In un conflitto dove, sin dal primo giorno, la deumanizzazione dell’altro è stata la strategia scelta da entrambi i lati, papa Leone ieri ha preso un’altra strada, dando alle vittime di Gaza un nome e una dignità che il freddo calcolo dei morti gli ha tolto da tempo. «Esprimo il mio profondo dolore per l’attacco dell’esercito israeliano contro la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia – ha detto Prevost nell’Angelus a Castel Gandolfo -. Prego per le vittime, Saad Issa Kostandi Salameh, Foumia Issa Latif Ayyad, Najwa Ibrahim Latif Abu Daoud, e sono particolarmente vicino ai loro familiari e a tutti i parrocchiani». Poi ha proseguito lanciando un appello perché «si fermi subito la barbarie della guerra e si raggiunga una risoluzione pacifica del conflitto»: un concetto ribadito nel fuori programma con i giornalisti, in cui è tornato a parlare della telefonata del premier israeliano Benjamin Netanyahu. «Abbiamo insistito sulla necessità di rispettare le persone e proteggere i luoghi s…
In un conflitto dove, sin dal primo giorno, la deumanizzazione dell’altro è stata la strategia scelta da entrambi i lati, papa Leone ieri ha preso un’altra strada, dando alle vittime di Gaza un nome e una dignità che il freddo calcolo dei morti gli ha tolto da tempo. «Esprimo il mio profondo dolore per l’attacco dell’esercito israeliano contro la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia – ha detto Prevost nell’Angelus a Castel Gandolfo -. Prego per le vittime, Saad Issa Kostandi Salameh, Foumia Issa Latif Ayyad, Najwa Ibrahim Latif Abu Daoud, e sono particolarmente vicino ai loro familiari e a tutti i parrocchiani». Poi ha proseguito lanciando un appello perché «si fermi subito la barbarie della guerra e si raggiunga una risoluzione pacifica del conflitto»: un concetto ribadito nel fuori programma con i giornalisti, in cui è tornato a parlare della telefonata del premier israeliano Benjamin Netanyahu. «Abbiamo insistito sulla necessità di rispettare le persone e proteggere i luoghi sacri di tutte le religioni».
Protezione che giovedì scorso, quando un tank ha sparato sulla croce che sovrasta la Sacra Famiglia, è mancata: nonostante le assicurazioni che erano state date sia da Israele che dagli Stati Uniti. È questo – insieme agli attacchi violentissimi da parte di coloni israeliani sul villaggio cristiano di Taybeh, in Cisgiordania – a spiegare l’irritazione del Vaticano nei confronti di Israele. Irritazione sfociata in due elementi chiave dell’Angelus di ieri: la scelta di dare un nome alle vittime, appunto (benché soltanto a quelle cristiane, piccolissima minoranza delle 59 mila vittime palestinesi), e quella di citare direttamente l’esercito israeliano come responsabile della loro morte.
«In quei nomi sono presenti tutte le vittime. Tutti sono oggetto di una violenza inaccettabile, tutti sono vittime di un conflitto che deve terminare al più presto», ha sottolineato il segretario di Stato Angelo Parolin, che già venerdì aveva detto che era «legittimo dubitare» della spiegazione dell’errore umano fornita da Israele. L’irritazione del Vaticano è ben chiara alla Casa Bianca: ieri Axios ha scritto che a spingere Netanyahu a chiamare Leone XIV per scusarsi dell’accaduto era stato Trump, che dal premier israeliano aveva preteso spiegazioni per l’attacco alla chiesa.
In quello stesso luogo ieri sono risuonate le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, che dopo essere entrato a Gaza venerdì è rimasto per presiedere alla distribuzione degli aiuti inviati dal Patriarcato latino di Gerusalemme. Salvo poi rimanere bloccato dai bombardamenti: dovrebbe uscire oggi. «Siamo molto preoccupati per quello che accade qui a Gaza», ha detto co-celebrando la messa con il parroco, padre Gabriel Romanelli. «Torno a Gerusalemme ma voi non siete soli. Siete nel cuore di tutte le chiese e di tutti i cristiani del mondo. Faremo tutto il possibile per fermare questa guerra senza senso: e alla fine ci riusciremo». Pizzaballa era emozionato: ha parlato a braccio e mentre pronunciava l’omelia si sentivano i colpi dei bombardamenti. «Ogni volta che vengo qui, torno portando via molto più di quanto sono riuscito a darvi: restate uniti in Cristo. Restate la luce di Gaza», ha concluso. «E la prossima volta che vengo mangeremo insieme mansaf, mashawi e bouza (il gelato palestinese)».