Sembrava impossibile, invece è successo. Dopo 13 anni di faticose indagini, osteggiate in tutti i modi, e un processo che languiva nelle aule dei tribunali, la giustizia colombiana ha ribadito la sua autorevolezza e la sua autonomia infliggendo una condanna per corruzione di testimoni e frode processuale al leader politico che più di qualunque altro è riuscito a plasmare la politica del Paese. Odiato e amato con la stessa intensità, Àlvaro Uribe Vélez, 73 anni, adesso rischia di vedersi infliggere fino a 12 anni di carcere. I suoi legali hanno già annunciato appello e la volontà di ricorrere fino alla Cassazione.
La sentenza
Si tratta di una sentenza storica, senza cedere alla retorica: è la prima volta che viene condannato un ex capo di Stato. Il verdetto è stato pronunciato dalla giudice Sandra Heredia. Prima di leggere il dispositivo della condanna ha ricordato che “l’imputato sapeva che le sue azioni erano illegali”, per smentire la tesi difensiva secondo la quale Uribe non era a …
Sembrava impossibile, invece è successo. Dopo 13 anni di faticose indagini, osteggiate in tutti i modi, e un processo che languiva nelle aule dei tribunali, la giustizia colombiana ha ribadito la sua autorevolezza e la sua autonomia infliggendo una condanna per corruzione di testimoni e frode processuale al leader politico che più di qualunque altro è riuscito a plasmare la politica del Paese. Odiato e amato con la stessa intensità, Àlvaro Uribe Vélez, 73 anni, adesso rischia di vedersi infliggere fino a 12 anni di carcere. I suoi legali hanno già annunciato appello e la volontà di ricorrere fino alla Cassazione.
La sentenza
Si tratta di una sentenza storica, senza cedere alla retorica: è la prima volta che viene condannato un ex capo di Stato. Il verdetto è stato pronunciato dalla giudice Sandra Heredia. Prima di leggere il dispositivo della condanna ha ricordato che “l’imputato sapeva che le sue azioni erano illegali”, per smentire la tesi difensiva secondo la quale Uribe non era a conoscenza dei fatti che gli erano contestati. Le prove fornite dall’accusa, tra cui registrazioni carpite di nascosto e intercettazioni telefoniche, hanno dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio il ruolo attivo dell’ex presidente per sottrarsi a un sospetto diventato con il tempo una certezza.
Le accuse
Il caso era nato nel 2012. Il senatore di sinistra Iván Cepeda aveva accusato Uribe di legami con i paramilitari. Lo aveva fatto davanti al Congresso e con il supporto delle testimonianze raccolte tra diversi membri degli squadroni della morte. Il principale di questi era Juan Guillermo Monsalve, figlio di uno dei capi della sicurezza in forze alla Hacienda Guacharas, una delle tante proprietà della famiglia dell’ex presidente. Secondo Monsalve, Uribe e suo fratello Santiago avevano fondato e finanziato il Bloque Metro, una fazione paramilitare che operava da quella finca situata nel dipartimento di Antioquia. Il verdetto non specifica se l’accusa lanciata da Cepeda sia vera o meno. Il nocciolo del processo si è concentrato sulla presunta influenza che l’ex presidente avrebbe esercitato per convincere alcuni testimoni, Monsalve in testa, a cambiare versione.
Le indagini hanno appurato che nel febbraio del 2018 l’avvocato di Uribe, Diego Cadena, fece visita in carcere al supertestimone per offrigli benefici giudiziari in cambio della sua ritrattazione. La conversazione è stata registrata dal finto orologio che indossava il detenuto. Nel 2018, grazie a questa registrazione, la Corte Suprema di Giustizia sospese le indagini a carico del senatore Cepeda che nel frattempo, per le sue gravi accuse, era stato denunciato da Uribe. E’ stato invece aperto un fascicolo per corruzione a carico dell’ex presidente.
I giudici hanno ordinato che venisse messo agli arresti domiciliari nel 2020 “per i possibili intralci alla giustizia”. Messo alle strette, Uribe decide di dimettersi da senatore in modo che la Corte Suprema perdesse la sua giurisdizione a indagarlo. Da quel momento il caso è finito nei tribunali ordinari.
Colombia spaccata
Il verdetto ha diviso ancora di più la Colombia. C’è chi ha esultato per una condanna che ha colpito un intoccabile, comunque un politico potente e con un forte radicamento tra la popolazione. E chi invece si è indignato sui social e ha riempito la rete di attestati di solidarietà. Uribe vanta ancora un largo sostegno. Il 70 per cento di indice di gradimento, che ha mantenuto fino alla fine, se l’era conquistato con il pugno di ferro, restituendo un senso di sicurezza a milioni di colombiani. Ma la sua amministrazione (2002-2010) si è anche macchiata di gravissime violazioni dei diritti umani. Aveva fatto spiare avversari, giornalisti, giudici e membri dell’opposizione e coperto le esecuzioni extragiudiziari di giovani civili, del tutto innocenti, travestiti da guerriglieri una volta fatti fuori. Il caso, esplosivo, era emerso in tutta la sua crudezza solo anni dopo. E’ noto come i falsos positivos. Provocò uno scandalo anche tra i vertici delle Forze armate coinvolte in questa barbara messinscena.
La difesa di Rubio
La condanna di Álvaro Uribe Vélez è stata stigmatizzata dal Segretario di Stato Usa Marco Rubio che su X ha scritto: “L’unico crimine dell’ex presidente colombiano è stato quello di aver lottato e difeso instancabilmente la sua patria. L’uso del potere giudiziario colombiano come arma di parte dei giudici radicali ha ora creato un precedente preoccupante”. Stesso solidarietà che l’amministrazione Trump ha offerto a Bolsonaro, anche lui sotto processo per il tentato golpe del gennaio 2023. Anche se non c’è un'identica amicizia e uguale sintonia con Uribe. A Rubio ha risposto la giudice Sandra Herenia. Prima di leggere il dispositivo ha affermato: “La giustizia è arrivata come doveva: calma, ponderata e senza pressioni. E’ un atto di giustizia, e solo di giustizia. Chiediamo rispetto. Chiediamo buon senso. Chiediamo che questo momento sia compreso con la maturità che merita”.