L’analista: “In Siria il presidente Sharaa non ha il controllo dei gruppi armati”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoTEL AVIV – Per molti anni Cedric Labrousse, ricercatore alla Scuola di alti studi sociali di Parigi, è stato uno dei più acuti osservatori della guerra civile siriana e oggi è uno dei più attenti e imparziali analisti delle dinamiche in corso nella Siria post-Assad.
Dopo il massacro degli Alawiti a marzo, un’altra ondata di sangue e scontri settari. Il presidente al Sharaa ha ancora il controllo a Damasco?
«Sharaa sembra non aver imparato dagli errori di marzo. Inviando i tank a Suwayda ha fatto un grosso errore: dovevano garantire la sicurezza, hanno ottenuto altri scontri e altre battaglie. Adesso, con Israele che colpisce gli edifici governativi più importanti di Damasco di giorno e in diretta tv, ne esce molto più debole».
Sta fallendo nella sua ambizione di riunire la Siria?
«Sta cercando di costruire una unità siriana, di questo gli si può dare atto, ma a quale prezzo? Ci sono stati progressi nella costruzione dell’esercito ma alcune milizie ancora non le controlla. In ques…
TEL AVIV – Per molti anni Cedric Labrousse, ricercatore alla Scuola di alti studi sociali di Parigi, è stato uno dei più acuti osservatori della guerra civile siriana e oggi è uno dei più attenti e imparziali analisti delle dinamiche in corso nella Siria post-Assad.
Dopo il massacro degli Alawiti a marzo, un’altra ondata di sangue e scontri settari. Il presidente al Sharaa ha ancora il controllo a Damasco?
«Sharaa sembra non aver imparato dagli errori di marzo. Inviando i tank a Suwayda ha fatto un grosso errore: dovevano garantire la sicurezza, hanno ottenuto altri scontri e altre battaglie. Adesso, con Israele che colpisce gli edifici governativi più importanti di Damasco di giorno e in diretta tv, ne esce molto più debole».
Sta fallendo nella sua ambizione di riunire la Siria?
«Sta cercando di costruire una unità siriana, di questo gli si può dare atto, ma a quale prezzo? Ci sono stati progressi nella costruzione dell’esercito ma alcune milizie ancora non le controlla. In questo caso, poi, contro i drusi sono entrate in gioco forze tribali, anche dalla Siria orientale, che non fanno parte dell’esercito. E ancora, molti dei combattenti del suo gruppo originale sono radicali e hanno visto il loro leader negoziare con Israele per poi vedere Damasco bombardata da Israele. Qual è l’influenza di un presidente che non riesce a reagire agli attacchi di Israele?».
Doveva lasciare che gli scontri tra beduini e drusi continuassero?
«Ha inviato i tank ma è stato un intervento dilettantesco, sapeva quale sarebbe stata la reazione di Israele. Avrebbe dovuto semplicemente attuare l’accordo firmato a maggio con i drusi, ma le fazioni druse non si sono mai integrate nell’esercito siriano, che non ha garantito la sicurezza».
Netanyahu cosa ottiene indebolendo un interlocutore con cui stava trattando un patto di non aggressione?
«Netanyahu deve dimostrare che è lui al comando, che non esegue gli ordini dell’America. Dopo la caduta di Assad disse che non voleva un dispiegamento militare nella Siria meridionale, e lo sta realizzando con la forza. Dal suo punto di vista è un successo. L’accordo a cui si è arrivati ora tra drusi e Damasco è lo stesso di maggio: l’esercito siriano si ritira dal sud».