In una tenda davanti al mare di Gaza City, appestato e intorbidito dai liquami della fognatura esplosa, una mamma sola e magra è riversa sul corpo senza carne di un figlio che sta morendo di fame. Il bimbo ha un anno e mezzo, la pancia gonfia e la pelle di un vecchio. Apre e chiude la bocca, cercando nell’aria il biberon che non ha. Non è un pianto quello che emette, è piuttosto un lamento rivolto alla coscienza del mondo che assiste inerte a tutto questo.
La donna si chiama Hidaya Almotawwaq, ha 31 anni, e nella foto pubblicata in prima pagina dal britannico Daily Express non si vedeva. Era tagliata. In primo piano c’era solo il figlio, Mohammed: nato due giorni prima del Natale 2023, figlio della guerra, vittima della fame.
«Assisto alla sua morte per colpa della carestia provocata da Israele», dice a Repubblica Hidaya Almotawwaq. «Lo vedo avvicinarsi alla fine ogni ora che passa, è uno scheletro ormai». La tenda ribolle di umidità, odora di escrementi. È sistemata dentro le r…
In una tenda davanti al mare di Gaza City, appestato e intorbidito dai liquami della fognatura esplosa, una mamma sola e magra è riversa sul corpo senza carne di un figlio che sta morendo di fame. Il bimbo ha un anno e mezzo, la pancia gonfia e la pelle di un vecchio. Apre e chiude la bocca, cercando nell’aria il biberon che non ha. Non è un pianto quello che emette, è piuttosto un lamento rivolto alla coscienza del mondo che assiste inerte a tutto questo.
La donna si chiama Hidaya Almotawwaq, ha 31 anni, e nella foto pubblicata in prima pagina dal britannico Daily Express non si vedeva. Era tagliata. In primo piano c’era solo il figlio, Mohammed: nato due giorni prima del Natale 2023, figlio della guerra, vittima della fame.
«Assisto alla sua morte per colpa della carestia provocata da Israele», dice a Repubblica Hidaya Almotawwaq. «Lo vedo avvicinarsi alla fine ogni ora che passa, è uno scheletro ormai». La tenda ribolle di umidità, odora di escrementi. È sistemata dentro le rovine di una sala dove prima del conflitto facevano le feste di matrimoni. Non c’è ombra di cibo. La colonna vertebrale di Mohammed è visibile sotto la pelle. «Non ho nemmeno i pannolini, ne ho fabbricato uno con un sacchetto di plastica che lavo con l’acqua del mare. Un pannolino costa 15 shekel (circa 4 euro, ndr), e io non ho più soldi». Oltre la foto di copertina, oltre l’indignazione, c’è la storia di una famiglia come tante a Gaza. Hidaya la racconta mentre il sudore le bagna la fronte.
«Con mio marito Zakaria vivevamo negli Emirati Arabi, lui aveva una macelleria che ci consentiva un buon tenore di vita, avevamo tutto. Poi ha ottenuto il permesso per lavorare in Israele e sei mesi prima dello scoppio del conflitto ci siamo trasferiti a Jabalia. Avere quel permesso significa che le autorità israeliane lo avevano controllato e non avevano trovato niente contro di lui. Sono cominciate a piovere bombe. Da Jabalia siamo fuggiti quando il drone israeliano ha ordinato alla gente di evacuare. Sono venuta qui a Gaza City con i miei due figli. Ma quando mio marito e sua madre Naima hanno tentato di tornare a casa per prendere del cibo, sono stati uccisi da un raid israeliano. Era il 28 ottobre 2024. Sono rimasta sola, senza risorse. A dieci mesi di vita, Mohammed era già orfano».
La donna spiega che Mohammed soffre di una malattia genetica che causa atrofia muscolare. «Non era un problema così grave, lo tenevamo sotto controllo con i medicinali, dandogli cibo nutriente e facendogli fare la fisioterapia. Lui stava bene, prima». Mostra sul telefono la foto del suo bambino, paffuto, una felpa celeste e bianca addosso. Jood, l’altro figlio di poco più grande, le tira la veste, chiede attenzioni e qualcosa da mangiare. Otterrà solo attenzioni. «Per Mohammed le cose sono peggiorate negli ultimi 50 giorni, dopo il periodo di blocco degli aiuti umanitari. Da allora nessuno ha più trovato da mangiare. Quando sono finite anche le scorte alimentari che le famiglie avevano accumulato, gli amici che ci venivano a portare del pane e il latte sono spariti. Anche loro hanno bambini da sfamare».
Nella tenda il nonno di Mohammed, Ayoub, mormora sottovoce. «Mi dispiace di non essere in grado di aiutare mio nipote, non riesco a credere che lo sto vedendo morire senza fare niente. L’assedio israeliano ci ucciderà...». Poche parole, ha detto tutto.
Fino a qualche mese fa campavano andando alle cucine di comunità, poi la distribuzione del cibo organizzata dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle ong, che si componeva di 400 punti disseminati nella Striscia, è stata sostituita dal sistema militarizzato della Gaza Humanitarian Foundation americana. «Più volte ho portato Mohammed all’ospedale di Gaza City e all’inzio mi davano tutto quello che serviva per farlo crescere e tenere a bada l’atrofia. A un certo punto, però, anche i dottori e gli infermieri hanno finito il cibo, non c’è più niente da mangiare negli ospedali. Ecco perché mio figlio è qui, in questa tenda lurida. Non possono fare niente per lui». Né per lei.
Hidaya è stremata. Non ha mangiato niente, oggi. Pochissimo ieri. La veste che indossa è enorme rispetto al suo corpo. «Ho perso venti chili. Al mercato non è rimasto quasi nulla e quel che c’è costa caro. Per un chilo di riso chiedono 100 shekel (25 euro, ndr) e io non ho nemmeno i soldi per comprare un cucchiaio di latte per Mohammed. La mia unica speranza è che qualche organizzazione umanitaria internazionale possa fare qualcosa». Il bimbo si contorce, in quel suo lamento doloroso che non è possibile dimenticare.