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Anna Foa: “Aspettavo le sentenze ma ora mi unisco a Grossman, a Gaza è un genocidio”

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Intervista alla storica: “Per un ebreo israeliano evocare quella possibilità è terribile, spalanca la porta del passato”
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Non c’è un passaggio dell’intervista rilasciata da Grossman a Repubblica che Anna Foa non condivida, a cominciare dalla parola genocidio che in bocca al grande scrittore israeliano suona come l’accusa più grave perché non tacciabile certo di pregiudizio di parte. Foa da tempo è in prima linea nella critica al governo Netanyahu e molte delle sue riflessioni su Israele le ha esposte in un recente libro dal titolo esplicito Il suicidio di Israele (Laterza), vincitore del Premio Strega Saggista.

Da storica come giudica la presa di posizione di Grossman?

«Grossman parla di genocidio con un dolore infinito. Un dolore che è anche il mio. Per molto tempo mi sono detta che sul genocidio bisognava aspettare si pronunciasse il Tribunale internazionale, ora credo sia arrivato il momento di avere il coraggio di usare quella parola».

È una parola bandita perché rimanda alla Shoah?

«Per un ebreo israeliano solo evocare quella possibilità è terribile, spalanca la porta a fantasmi del passato. E …

Non c’è un passaggio dell’intervista rilasciata da Grossman a Repubblica che Anna Foa non condivida, a cominciare dalla parola genocidio che in bocca al grande scrittore israeliano suona come l’accusa più grave perché non tacciabile certo di pregiudizio di parte. Foa da tempo è in prima linea nella critica al governo Netanyahu e molte delle sue riflessioni su Israele le ha esposte in un recente libro dal titolo esplicito Il suicidio di Israele (Laterza), vincitore del Premio Strega Saggista.

Da storica come giudica la presa di posizione di Grossman?

«Grossman parla di genocidio con un dolore infinito. Un dolore che è anche il mio. Per molto tempo mi sono detta che sul genocidio bisognava aspettare si pronunciasse il Tribunale internazionale, ora credo sia arrivato il momento di avere il coraggio di usare quella parola».

È una parola bandita perché rimanda alla Shoah?

«Per un ebreo israeliano solo evocare quella possibilità è terribile, spalanca la porta a fantasmi del passato. E se sei un soldato ti fa interrogare su quello che stai facendo. Deve essere una cosa tremenda dover rispondere a ordini disumani come sparare sulla folla di civili. Ora nell’esercito per fortuna si sta diffondendo una certa opposizione all’obbligo dell’obbedienza. Circola un video in cui si vedono soldati giovanissimi che bruciano le cartoline precetto».

Si sta creando una frattura dentro l’esercito israeliano?

«Nell’Idf ci sono reparti formati solo da coloni e c’è una forte penetrazione di estremisti religiosi. Gente che non considera l’uccisione di arabi civili come qualcosa che solleva problemi etici. Ma pensiamo a quanto devono soffrire quei soldati costretti a eseguire ordini che non considerano giusti. Oggi Grossman ha sventolato per tutti la bandiera nera. Sa di che si tratta?».

Probabilmente non è il simbolo anarchico, ma dica lei, spieghi meglio per favore.

«In Israele la bandiera nera è il simbolo di un ordine ingiusto. Rimanda al massacro di Kafr Qasim compiuto il 29 ottobre 1956 dalle forze israeliane contro donne, bambini e civili arabi israeliani. Nella sentenza si diceva che nessun militare può essere perseguito penalmente se ha disobbedito a un ordine illegale. La bandiera nera da allora evoca questo rifiuto».

Anche a lei sembra che sono ancora poche le sollevazioni degli ebrei contro quello che sta accadendo?

«Grossman dà una spiegazione che fa riflettere. Dice: “perché non vedere è più facile”. La gente ha paura di parlare. Credere alla paura e all’odio è più semplice. Nel mondo ebraico della diaspora non mi pare si stiano levando molte voci di denuncia. È vero però che in Israele le manifestazioni di protesta vanno crescendo di giorno in giorno. Per le strade sfilano ebrei con i volti dei bambini assassinati a Gaza. Ho visto un video in cui una ragazza di Gerusalemme girava in macchina gridando al megafono “i bambini sono bambini”. Qualcosa sta cambiando. Che non sia sufficiente per determinare un rovesciamento completo dell’opinione pubblica è possibile».

L’uccisione di tanti civili può mai essere una risposta all’orrore del 7 ottobre?

«Di fronte a quello che succede a Gaza anche il ricordo del 7 ottobre purtroppo sbiadisce. La popolazione palestinese ormai è concentrata nel 12 % della Striscia e l’esercito spara su quelli che aspettano il cibo e l’acqua, compresi i bambini. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha) ha in queste ore diffuso un video in cui mostra l’Idf sparare contro civili palestinesi seduti ad aspettare aiuti umanitari».

(reuters)

È questo il suicidio di Israele di cui parla nel suo libro?

«È suicidio l’isolamento e la fascistizzazione del Paese, la perdita di etica e di qualunque morale. È suicidio un’idea di suprematismo ebraico che giustifica qualunque scelta in nome della sicurezza di Israele. È suicidio seguire gli insegnamenti religiosi messianici che vorrebbero la Grande Israele. Vedere nell’altro sempre il pericolo è un’idea paranoica alimentata dalla paura».

La proposta di Macron di riconoscere lo Stato palestinese la convince?

«Certo ma andrebbe accompagnata da altre forme di pressione per porre fine a questo genocidio. Bisogna sospendere la vendita di armi e arrivare a un blocco di tutti i rapporti economici. Il popolo israeliano vuole la creazione di uno Stato palestinese e la fine dell’Occupazione. E soprattutto vuole vivere in un Paese democratico».

E Hamas in tutto questo? Pensa che questa guerra spietata riuscirà ad estirparne il dominio?

«Hamas è un’organizzazione terrorista e deve essere resa innocua, non c’è dubbio. Ma in 22 mesi di guerra non mi pare che l’obiettivo sia stato raggiunto. Per distruggerla ci vogliono le trattative. Non dimentichiamo inoltre che Netanyahu ha appoggiato Hamas a lungo considerandola più gestibile dell’Olp».

La soluzione è quella dei due Stati, alla quale Grossman stesso continua a credere?

«Non c’è alternativa. Mi piacerebbe due popoli in uno Stato come nell’idea dei sionisti un secolo fa, ma non mi sembra praticabile. Mi lasci però citare le parole con cui Grossman chiude la sua intervista: “Il nostro cuore è nel posto giusto: e batte in una realtà che è senza cuore”».

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