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I coniugi Tikhanovskij: “Cinque anni di torture. Ora lottiamo insieme per una Bielorussia libera”

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Intervista con l’ex detenuto politico Sergej, liberato due settimane fa, e con la moglie e leader eletta in esilio Svetlana Tikhanovskaja: “Non bisogna allentare le sanzioni contro Aleksandr Lukashenko finché non scarcererà tutti i prigionieri e cesserà la repressione”
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La figlia novenne e il figlio quindicenne lì per lì non lo avevano riconosciuto, rasato e ossuto com’è. Nel maggio 2020, quando fu arrestato per aver lanciato la “rivolta delle ciabatte” per “schiacciare lo scarafaggio” Aleksandr Lukashenko che allora governava la Bielorussia già da un quarto di secolo, era robusto e barbuto. In cinque anni di carcere, in totale isolamento, privato di cure e cibato a malapena, il 46enne Sergej Tikhanovskij ha perso 58 chili. «Ma sono pronto a lottare per una Bielorussia libera e democratica», dice a Repubblica in videocollegamento da Vilnius a due settimane dal suo rilascio a sorpresa.

Al suo fianco c’è la moglie Svetlana Tikhanovskaja, l’ex insegnante d’inglese oggi leader eletta costretta all’esilio: nel 2020 si candidò alle presidenziali al posto suo contro Lukashenko che le rubò la vittoria e represse le rivolte nel sangue. Oggi marito e moglie non smettono di scambiarsi sguardi e di annuire l’un l’altro quando, a più riprese, invitano l’Occidente…

La figlia novenne e il figlio quindicenne lì per lì non lo avevano riconosciuto, rasato e ossuto com’è. Nel maggio 2020, quando fu arrestato per aver lanciato la “rivolta delle ciabatte” per “schiacciare lo scarafaggio” Aleksandr Lukashenko che allora governava la Bielorussia già da un quarto di secolo, era robusto e barbuto. In cinque anni di carcere, in totale isolamento, privato di cure e cibato a malapena, il 46enne Sergej Tikhanovskij ha perso 58 chili. «Ma sono pronto a lottare per una Bielorussia libera e democratica», dice a Repubblica in videocollegamento da Vilnius a due settimane dal suo rilascio a sorpresa.

Al suo fianco c’è la moglie Svetlana Tikhanovskaja, l’ex insegnante d’inglese oggi leader eletta costretta all’esilio: nel 2020 si candidò alle presidenziali al posto suo contro Lukashenko che le rubò la vittoria e represse le rivolte nel sangue. Oggi marito e moglie non smettono di scambiarsi sguardi e di annuire l’un l’altro quando, a più riprese, invitano l’Occidente a «non allentare la pressione contro il regime».

Tikhanovskij, quant’è stata dura la sua prigionia in totale isolamento, nel cosiddetto stato “incommunicado”?

Sergej Tikhanovskij: «È stata una vera e propria tortura, una tortura psicologica. Anche per Svetlana che si chiedeva costantemente se fossi vivo o morto. Non potevo ricevere o spedire lettere, vedere i miei avvocati o un prete, fare telefonate, comprare beni di prima necessità: spazzolino, dentifricio, sapone... Alla mia condanna politica a 18 anni hanno aggiunto 18 mesi e i carcerieri continuavano a dirmi che mi avrebbero inflitto pene all’infinito. “Non uscirai mai. Creperai qui”. Non mi pestavano perché capivano che, se mi fosse successo qualcosa, le sanzioni non sarebbero mai state revocate. Ma altri detenuti politici, ad esempio Viktor Babariko, non solo sono maltrattati o umiliati, ma anche picchiati. Va poi detto che le carceri bielorusse sono residui dell’Urss: i detenuti sono rinchiusi come bestiame, in cento in una baracca. Nella mia cella l’acqua del rubinetto era nera come il fondo del caffè».

Ora la libertà ha il prezzo amaro dell’esilio forzato…

Sergej Tikhanovskij: «Non ho avuto scelta. Le guardie carcerarie ci hanno prelevato, ammanettato, messo dei sacchi neri in testa e fatti salire a bordo di un bus. Non avevamo idea di dove ci stessero portando finché non ci hanno buttato fuori dal confine e detto che eravamo liberi sotto la protezione degli Usa. Di fatto è stata una deportazione. Nessuno ci ha detto o chiesto nulla. La maggior parte di noi pensava che ci stessero per giustiziare. Anche perché, in passato, Lukashenko i suoi avversari politici li eliminava così: l’ex ministro Zakharenko, il presidente della Commissione elettorale Gonchar, l’imprenditore Krasovskij, il giornalista Zavadskij. Li sequestravano per strada, sparavano loro alla nuca e ne seppellivano i corpi. Sparivano senza lasciare tracce. Nessuno indagava. Ora il regime non ammazza più, non così. Ammazza nelle carceri: se muore qualcuno è perché era “debole di salute”. In prigione muoiono in tanti».

