NEW YORK – “Oscena”. Jody Williams non l’ha presa bene, l’iniziativa del premier israeliano Netanyahu di ingraziarsi il presidente americano Donald Trump, candidandolo al premio Nobel per la pace. Dopo averlo vinto lei nel 1997 per la sua campagna a favore del bando delle mine anti–uomo, l’attivista del Vermont non ha apprezzato di essere stata messa in compagnia di due leader che considera responsabili di un “genocidio”, ossia la guerra a Gaza. E non accetta l’uso politico di un premio che era stato pensato da Alfred Nobel con l’obiettivo di riconoscere l’operato di chi “avrà svolto il lavoro più importante o migliore per la fratellanza tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione degli eserciti permanenti e per la tenuta e la promozione di congressi di pace”.
Una definizione che non si adatta alla perfezione alla figura del presidente che sta provocando una guerra commerciale globale attraverso la fissazione per i dazi, ha aumentato il già enorme bilancio del Pentagono, ha impos…
NEW YORK – “Oscena”. Jody Williams non l’ha presa bene, l’iniziativa del premier israeliano Netanyahu di ingraziarsi il presidente americano Donald Trump, candidandolo al premio Nobel per la pace. Dopo averlo vinto lei nel 1997 per la sua campagna a favore del bando delle mine anti–uomo, l’attivista del Vermont non ha apprezzato di essere stata messa in compagnia di due leader che considera responsabili di un “genocidio”, ossia la guerra a Gaza. E non accetta l’uso politico di un premio che era stato pensato da Alfred Nobel con l’obiettivo di riconoscere l’operato di chi “avrà svolto il lavoro più importante o migliore per la fratellanza tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione degli eserciti permanenti e per la tenuta e la promozione di congressi di pace”.
Una definizione che non si adatta alla perfezione alla figura del presidente che sta provocando una guerra commerciale globale attraverso la fissazione per i dazi, ha aumentato il già enorme bilancio del Pentagono, ha imposto agli alleati della Nato di far salire al 5% del Pil gli investimenti nella difesa, e almeno finora non ha mantenuto la promessa di mettere fine in 24 ore alla guerra in Ucraina, o quella a Gaza, bombardando invece il programma nucleare dell’Iran.
Naturalmente è possibile concordare con le scelte politiche di Trump, per chi le condividesse, ma sarebbe difficile farle coincidere con le qualità e le opere richieste ad un Nobel per la pace, anche se i suoi sostenitori lamentano il fatto che il predecessore Obama lo abbia ricevuto prima ancora di poter realizzare alcuna delle sue promesse.
Secondo Williams, però, la provocazione di Netanyahu è troppo sfacciata per accettarla in silenzio: «Quindi — spiega a Repubblica — il primo ministro genocida di Israele nomina il presidente degli Stati Uniti, che gli sta fornendo le armi per condurre il suo genocidio, alla candidatura del premio Nobel per la pace?».
L’attivista della campagna contro le mine anti-uomo si risponde da sola, con un misto di sarcasmo e rabbia: «È un po’ ironico, non vi pare? Oppure no, qualcos’altro: è osceno».
Williams non vuole aggiungere altro, perché «penso che questo sia tutto quanto ho da dire riguardo una simile sciocchezza». A parte una riflessione importante: «Il Nobel è un premio che era stato sinceramente istituito per favorire la pace. È triste che venga sfruttato e manipolato in questo modo, per motivazioni politiche che vanno nella direzione esattamente opposta alla sua ragione di esistere».