Il cancello del compound che si apre, due pullmini che sgommano dentro, uno bianco e l’altro nero, entrambi con la bandiera vaticana ben in vista, la porte che si aprono e gli abbracci che partono, i baci, i sorrisi, le lacrime: il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa e il patriarca greco-ortodosso Teofilo III hanno rotto ieri mattina l’assedio in cui è stretta da mesi la parrocchia della Sacra famiglia di Gaza per una visita di solidarietà dopo l’attacco in cui giovedì mattina sono stati uccisi tre parrocchiani e una decina sono stati feriti. Due sono ancora in gravi condizioni.
Oltre alla solidarietà, la visita aveva uno scopo molto pratico: portare nella Striscia 500 tonnellate di aiuti alimentari per la parrocchia e per la gente dei quartieri circostanti. I camion non hanno viaggiato con i religiosi nel timore che potessero essere oggetto di assalti, come è accaduto spesso in queste settimane: ma il loro passaggio è stato garantito dagli israeliani e la distribuzione del cibo…
Il cancello del compound che si apre, due pullmini che sgommano dentro, uno bianco e l’altro nero, entrambi con la bandiera vaticana ben in vista, la porte che si aprono e gli abbracci che partono, i baci, i sorrisi, le lacrime: il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa e il patriarca greco-ortodosso Teofilo III hanno rotto ieri mattina l’assedio in cui è stretta da mesi la parrocchia della Sacra famiglia di Gaza per una visita di solidarietà dopo l’attacco in cui giovedì mattina sono stati uccisi tre parrocchiani e una decina sono stati feriti. Due sono ancora in gravi condizioni.
Oltre alla solidarietà, la visita aveva uno scopo molto pratico: portare nella Striscia 500 tonnellate di aiuti alimentari per la parrocchia e per la gente dei quartieri circostanti. I camion non hanno viaggiato con i religiosi nel timore che potessero essere oggetto di assalti, come è accaduto spesso in queste settimane: ma il loro passaggio è stato garantito dagli israeliani e la distribuzione del cibo dovrebbe iniziare da qui a domani. Per sorvegliarla – ma ancora di più per garantire che non ci siano intoppi di nessuna natura – nella Striscia è rimasto Pizzaballa: dovrebbe rientrare a Gerusalemme domani, forse portando con sé alcuni dei feriti più gravi dell’attacco di giovedì. Teofilo ha invece lasciato l’area già ieri sera.
L’arrivo della delegazione nella parrocchia è stato accolto con moltissima commozione. I video arrivati da Gaza mostrano la comunità stringersi attorno ai religiosi, abbracciandoli e baciando loro le mani. «Non vogliamo morire. Non vogliamo vedere altri morti», hanno ripetuto i parrocchiani che hanno avuto occasione di parlare direttamente con i sacerdoti arrivati da Gerusalemme. Chi ha partecipato alla visita, descrive gli abitanti del compound come «profondamente scossi» da quello che è accaduto giovedì, ma «non animati dal desiderio di vendetta: piuttosto disperatamente attaccati alla speranza di una pace che arriverà presto».
Un momento di particolare commozione c’è stato quando Teofilo ha raccontato alla comunità della telefonata del Papa. Leone XIV aveva chiamato sperando di intercettare la delegazione dentro al compound, ma un ritardo di due ore nell’orario di ingresso concordato– i patriarchi hanno aspettato seduti su sedie di plastica bianca al confine, impotenti mentre davanti ai loro occhi i jet israeliani sganciavano bombe - ha cambiato il programma: la prima conversazione diretta fra il successore di papa Francesco – che chiamava Gaza tutte le sere alle 20 – e i 536 cristiani da 21 mesi asserragliati nel compound dovrà aspettare ancora.
Ad accogliere i patriarchi sin dal confine c’era padre Gabriel Romanelli, il parroco ferito a una gamba nell’attacco di giovedì mattina: zoppicando, Romanelli ha fatto strada nella chiesa danneggiata dall’esplosione, spiegando a Teofilo – che non era mai stato lì – che ogni notte fra i banchi dormivano famiglie intere. Attorno a loro, molti anziani ma soprattutto bambini, che aspettavano con ansia caramelle e cioccolata che la parrocchia ha esaurito da settimane. Dopo aver visitato gli anziani allettati e i bambini accuditi dalle suore di Madre Teresa, i religiosi si sono spostati prima alla parrocchia ortodossa di San Porfirio, danneggiata già a fine 2023 da un bombardamento, e poi all’Ospedale battista, l’unico ancora parzialmente attivo nella zona: le foto mostrano i volti scuri davanti al letto di un bambino con una gamba amputata e a quello di una donna incosciente.
La visita è il risultato della pressione esercitata dai due Patriarcati sulle autorità israeliane sin dai primi minuti dopo l’attacco. Da mesi Pizzaballa premeva per tornare a Gaza, dove era stato già due volte dal 7 ottobre 2023: fino a ieri il permesso gli era stato promesso ma mai concesso. A cambiare tutto è stato l’attacco, arrivato dopo settimane di assedio durissimo alla parrocchia che avevano scatenato l’indignazione dei due Patriarcati e l’intervento diretto del Vaticano per chiedere che fosse garantita la sicurezza della parrocchia e della sua gente. Così non è stato e Israele, in attesa dei risultati dell’inchiesta sull’accaduto, ha concesso il passaggio tanto atteso.
Fondamentale è l’arrivo degli aiuti, a cui il Patriarcato latino lavora da settimane. A Gaza, come non si stancano di ripetere le agenzie dell’Onu, l’emergenza sanitaria e quella alimentare hanno da tempo superato i livelli di guardia. I camion carichi di cibo in scatola, farina, acqua potabile ma anche patate e mele - che sono, fra i cibi freschi, quelli meno deperibili - sono i primi che la parrocchia riceve da marzo, quando Israele ha interrotto la tregua con Hamas e ripreso i combattimenti: per mesi la comunità è rimasta in vita grazie alle scorte accumulate durante la tregua che Romanelli e i suoi hanno distribuito anche alle famiglie che vivono nella zona intorno alla Chiesa in condizioni sempre più precarie. Chi è entrato a Gaza ieri descrive come una «distruzione totale» ciò che si è trovato di fronte agli occhi. «Chilometri di macerie in cui le famiglie vivono accampate in tende improvvisate».