Le voci spente del popolo di Gaza: “Vaghiamo come zombie affamati”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoTEL AVIV – La fame ha ripreso a tormentare Mrwan Hamed. Lo tiene sveglio la notte, ingoia la saliva per placare gli spasmi, ma non è quello che non gli dà pace. È tormentato dal pensiero dei suoi figli a bocca vuota. I gemelli, Nabil e Hanin; Sarah, Zayna, e il più piccolo Hamid, nato in una tenda nove mesi fa. «Non mangio da ieri, e loro pure. Sono uscito a cercare cibo, non ho trovato nulla. Né farina, né lenticchie. Sono stanco. È carestia qui, vera fame».
Mrwan, 45 anni, è rifugiato con la famiglia insieme ad altre centinaia in un piccolo campo di tende nel nord di Gaza, nella zona del vecchio porto ormai distrutto dall’Idf insieme a tutte le barche dei pescatori. Le telefonate hanno cambiato tono. La sua voce è più bassa, fiaccata dal digiuno, dal caldo, dalla mancanza d’acqua, di sonno, di tutto. Negli ultimi giorni, il poco che si trovava è scomparso dai “mercati”, che poi spesso sono catapecchie in legno o lamiere con sacchi a terra. Le briciole costano cifre inaffrontab…
TEL AVIV – La fame ha ripreso a tormentare Mrwan Hamed. Lo tiene sveglio la notte, ingoia la saliva per placare gli spasmi, ma non è quello che non gli dà pace. È tormentato dal pensiero dei suoi figli a bocca vuota. I gemelli, Nabil e Hanin; Sarah, Zayna, e il più piccolo Hamid, nato in una tenda nove mesi fa. «Non mangio da ieri, e loro pure. Sono uscito a cercare cibo, non ho trovato nulla. Né farina, né lenticchie. Sono stanco. È carestia qui, vera fame».
Mrwan, 45 anni, è rifugiato con la famiglia insieme ad altre centinaia in un piccolo campo di tende nel nord di Gaza, nella zona del vecchio porto ormai distrutto dall’Idf insieme a tutte le barche dei pescatori. Le telefonate hanno cambiato tono. La sua voce è più bassa, fiaccata dal digiuno, dal caldo, dalla mancanza d’acqua, di sonno, di tutto. Negli ultimi giorni, il poco che si trovava è scomparso dai “mercati”, che poi spesso sono catapecchie in legno o lamiere con sacchi a terra. Le briciole costano cifre inaffrontabili.
«Siamo a più di 50 dollari per un kg di farina con cui facciamo sei pezzi di pane. Avrei bisogno di un kg di riso e lenticchie per sfamare tutti noi, 8 persone, avrei bisogno cioè di 200 dollari al giorno, non li ho, sto diventando matto», si arrovella. «Da quando hanno visto che il cessate il fuoco non sarebbe arrivato, i commercianti hanno alzato i prezzi del poco che è rimasto, e non entra nulla da settimane».
Chi sono i mercanti? Teppisti e criminali, alcune bande fomentate anche dagli accordi che Israele ha fatto con altri capibastone. E poi ci sono i commercianti e i collaboratori di Hamas che controllano, o controllavano, le poche scorte. Adesso non entra più niente, Israele ha bloccato tutto e gli unici centri di distribuzione del cibo gestiti dalla opaca Ghf, sono a sud. Anche volendo comprare a questi prezzi, non c’è denaro contante e chi lo trova, deve pagarlo. «Hanno alzato le commissioni fino al 45%, vuol dire che se ho bisogno di 100 dollari mi costano 45», spiega Ibrahim, il fratello di Mrwan. Gli allarmi delle organizzazioni umanitarie quasi non fanno notizia, ma sono uno scandalo.
Il World Food Programme conferma che una persona su tre a Gaza non mangia anche per giorni, che la Striscia è «sull’orlo di una catastrofe per fame». Corpi deperiti si accalcano alle poche cucine pubbliche rimaste aperte, la maggioranza ha chiuso nel nord per mancanza di cibo da cucinare. «Ieri stavo filmando la calca davanti a una mensa pubblica quando due donne hanno iniziato ad avere le vertigini e sono cadute a terra. Non mangiavano da tre giorni», ci racconta al telefono Amr al Sultan, 31 anni, fotografo e videomaker. La sua famiglia, tutta, è stata uccisa in un bombardamento israeliano mesi fa. Lui si è salvato perché era a sud, ora è sfollato nel cortile dell’ospedale al Shifa. Più di 20mila persone sono rifugiate tra l’ospedale, il porto e l’università, che sono a cinque minuti ’uno dall’altra.
Amr pure non mangia. «Mi sostengo con il succo di frutta». Succo per modo di dire. Hanno trovato delle vecchie bustine di aromi o coloranti, non è chiaro, e le bevono nell’acqua. Che non sempre c’è. «Per riempire un gallone bisogna camminare per uno, due chilometri, a volte anche tre. La distribuiscono poche organizzazioni benefiche, con i camion. Ogni camion contiene circa 3mila litri di acqua pulita, non è sufficiente per 20mila persone. A volte si percorre tutta questa distanza e non si trova nulla».
Ibrahim dice che quando guardava i film sulla fine del mondo, non pensava che si potessero avverare. «A Gaza ora è come Walking Dead. Persone che lottano per un pezzo di pane. Un amico è tornato a casa con la farina insanguinata dopo che l’esercito israeliano aveva sparato sulla folla al centro di distribuzione». I centri sono tra Rafah e Khan Yunis. Mrwan c’è andato una volta, e non lo farà più. «Ci metto un’ora, arrivarci è pericoloso: ci sono bande armate lungo la strada che rubano qualsiasi cosa per rivenderla. Non puoi camminare con la farina. Ti porteranno via tutto. E una volta lì rischi che l’esercito israeliano di spari addosso. A volte sparano, altre no».
Mohammad Nasser ha deciso di rischiare alla roulette russa della fame. È padre anche lui. «Preferisco morire che sapere certamente che non potrò dare da mangiare ai miei figli». Mrwan ha tentato un’altra impresa. Qualche giorno fa, sfidando il divieto di Israele di entrare in mare, si è avventurato con alcuni compagni in acqua su una tavola di legno usata come barca. Hanno provato a pescare. «Ma bisogna andare in profondità, immergersi e gli israeliani se vedono le barche dei pescatori in mare sparano. È troppo pericoloso». Così però Ahmed è riuscito a mangiare «un pesce grande come la mia mano, senza riso né pane». Era due giorni fa. Ce lo racconta, ma non vorrebbe. «Mi sento girare la testa, sono senza forze, nervoso. Non avrei mai pensato nella mia vita di dire a qualcuno che sono affamato».