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Georgia, in 250 giorni di proteste ininterrotte il Paese è cambiato

© Foto di Luna De Bartolo 
Alla legge sugli agenti stranieri sono seguite norme sempre più severe che limitano le libertà di parola e associazione. «Tutti aspettiamo che succeda qualcosa, ma non sappiamo cosa», dice Sofi, certa che «le strade torneranno a essere piene, nessuno vuole vivere come in Russia»
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TBILISI – Sofi, 22 anni, occhialoni neri sulle guance rotonde, siede in disparte sulla gradinata del parlamento accanto a un manifesto che ritrae un ragazzo pressappoco della stessa età. Il sorriso accennato di Davit Khomeriki, detenuto in attesa di processo da otto mesi, è sormontato da una scritta in grassetto nei caratteri curvilinei, danzanti, dell’alfabeto georgiano: tavisupleba, libertà.

Sono circa le dieci e mezza di una serata afosa di fine luglio. Su viale Rustaveli sta per iniziare il rito quotidiano della lettura dei nomi degli arrestati con accuse penali nelle dimostrazioni antigovernative dell’inverno scorso. Dalla giornalista Mzia Amaghlobeli, che rischia sette anni per uno schiaffetto al poliziotto che l’aveva insultata, a Daniel Mumladze e Guram Khutashvili: tre anni delle loro giovani vite a fronte di una videocamera di sorveglianza danneggiata. In quelle notti gelide, l’odore acre dei lacrimogeni appestava l’aria di Tbilisi. La repressione è stata brutale. Eppure, i…

TBILISI – Sofi, 22 anni, occhialoni neri sulle guance rotonde, siede in disparte sulla gradinata del parlamento accanto a un manifesto che ritrae un ragazzo pressappoco della stessa età. Il sorriso accennato di Davit Khomeriki, detenuto in attesa di processo da otto mesi, è sormontato da una scritta in grassetto nei caratteri curvilinei, danzanti, dell’alfabeto georgiano: tavisupleba, libertà.

Sono circa le dieci e mezza di una serata afosa di fine luglio. Su viale Rustaveli sta per iniziare il rito quotidiano della lettura dei nomi degli arrestati con accuse penali nelle dimostrazioni antigovernative dell’inverno scorso. Dalla giornalista Mzia Amaghlobeli, che rischia sette anni per uno schiaffetto al poliziotto che l’aveva insultata, a Daniel Mumladze e Guram Khutashvili: tre anni delle loro giovani vite a fronte di una videocamera di sorveglianza danneggiata. In quelle notti gelide, l’odore acre dei lacrimogeni appestava l’aria di Tbilisi. La repressione è stata brutale. Eppure, i volti sfigurati e le ossa rotte di manifestanti, operatori dei media e membri delle opposizioni, e le accuse di torture in custodia mosse dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani non hanno portato a una singola indagine aperta nei confronti di appartenenti alle forze dell’ordine.

Tavisupleba, ripetono dopo ogni nome non più di duecento persone, tante a viso coperto per ingannare gli occhi elettronici che tutto vedono, presenti in gran numero nell’area del parlamento. Mascherine veneziane, ritagli di pizzo: sembra un carnevale, ma non è allegro. Non c’è un solo agente. Il controllo a distanza, che si serve di tecnologie di riconoscimento facciale, è soffocante. Le multe pari a tre volte lo stipendio medio per il reato di “blocco stradale” raggiungono tutti, anche chi non ha bloccato nulla. Anche i giornalisti. Si ha paura a scendere in strada, ma a pesare davvero è la stanchezza.

© Foto di Luna De Bartolo 

Certo, durante i fine settimana la partecipazione è maggiore, e sì, di tanto in tanto vengono convocate manifestazioni che richiamano alcune migliaia di persone. La Georgia resiste. Ma in 250 giorni di proteste ininterrotte, il Paese è mutato radicalmente. Alla legge sugli agenti stranieri, la cosiddetta “legge russa” che diede il là alle primissime dimostrazioni, sono seguite norme sempre più severe che limitano le libertà di parola e associazione. Le organizzazioni della società civile e i media indipendenti hanno perso quote cospicue di fondi. I loro membri temono che, una volta decimate le opposizioni, verrà il loro turno.

