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Russia, Jashin: “Esule da un anno, ma continuo a combattere. Putin non è onnipotente”

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Parla l’oppositore scarcerato il 1° agosto del 2024 nel più grande scambio di prigionieri tra Russia e Occidente: “Non volevo lasciare la Russia. Mi hanno deportato. Usa e Ue diano più armi a Kiev. Le sanzioni non intimidiranno il Cremlino”
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MOSCA – Un anno fa erano in 16 sull’aereo che da Mosca atterrò ad Ankara, in Turchia, per il più grande scambio di prigionieri tra Russia e Occidente. A bordo, oltre al giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich e ai dissidenti Vladimir Kara-Murza e Oleg Orlov, c’era anche l’oppositore Ilja Jashin, l’unico detenuto politico russo che non voleva essere liberato.

«Non avevo dato il consenso. Non volevo lasciare la Russia perché non la si può cambiare dall’estero. Sono stato “deportato” contro la mia volontà», ci dice in video-collegamento dall’aeroporto di Berlino in attesa di volare a Belgrado per un raduno. Sorridente, t-shirt con Topolino, un veterano della politica a dispetto dei suoi 42 anni, prima dello scambio, Jashin stava scontando otto anni e mezzo per “fake news” sulle forze armate russe per aver raccontato i crimini commessi a Bucha in Ucraina.

MOSCA – Un anno fa erano in 16 sull’aereo che da Mosca atterrò ad Ankara, in Turchia, per il più grande scambio di prigionieri tra Russia e Occidente. A bordo, oltre al giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich e ai dissidenti Vladimir Kara-Murza e Oleg Orlov, c’era anche l’oppositore Ilja Jashin, l’unico detenuto politico russo che non voleva essere liberato.

«Non avevo dato il consenso. Non volevo lasciare la Russia perché non la si può cambiare dall’estero. Sono stato “deportato” contro la mia volontà», ci dice in video-collegamento dall’aeroporto di Berlino in attesa di volare a Belgrado per un raduno. Sorridente, t-shirt con Topolino, un veterano della politica a dispetto dei suoi 42 anni, prima dello scambio, Jashin stava scontando otto anni e mezzo per “fake news” sulle forze armate russe per aver raccontato i crimini commessi a Bucha in Ucraina.


Ucciso nel 2015 il suo mentore Boris Nemtsov e morto in carcere nel 2024 il suo amico Aleksej Navalny, Jashin è l’unico collante rimasto della dispersa e divisa opposizione russa. I 25 mesi di carcere e l’esilio forzato non l’hanno domato. «Minacciare Vladimir Putin di sanzioni non serve», dice. «Bisogna dare più armi all’Ucraina».

All’indomani dello scambio, in conferenza stampa, sfogò la sua rabbia per l’espulsione. Ora come sta?
«Il mio non era malcontento, ma un’accozzaglia di emozioni. Da un lato, ero felice di poter camminare liberamente, respirare aria fresca, rivedere i miei genitori. Dall’altro, ero indignato e arrabbiato perché al posto mio ci sarebbero dovuti essere detenuti politici anziani o malati e perché non potevo più tornare in Russia. Lo chiesi, ma sia gli agenti dell’Fsb che i negoziatori mi dissero che se lo avessi fatto avrei compromesso ulteriori scambi. E invece spero un giorno, magari presto, di riabbracciare vecchi amici. Ovviamente la nostalgia per la mia patria non è svanita e neppure la preoccupazione per i miei compagni ancora in carcere, ma mi sono adattato».

Liberandola e costringendola all’esilio, le autorità volevano neutralizzarla? O ha trovato un modo di fare politica all’estero?

«Sono d’accordo. L’obiettivo principale delle autorità è espellere gli oppositori perché un detenuto politico è un problema più grande di un esule politico. Nel 2022 provarono con varie minacce a convincermi a lasciare il Paese. Mi arrestarono soltanto dopo quattro mesi di tentativi e minacce a vuoto perché era chiaro che non sarei mai andato via dal Paese di mia volontà. Deportandomi mi hanno messo in una situazione di non ritorno. Sono consapevole che le parole che pronuncio oggi sono meno autorevoli per la società russa rispetto a quelle che pronunciavo dalla Russia e, soprattutto, dal carcere. Ma anche in esilio ho trovato il modo di fare opposizione. Non sono caduto in depressione, non ho ceduto all’apatia. Sto cercando di consolidare tutti i russi emigrati perché contrari alla guerra e di creare un movimento pacifista e democratico contro Putin che influisca sull’opinione pubblica russa. In un anno ho tenuto oltre 20 incontri con la diaspora. La mia voce è più debole, ma non inutile».