Sono ancora almeno 1.200 i detenuti politici. Che cosa si può fare per loro prima che sia troppo tardi?

Svetlana Tikhanovskaja: «Non bisogna dimenticarsene. Lukashenko non fa che sognare, anche la notte, che si smetta di parlarne. In quasi tutti i Paesi europei c’è un gruppo parlamentare “Per la Bielorussia democratica”. Anche in Italia e anzi ne vorrei approfittare per ringraziare la premier Meloni, il ministro degli Esteri Tajani, i parlamentari Terzi, Sensi, Quartapelle, Della Vedova e Bergamini, tutti grandi amici della Bielorussia. E gli italiani tutti che un tempo accolsero i nostri bambini dopo il disastro di Chernobyl e oggi si battono per una Bielorussia libera. Oggi invitiamo i politici a diventare “padrini” o “madrine” di un detenuto politico bielorusso. Soltanto così si attira l’attenzione sul loro destino».

Sergej Tikhanovskij: «Vorrei ricordare Artjom Sakov, condannato a 16 anni di carcere duro senza imputazioni, soltanto con l’accusa di essere “un cameraman di Tikhanovskij”. Sedici anni soltanto per aver collaborato con me!».

Da metà 2024 Lukashenko ha rilasciato 300 detenuti politici. Tenta di ricucire con l’Occidente?

Svetlana Tikhanovskaja: «Per ogni detenuto che rilascia, ne sbatte in carcere due. Le scarcerazioni non sono frutto della sua buona volontà, ma il risultato della posizione univoca e coerente dei nostri alleati, delle sanzioni dei governi e del sostegno delle società democratiche. Lukashenko sa di essere debole. I bielorussi non lo sostengono e per l’Occidente è un criminale di guerra. Indossa una maschera per fingersi più umano, ma recita. Spera così di convincere l’Occidente ad andargli incontro. Scende a compromessi per trovar spazio nelle trattative sull’Ucraina».

Sergej Tikhanovskij: «Non bisogna illudersi. Il regime continua a tappare le bocche con intimidazioni e galera. È così dal 1996. Anche se il terrore non era ma stato a questi livelli. Non bisogna allentare la presa finché la repressione non cesserà».

Come si può scongiurare il rischio di legittimare Lukashenko?

Sergej Tikhanovskij: «Primo: non revocare le sanzioni. Secondo: minacciarne di nuove se Lukashenko non rilascerà tutti i detenuti politici e non fermerà la repressione. Non bisogna dargli nulla in cambio».

Svetlana Tikhanovskaja: «Bisogna pensare non soltanto alla crisi umanitaria, ma anche alla sicurezza regionale. Senza una Bielorussia indipendente e sovrana, non ci sarà sicurezza nella regione. Perciò chiediamo ai nostri partner occidentali di garantire all’Ucraina tutte le risorse di cui ha bisogno per sconfiggere la Russia. La vittoria di Kiev darà una nuova finestra di opportunità alla Bielorussia e ad altri Paesi dello spazio post-sovietico: Moldavia, Georgia, Armenia... È fondamentale perché ci sia un cambiamento».

Il 3 luglio la Bielorussia ha celebrato il Giorno dell’indipendenza, ma ormai è uno Stato vassallo di Mosca…

Svetlana Tikhanovskaja: «Finché Lukashenko manterrà il potere di cui si è appropriato illegalmente, opererà non nell’interesse dei bielorussi, ma di Vladimir Putin. Sta svendendo la sovranità e integrità territoriale del nostro Paese in cambio del sostegno economico e politico russo. Pur di preservare il potere, è pronto a sacrificare gli interessi dei suoi cittadini per obbedire al padrone russo, lasciare che le truppe russe scorrazzino sul suo territorio e ricattino i Paesi occidentali».

Sergej Tikhanovskij: «Le aziende bielorusse alimentano la macchina bellica di Putin. Persino i detenuti sono costretti a cucire le uniformi dei soldati russi».

Tikhanovskij, ora che è libero, lotterà al fianco di Svetlana?

Sergej Tikhanovskij: «Non rivendico la sua leadership. Penso che il mio slancio non farà che rafforzare il suo ruolo e ispirare i bielorussi. Lotterò per unire e consolidare il nostro popolo perché la Bielorussia diventi il prima possibile libera e democratica».

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