messi a correre verso di me, in direzione contraria al centro, qualcuno è coperto di farina, chi ha le buste bianche in mano è protetto dagli amici per evitare di essere saccheggiato. Troppa gente, troppe spinte, troppe pallottole, non ce la faccio...».

La mattina seguente si sveglia pensando alla fame. Litiga con suo figlio Nader, che gli aveva proibito di avvicinarsi a Netzarim. Ma Mohammed Oda sa già che, appena porteranno la farina, ci tornerà.

(ha collaborato Sami Abu Salem)

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