Molti russi in patria sono disillusi e smarriti. Sentono di non poter influire su quel che accade. Non vedono leader. E sono anche amareggiati dai continui dissidi tra gli oppositori in esilio. Che messaggio ha per loro?

«Capisco fin troppo bene la loro sfiducia, la sensazione che nulla cambierà. Accomuna tutti. Non solo i russi. Persino il presidente statunitense Donald Trump ha detto di essere disorientato e deluso. Non sa che pesci prendere con Putin. L’opposizione russa è stata stremata e decimata da 25 anni di omicidi politici e repressione. Ma non bisogna disperare. È vero, non ci sono più leader, ma questo vuol dire che la società civile e il movimento democratico devono diventare più adulti, più auto-organizzati. Io cerco di ispirare i miei connazionali dando l’esempio. Avevo promesso che non avrei litigato e ho mantenuto la parola».

L’8 agosto scadrà l’ultimatum lanciato da Trump a Putin per porre fine al conflitto, ma la minaccia di nuove sanzioni non fa presa. Che cosa può fermare il Cremlino?

«Putin non è un leader onnipotente. La sua risolutezza è limitata dalla determinazione dell’Occidente a opporgli resistenza. È vero, l’ultimatum di Trump non provoca che sorrisi sarcastici al Cremlino. Nessun dazio o sanzione economica intimidiranno Putin. L’unico linguaggio che comprende è la forza. L’unica minaccia efficace è aumentare radicalmente le forniture militari all’Ucraina. Anziché aumentare i dazi, Trump dovrebbe mandare più missili a lungo raggio, tank, aerei. Questo sì che potrebbe accelerare la pace. Lo stesso vale per l’Europa. I leader europei dovrebbero già da tempo riconoscere l’Ucraina come una parte stessa dell’Europa in lotta per difenderla da un aggressore. Per Putin questa è una guerra non contro l’Ucraina, ma contro il mondo occidentale e lo stesso ordine mondiale. Vuole cambiare l’assetto mondiale esistente».

Molti hanno protestato contro il concerto di Valerij Gergiev a Caserta poi annullato e contro l’invito a 13 parlamentari russi a Ginevra. Le autorità russe stanno cercando di sfondare l’isolamento?

«Sono episodi preoccupanti. Nella Ue, non solo in Italia, ci sono politici propensi a una certa normalizzazione strisciante dei rapporti con il regime di Putin. È pericoloso. Non bisogna abbassare la guardia. Non ci si deve fare illusioni. Bisogna capire che qualsiasi emissario di Putin, che sia un parlamentare o un uomo di cultura o spettacolo, è un nemico del mondo libero, un nemico dell’Europa unita, un nemico della solidarietà internazionale. Sono molto contento che l’Italia abbia cancellato il concerto di Gergiev e scongiurato questa vergogna. E sono invece adirato con la Svizzera che ha offerto una tribuna politica a Valentina Matvienko per giustificare la guerra contro l’Ucraina. È uno sputo sulle tombe di tutti i civili morti in Ucraina. Un insulto nei confronti del popolo ucraino che sta cercando di fermare l’aggressione di Putin contro l’Europa tutta. E anche una mancanza di rispetto nei confronti dei detenuti politici russi finiti in carcere per le loro opinioni pacifiste».

Che cosa pensa della lista di “citazioni russofobe” di vari leader occidentali, compreso il presidente italiano Sergio Mattarella, compilata da Mosca?

«È dovuta all’atavica abitudine dei servizi segreti russi di “annotare” tutti coloro che osano criticarli. La suscettibilità di Putin per le critiche è uno dei motivi per cui ha lanciato la guerra contro Kiev. Putin è molto attento a tutti coloro che osano dire anche una sola parola contro di lui. Ma i politici europei finiti in questa lista ne devono essere fieri. Essere invisi alle autorità russe è una medaglia al valore».

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