TEL AVIV – Netanyahu telefona al Papa, dice che un accordo con Hamas è possibile, ma l’ottimismo degli israeliani non fa a tempo ad arrivare a sera, a riprova di quanto sia sottile il filo dei negoziati che vanno avanti a Doha da 13 giorni. Un alto funzionario coinvolto nei colloqui consegna ai media israeliani questa lettura: i negoziatori restano in Qatar, il filo per ora non si spezza, ma l’intesa non è vicina.
Il premier israeliano ha chiamato il pontefice dopo l’attacco alla chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. Si è scusato, ha parlato di «errore» e «munizioni vaganti», ma è una versione che non convince il patriarcato latino di Gerusalemme e il cardinale Pizzaballa: «Dicono che sia stato un errore. Anche se tutti qui credono che non lo sia stato». Il Papa ha ribadito l’urgenza di arrivare a un «cessate il fuoco e alla fine della guerra», che ha precipitato la popolazione di Gaza in una «drammatica situazione umanitaria il cui prezzo straziante è pagato in modo particolare da bambini, anziani, persone malate». E ha offerto la disponibilità della Santa Sede per una mediazione, ha rivelato il segretario di Stato Parolin.
I toni di Leone XIV sono simili a quelli che usava Papa Francesco, ma con sfumature che in Israele vengono lette come meno ostili, per esempio la necessità di garantire la sicurezza dei fedeli e delle persone tutte, in Palestina e Israele. Netanyahu contatta il Vaticano perché vuole alleggerire la pressione dopo il raid contro la chiesa che ha fatto infuriare anche Trump. Leone è il Papa americano, e il premier in questo momento ha bisogno di rafforzare i canali di dialogo con Washington, che continua a inviare messaggi di insofferenza per la continua apertura di nuovi fronti, non ultimo quello siriano. Un buon rapporto con il Pontefice può aiutare, e anche cosi si spiega l’autorizzazione concessa a Piazzaballa per entrare nella Striscia carico di aiuti.
I prossimi giorni saranno cruciali per capire se la proposta americana di una tregua di 60 giorni può realizzarsi. Giovedì c’erano stati segnali di fiducia, si era iniziato a discutere dei dettagli dello scambio tra prigionieri palestinesi e ostaggi israeliani, che vuol dire entrare nella fase finale dell’accordo. Ma ieri c’è stato un nuovo stop, tanto che Israele sta valutando di inviare una delegazione di più alto livello in Qatar per sbloccare l’impasse. Gli israeliani accusano Hamas di “puntare i piedi” su due nodi: il ritiro dell’Idf dalla Striscia durante la tregua e il numero di prigionieri palestinesi da rilasciare in cambio di ciascun ostaggio.
Gli israeliani sostengono di aver fatto concessioni importanti sul primo aspetto, come la promessa di lasciare il corridoio Morag, Hamas invece non ha ancora approvato le mappe dei ritiri né concorda sui meccanismi di distribuzione degli aiuti. È ricomparso anche Abu Obeida, il portavoce del gruppo islamista che non si vedeva da marzo, per ribadire il concetto di fondo che sta dietro all’impasse negoziale: Hamas vuole che qualsiasi accordo porti alla fine del conflitto. In caso contrario, è pronta «a una lunga guerra di logoramento». Netanyahu ripete invece che la guerra finirà solo quando Hamas sarà disarmata e i suoi leader espulsi da Gaza. Vuole portare a casa almeno una parte degli ostaggi vivi, e probabilmente andare ad elezioni. Il fatto che il 27 luglio si chiude la sessione estiva della Knesset può aiutare il negoziato, perché il governo non rischia più di cadere per mano dell’ultradestra. Ma su come chiudere il conflitto gli israeliani non hanno una strategia. Lo dimostrano le nuove rivelazioni del giornalista di Axios: il capo del Mossad, David Barnea, è volato a Washington cercando l’aiuto americano per convincere altri Paesi ad accettare «centinaia di migliaia» di palestinesi che decidessero «volontariamente» di lasciare Gaza. Stava parlando di Etiopia, Indonesia e Libia.