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Il pediatra di Gaza: “I neonati malnutriti saranno adulti con problemi di memoria e comportamento”

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Ahmed al Farrah lavora all’ospedale di Khan Younis e avverte: “Qui i bambini desiderano morire a causa della fame”
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GERUSALEMME – «Vuole sapere cosa provo? Questa mattina ho fatto il giro del reparto pediatrico dove abbiamo messo i bambini malnutriti. Quelli che possiamo, non tutti perché sono troppi. C’è una bimba di sei anni che soffre di anemia e ha livelli bassissimi di potassio. Se potesse mangiare una patata o una banana starebbe subito meglio, ma la sua mamma non ha niente da darle. Mentre ero lì con loro, la bimba ha chiesto alla mamma se in paradiso ci sono le banane. La donna ha annuito… allora la bimba ha detto “Perché non moriamo subito? Se muoio vado in paradiso, mangio le banane e sto meglio”. Ecco cosa provo. Sto male come dottore, come padre e come uomo. E come un adulto che cerca di salvare bambini che hanno talmente tanta fame che si augurano la morte». La conversazione col dottor Ahmed al Farrah è cominciata così.

Dal 2010 al Farrah, 53 anni, è capo della pediatria dell’ospedale Nasser di Khan Yunis. Mai si è trovato in una situazione così complicata e senza armi per affrontarl…

GERUSALEMME – «Vuole sapere cosa provo? Questa mattina ho fatto il giro del reparto pediatrico dove abbiamo messo i bambini malnutriti. Quelli che possiamo, non tutti perché sono troppi. C’è una bimba di sei anni che soffre di anemia e ha livelli bassissimi di potassio. Se potesse mangiare una patata o una banana starebbe subito meglio, ma la sua mamma non ha niente da darle. Mentre ero lì con loro, la bimba ha chiesto alla mamma se in paradiso ci sono le banane. La donna ha annuito… allora la bimba ha detto “Perché non moriamo subito? Se muoio vado in paradiso, mangio le banane e sto meglio”. Ecco cosa provo. Sto male come dottore, come padre e come uomo. E come un adulto che cerca di salvare bambini che hanno talmente tanta fame che si augurano la morte». La conversazione col dottor Ahmed al Farrah è cominciata così.

Dal 2010 al Farrah, 53 anni, è capo della pediatria dell’ospedale Nasser di Khan Yunis. Mai si è trovato in una situazione così complicata e senza armi per affrontarla.

Quanti pazienti sta curando?

«Il centro pediatrico per la malnutrizione acuta avrebbe nove posti, abbiamo messo dei materassi per terra quindi in tutto siamo a 25 pazienti. Ogni giorno scopriamo dai 5 ai 10 nuovi casi. Si è visto un innalzamento dell’incidenza nelle ultime tre settimane, conseguenza del blocco degli aiuti umanitari imposto da Israele a primavera. Purtroppo non posso curare tutti».

Quindi come fa?

«Alcuni li abbiamo sistemati nelle tende fuori dall’ospedale. La terapia intensiva neonatale è piena perché sono aumentati i parti prematuri e i ritardi nello sviluppo intrauterino del feto, le donne in gravidanza mangiano troppo poco. La mancanza di clorina e kit igienici alimenta la diffusione di sepsi. Abbiamo perso cinque neonati solo per questo».

Ai ricoverati riuscite a far recuperare il peso?

«Ci possiamo ritenere fortunati perché il Nasser collabora con Medici senza frontiere che ha un programma specifico per la malnutrizione, quindi possiamo somministrare il latte artificiale, anche se non sempre. Il vero problema è fuori, con 60 mila bambini che hanno meno di un anno di età e necessitano del latte. Quello artificiale si trova anche a cento shekel (25 euro, ndr), talvolta lo vendono che è andato a male perché esposto al sole».

In pediatria cosa vede?

«Vedo una bambina di 11 mesi di nome Sila che dovrebbe pesare 9-10 chili e invece ne pesa meno di 4 perché la mamma, denutrita anche lei, non riesce ad allattare, quindi per riempirle la pancia della figlia le ha fatto bere per settimane acqua e foglie di camomilla. Vedo una neonata di tre mesi che pesa due chili e mezzo, esattamente come quando è nata, ha perso il grasso corporeo e sembra un’anziana, quella che i medici chiamano faccia senile. Vedo un’adolescente di undici anni che aveva i capelli neri, ora li ha biondi quasi bianchi e li perde».

Avevano malattie precedenti?

«Questa è la narrazione che diffonde certa stampa israeliana. Sono tutti casi di malnutrizione primaria, senza condizioni pre-esistenti. Abbiamo anche la malnutrizione secondaria, ma la maggior parte dei miei pazienti è qui perché non ha di che mangiare».

I bambini riescono a recuperare del tutto?

«Purtroppo no. Gli adulti tollerano di più la fame, e se dopo quattro o cinque giorni senza cibo tornano ad alimentarsi, si riprendono. Per i piccoli è diverso. Il sistema nervoso centrale si forma pienamente nei primi tre anni, durante i quali servono sostanze come l’acido folico, le vitamine del gruppo b, gli aminoacidi, carnitina e altro. Sostanze che i bimbi di Gaza ora assumono in quantità molto inferiore al normale. Sopravviveranno ma da grandi avranno problemi di memoria, atassia, disturbi del comportamento, magrezza».

Senza mezzi, come lo fa il suo lavoro?

«Mi arrangio. Ho in cura un bimbo di nome Amir affetto dalla sindrome di Guillain-Barré, se avessi le immunoglobuline da iniettargli potrebbe tornare a casa tra tre giorni, ma non le ho, lo tengo in vita col ventilatore artificiale».

Lei mangia?

«Da due anni non mangio pesce, né carne, né pollo, né frutta buona. Due dei miei figli hanno perso uno 20 chili, l’altro 15. Cerco di scherzarci su, gli dico che così i pantaloni stanno meglio. Però dentro sento un coltello nel cuore. Contro il popolo palestinese Israele sta usando l’arma più sporca».

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