La stanchezza è legata all’attesa, il tempo su viale Rustaveli è come congelato. «Tutti aspettiamo che succeda qualcosa, ma non sappiamo cosa», dice Sofi, certa però che «quando arriverà il momento le strade ritorneranno a essere piene, nessuno vuole vivere come in Russia». L’autunno è carico di eventi, dalle elezioni locali, dove la litigiosa opposizione, frammentata tra chi parteciperà e chi boicotterà il voto, non ha possibilità di prevalere, alla decisione dell’Ue sull’abolizione, minacciata, del regime di esenzione dei visti, per cui è sufficiente una maggioranza qualificata di stati membri. «Una revoca», avverte Kornely Kakachia, direttore del Georgian Institute of Politics, «colpirebbe duramente molti cittadini comuni».

Qualcosa dovrà accadere, ripetono come un mantra tanto i georgiani in strada quanto quelli che non ci vanno più. Qualcosa di imprevedibile, come la dichiarazione da cui hanno avuto origine questi 250 giorni.

© Foto di Luna De Bartolo 

Era il 28 novembre, quando a sorpresa, dopo una vittoria in elezioni segnate da gravi irregolarità, che pure non aveva scatenato proteste in grado di impensierire il partito al potere, il premier Irakli Kobakhidze annunciava lo stop al percorso europeo della Georgia. In poche ore, decine di migliaia di cittadini si erano riversati su questo stesso viale, fin dai tempi dell’Unione sovietica teatro delle sollevazioni che scandiscono la storia di un piccolo Paese perennemente in lotta per la propria indipendenza. Da più di due secoli, la minaccia arriva da nord. E nel rapido scivolamento autoritario di Sogno georgiano, creatura dell’oligarca Bidzina Ivanishvili, l’uomo che dopo una breve parentesi da premier nel 2012-2013 ne controlla ogni movimento pur ricoprendo di rado cariche pubbliche, sono rimasti in pochi non scorgere se non la regia, quantomeno il supporto attivo di Mosca.

Relazioni che restano nell’ombra, vista la persistente ostilità della grande maggioranza della popolazione verso la Russia e il nodo dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, regioni internazionalmente considerate parte della Georgia ma proclamatesi indipendenti e riconosciute dal Cremlino dopo la guerra del 2008. «Se però Tbilisi dovesse cambiare radicalmente la propria politica estera e di sicurezza non sappiamo cosa potrebbe accadere, perché secondo i sondaggi [il ripristino dell’integrità territoriale] è questione di fondamentale importanza per tanti georgiani. Vedremo come reagiranno, se si trovassero a dover valutare un avvicinamento alla Russia accompagnato da una sorta di confederazione [con le regioni separatiste]», riflette Kakachia.

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Intanto, il colpo di grazia alla morente democrazia è atteso con la pubblicazione del report finale della Commissione parlamentare d’inchiesta Tsulukiani, le cui conclusioni saranno presentate in aula a settembre. Chiamata a indagare sui presunti crimini compiuti dall’Unm dell’ex presidente incarcerato Mikheil Saakashvili tra il 2003 e il 2012, quando era al potere, ha esteso il suo raggio d’azione fino a oggi, prendendo di mira ogni formazione rivale. Sei leader sono agli arresti per non aver risposto alle convocazioni, nel quadro del più ampio boicottaggio del parlamento uscito dalle contestate elezioni dello scorso anno. Ad atterrire è il fine ultimo, dichiarato: ottenere dalla Corte costituzionale la messa al bando di quello che il governo in carica chiama “Unm collettivo”. L’intera opposizione.

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