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Putin, fiducia in calo: i russi delusi dai rincari e dalla mancata tregua

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La popolazione inizia a sentire il costo del conflitto: l’ultima flessione risale al 2022
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MOSCA – Qualche nodo inizia a venire al pettine. Nella settimana dal 29 giugno al 6 luglio, il tasso di approvazione del presidente russo Vladimir Putin è sceso di 4 punti percentuali, dall’83% al 79%. Resta altissimo, verrebbe da dire, ma in una “democratura” blindata come la Russia è in queste oscillazioni repentine che si nascondono i sintomi del dissenso. Soprattutto se si tiene conto del fatto che i dati arrivano dalla Fondazione per l’opinione pubblica (Fom) che conduce le rilevazioni proprio per l’amministrazione presidenziale e che un calo così repentino non si vedeva dall’autunno 2022, quando il tasso di approvazione di Putin scese di 5 punti in una settimana dopo l’annuncio della mobilitazione parziale. Il calo di consensi perdipiù è generale: anche il tasso di fiducia del presidente è diminuito di 4 punti, dall’82 al 78%, e il tasso di approvazione del governo è sceso dal 57% al 52%, il suo minimo storico da inizio anno, mentre la quota di coloro che valutano “negativamente…

MOSCA – Qualche nodo inizia a venire al pettine. Nella settimana dal 29 giugno al 6 luglio, il tasso di approvazione del presidente russo Vladimir Putin è sceso di 4 punti percentuali, dall’83% al 79%. Resta altissimo, verrebbe da dire, ma in una “democratura” blindata come la Russia è in queste oscillazioni repentine che si nascondono i sintomi del dissenso. Soprattutto se si tiene conto del fatto che i dati arrivano dalla Fondazione per l’opinione pubblica (Fom) che conduce le rilevazioni proprio per l’amministrazione presidenziale e che un calo così repentino non si vedeva dall’autunno 2022, quando il tasso di approvazione di Putin scese di 5 punti in una settimana dopo l’annuncio della mobilitazione parziale. Il calo di consensi perdipiù è generale: anche il tasso di fiducia del presidente è diminuito di 4 punti, dall’82 al 78%, e il tasso di approvazione del governo è sceso dal 57% al 52%, il suo minimo storico da inizio anno, mentre la quota di coloro che valutano “negativamente” l’operato del premier Mikhail Mishustin ha raggiunto il 13%, il massimo dal dicembre 2024.

Le ragioni di questa disaffezione sono diverse, ma hanno tutte a che fare con il prolungamento a oltranza dell’Operazione militare speciale contro Kiev e, in gran parte, con i suoi contraccolpi economici. La scorsa settimana sono state recapitate le prime bollette dopo che, il primo luglio scorso, il costo dei servizi pubblici è stato aumentato del 13,4%, un record degli ultimi dieci anni. In alcune regioni i pagamenti si sono impennati persino del 20%, come a Perm e ad Arkhangelsk, e addirittura del 38% a Izhevsk.

Sono aumenti che superano l’inflazione, osserva l’analista Vladislav Inozemtsev. «La gente perciò capisce che le autorità stanno spremendo fino all’ultimo centesimo senza alcun rimorso». Del resto il think tank di accademici russi in esilio Re:Russia ha stimato che, nella prima metà del 2025, la spesa per il personale militare abbia raggiunto la cifra record di 2 trilioni di rubli, circa 22 miliardi di euro. Di questo passo, prevede Re:Russia, entro fine anno i costi totali raddoppieranno fino a toccare il 9,5% dell’intero bilancio federale e circa il 2% del Pil. Perciò il governo è costretto a riscuotere di più.

«In generale — commenta Inozemtsev — la guerra sta gradualmente penetrando nella vita quotidiana e, probabilmente, la popolazione ha iniziato a capire che queste sono proprio le sue conseguenze, e non solo “fattori oggettivi”». Tra gli altri effetti indesiderati che ai cittadini non vanno giù ci sono anche le massicce interruzioni di Internet per contrastare i droni ucraini. Nel solo mese di giugno si sono contati oltre 650 black-out, anche in zone a migliaia di chilometri di distanza dal fronte ucraina: una cifra che supera il record di 296 blocchi registrati in totale nel 2024 in 54 Paesi in tutto il mondo.

C’è poi un terzo fattore che pesa. La ripresa dei negoziati diretti con l’Ucraina a Istanbul e del dialogo con gli Stati Uniti aveva alimentato la speranza che presto si sarebbe arrivati a un accordo di pace, ma è svanita dopo che il presidente americano Donald Trump ha iniziato a esprimere il suo disappunto per l’inflessibilità di Putin e che i colloqui sembrano essersi arenati al secondo round. «I russi si sono sentiti presi in giro», sostiene il politologo ed ex speechwriter di Putin, Abbas Galljamov. «Speravano che sia l’Operazione militare speciale sia il periodo di tensione internazionale in generale stessero giungendo al termine e poi improvvisamente si sono resi conto che non c’era una fine in vista».

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