Ottant’anni dopo l’esplosione della prima bomba atomica, Donald Trump inventa la deterrenza social e mette in allerta lo strumento di distruzione di massa più devastante dell’arsenale americano. Ogni sottomarino dispone di 24 missili Trident, ciascuno con fino a dodici testate nucleari: si tratta di centinaia di ordigni, in grado di incenerire l’intera Russia. Non c’era mai stato qualcosa di simile: una tempesta a ciel sereno che arriva a evocare armi da fine del mondo in risposta alle parole di un personaggio che riveste a Mosca una carica formalmente importante - segretario del consiglio di sicurezza nazionale - ma non ha alcun peso politico al Cremlino.
Tutti gli esperti della materia giudicano l’iniziativa folle. Hans Kristensen della Federation of American Scientists, quella che ha creato l’Orologio dell’Apocalisse per rendere visibile il rischio di conflitto nucleare, l’ha definita «irresponsabile e spericolata»: la conferma dell’inadeguatezza di Trump come comandante suprem…
Ottant’anni dopo l’esplosione della prima bomba atomica, Donald Trump inventa la deterrenza social e mette in allerta lo strumento di distruzione di massa più devastante dell’arsenale americano. Ogni sottomarino dispone di 24 missili Trident, ciascuno con fino a dodici testate nucleari: si tratta di centinaia di ordigni, in grado di incenerire l’intera Russia. Non c’era mai stato qualcosa di simile: una tempesta a ciel sereno che arriva a evocare armi da fine del mondo in risposta alle parole di un personaggio che riveste a Mosca una carica formalmente importante - segretario del consiglio di sicurezza nazionale - ma non ha alcun peso politico al Cremlino.
Tutti gli esperti della materia giudicano l’iniziativa folle. Hans Kristensen della Federation of American Scientists, quella che ha creato l’Orologio dell’Apocalisse per rendere visibile il rischio di conflitto nucleare, l’ha definita «irresponsabile e spericolata»: la conferma dell’inadeguatezza di Trump come comandante supremo dello schieramento atomico più potente del pianeta. E la precisazione sempre sui social della Casa Bianca - «ho ordinato ai sottomarini di prendere posizione nelle regioni appropriate, non in vicinanza della Russia» - non fa che aumentare i dubbi sulla sua attitudine a gestire situazioni così pericolose. I missili Trident infatti possono colpire a continenti di distanza e la decisione annunciata del presidente equivale a porre i sommergibili in “Defcon 1”, il massimo livello di allarme con gli equipaggi pronti al lancio.
Le vecchie regole della deterrenza, messe a punto come una scienza negli anni della Guerra Fredda perché destinate a arbitrare la sopravvivenza dell’umanità, prevedevano una gradualità delle mosse, in modo da dare all’avversario l’opportunità di trovare una via d’uscita. È stato così anche nel momento più cupo, quello della crisi di Cuba del 1962, che vide contrapposti Kennedy e Kruscev: il negoziato parallelo e confidenziale ha impedito lo scontro totale quando si era arrivati a un passo dal baratro. Si cercava di comprendere la psicologia dei rivali ed evitare di metterli con le spalle al muro: una complessa partita di scacchi, con la consapevolezza che l’inizio di un conflitto avrebbe spazzato via la nostra civiltà.
Donald Trump non ha nulla a che vedere con il rigore degli statisti di quell’epoca e ormai ci siamo abituati all’alternanza di sparate e smentite che caratterizza la sua presidenza. Ma se tra la Casa Bianca e il Cremlino oggi esiste una profonda sintonia su tantissimi temi oltre a una empatia tra i due leader, resta un fattore capitale di differenza: Putin parla una lingua diversa. È figlio della Guerra Fredda, attentissimo ai rapporti di forza nucleari che permettono alla Russia di ambire al rango di superpotenza che fu dell’Urss: anche ieri ha mostrato l’importanza dedicata alla materia, annunciando la piena produzione dei missili Oreshnik. Può permettersi di perdere la faccia in un braccio di ferro con gli Usa e smentire Medvedev, che per un decennio è stato il suo alter ego e rappresenta ancora un punto di riferimento per i falchi del militarismo russo?
Per i canoni consolidati degli Stati maggiori quello di Trump è un ultimatum a cui ci si aspetta che la Russia risponda con altrettanta determinazione. Una mossa così brusca e maldestra da portare a chiedersi se dietro non ci sia altro: la volontà di esercitare una pressione per impedire un’escalation di Mosca in Ucraina o la spinta per obbligare il nuovo zar a trattare subito e seriamente con Zelensky, interrompendo l’offensiva. Di sicuro, se voleva trasmettere un segnale a Mosca, il presidente americano l’ha fatto nel modo più brutale e pericoloso.