ROMA – Raccontano fonti di una delegazione europea che a un certo punto, in un angolo della ciclopica “Nuvola” di Fuksas, Keith Kellogg abbia pure sfoderato il cellulare, che trilla di continuo. «Trump mi chiama anche alle tre di notte!». E fino all’altro ieri, prima di imbarcarsi per Roma, «ero con lui», dentro lo studio ovale.
Messaggio chiaro: il mandato dell’inviato speciale della Casa bianca sarebbe pieno. Nonostante la ritrosia di Mosca a riconoscerlo come mediatore (la propaganda russa l’ha più volte bersagliato, per via della figlia, vicina a un ente umanitario pro Kiev). E nonostante lo scetticismo di diverse cancellerie, vista l’imprevedibilità del suo principale, The Donald. Ma il senso della trasferta del generale americano, presenza caldeggiatissima da Giorgia Meloni, è proprio questo. Far capire agli europei che «Trump sostiene l’Ucraina».
Un impegno che durerà «fino a quando sarà necessario». Concetti ribaditi nel faccia a faccia con la premier italiana. Certifichereb…
ROMA – Raccontano fonti di una delegazione europea che a un certo punto, in un angolo della ciclopica “Nuvola” di Fuksas, Keith Kellogg abbia pure sfoderato il cellulare, che trilla di continuo. «Trump mi chiama anche alle tre di notte!». E fino all’altro ieri, prima di imbarcarsi per Roma, «ero con lui», dentro lo studio ovale.
Messaggio chiaro: il mandato dell’inviato speciale della Casa bianca sarebbe pieno. Nonostante la ritrosia di Mosca a riconoscerlo come mediatore (la propaganda russa l’ha più volte bersagliato, per via della figlia, vicina a un ente umanitario pro Kiev). E nonostante lo scetticismo di diverse cancellerie, vista l’imprevedibilità del suo principale, The Donald. Ma il senso della trasferta del generale americano, presenza caldeggiatissima da Giorgia Meloni, è proprio questo. Far capire agli europei che «Trump sostiene l’Ucraina».
Un impegno che durerà «fino a quando sarà necessario». Concetti ribaditi nel faccia a faccia con la premier italiana. Certificherebbero il cambio di fase dell’amministrazione Usa. Kellogg, nei colloqui romani, si mostra convinto: la guerra non riguarda solo l’Europa, è in atto un «confronto globale» tra potenze e Washington non può certo sfilarsi. Anche i “Maga” più rigidi si starebbero convincendo. Si vedrà.
Certo Meloni ha tutto l’interesse a rimarcare il coinvolgimento dell’americano, bollino sull’«unità dell’Occidente, che è fondamentale». Kellogg non ha i galloni di un ministro, ma la sua partecipazione alla call dei volenterosi, nel pomeriggio, è una «prima volta» per gli Usa. La premier si collega al summit con Kellogg di fianco, insieme a von der Leyen e agli altri leader Ue presenti a Roma, mentre Keir Starmer ed Emmanuel Macron appaiano in video da Londra. Meloni resta un po’ spiazzata dal fatto che il duo franco-britannico rilanci il progetto (che non condivide) di soldati europei in Ucraina dopo un cessate il fuoco, ma stavolta evita d’intervenire. Per non incrinare l’unità appena declamata. Anzi, mette a verbale nel discorso ai volenterosi: «Contate sull’Italia a 360 gradi».
Nelle sale dell’Eur, la premier riceve altri due esponenti Usa: il senatore repubblicano Lindsey Graham e il democratico Richard Blumenthal. Graham è l’autore della proposta di sanzioni draconiane alla Russia, che coinvolgerebbero anche soggetti terzi che hanno fatto affari con Mosca. Un pacchetto ancora da approvare, a Washington. Che Meloni condivide, tanto da chiedere pubblicamente di «non consentire che della ricostruzione» dell’Ucraina «possano beneficiare le entità che hanno contribuito a finanziare la macchina da guerra russa». Una simile restrizione potrebbe interessare anche società italiane. Ma per Meloni è l’ora della massima deterrenza. «E nessuno come gli Usa - ragiona in privato - può premere» su Putin. È Trump il vero «game changer».
Per accelerare sul negoziato, insiste Meloni in pubblico, «l’unica strada è aumentare la pressione» su Mosca. Sanzioni, altro che «good mood verso la Russia». Roma, aggiunge con una certa enfasi, resterà «dalla parte giusta della storia», cioè contro «lo scempio» del piano di Putin, «che è fallito». Per la premier anche l’Ucraina, come capitò all’Italia nel secondo dopoguerra, potrà avere il suo «miracolo economico». Assomigliando al Pugile in riposo che il ministro Giuli ha fatto riprodurre in scala, per omaggiare le delegazioni.
Intanto però l’offensiva russa è più feroce che mai. Non a caso nel bilaterale con Meloni, Volodymyr Zelensky chiede più armi. «Droni intercettori». La premier davanti alle telecamere si tiene sul generico: la «cooperazione tra le nostre industrie della difesa è sempre più centrale, continueremo a investire». Ma dietro le quinte, oltre alla fornitura di 5 radar a uso civile per gli aeroporti, l’esecutivo è in pressing sulle imprese italiane, da Leonardo in giù, perché sviluppino coproduzioni di droni in Ucraina.