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Foto Ahmed Sh Abu Ajwa 

Il fotografo che cerca la vita tra le macerie della Striscia di Gaza

Nell’obiettivo di Ahmed Sh Abu Ajwa un bimbo con i palloncini, una boxeur che sogna le Olimpiadi, vecchi che giocano a carte
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GERUSALEMME – A volte se ne va in giro all’alba, Ahmed Sh Abu Ajwa. Non che si dorma a Gaza, tra gli insetti, l’odore dei cadaveri in decomposizione, i droni che hanno occupato il silenzio. E il rumore dei raid, certo, quelli non cessano mai. Ma la luce del giorno è prova inconfutabile: «Vuol dire che sono ancora vivo». E allora lui va, a cercare vita in una distesa di morte. Ahmed ha 28 anni, è un fotografo e un regista. A differenza di tanti ragazzi della sua età, aveva fatto in tempo a vedere il mondo fuori da Gaza, prima della guerra. La scorsa settimana ci ha inviato un video in cui sorrideva felice come un bambino: «Ho trovato la farina! Sette pagnotte per dieci persone, 100 shekel, non male eh?!», scherzò. Vive a Gaza nord, c’è tornato a gennaio dopo essere stato come tutti sfollato al sud. Gli è rimasta solo una cosa della sua vita precedente: la fotocamera.

Le immagini che cattura non sono quelle di corpi dilaniati, pezzi di braccia, di mani, di teste in decomposizione…

GERUSALEMME – A volte se ne va in giro all’alba, Ahmed Sh Abu Ajwa. Non che si dorma a Gaza, tra gli insetti, l’odore dei cadaveri in decomposizione, i droni che hanno occupato il silenzio. E il rumore dei raid, certo, quelli non cessano mai. Ma la luce del giorno è prova inconfutabile: «Vuol dire che sono ancora vivo». E allora lui va, a cercare vita in una distesa di morte. Ahmed ha 28 anni, è un fotografo e un regista. A differenza di tanti ragazzi della sua età, aveva fatto in tempo a vedere il mondo fuori da Gaza, prima della guerra. La scorsa settimana ci ha inviato un video in cui sorrideva felice come un bambino: «Ho trovato la farina! Sette pagnotte per dieci persone, 100 shekel, non male eh?!», scherzò. Vive a Gaza nord, c’è tornato a gennaio dopo essere stato come tutti sfollato al sud. Gli è rimasta solo una cosa della sua vita precedente: la fotocamera.

Le immagini che cattura non sono quelle di corpi dilaniati, pezzi di braccia, di mani, di teste in decomposizione. Sono frammenti di vita. Li scova tra le carcasse delle auto bruciate, negli scheletri dei palazzi, sotto i copertoni usati come giacigli.

Foto Ahmed Sh Abu Ajwa 

Un giorno ha incontrato Saeed, un bambino che «avrà avuto otto, nove anni: camminava in una distesa di macerie con un mucchio di palloncini in mano. Nessuno li comprava, ma lui ha continuato a provarci per tutto il giorno». Spesso Ahmed se ne va al porto, dove migliaia di persone si sono accampate tra tende e cubi di cemento residuo di edifici che furono.

Foto Ahmed Sh Abu Ajwa 

«Il mare di Gaza è sempre stato il mio rifugio personale, il posto dove andare quando cercavo un attimo di respiro in una realtà soffocante. A riva, cerco scene di vita in un luogo pieno di assedio e distruzione». Quel mare è stato impedito ai gazawi dall’Idf, ma i ragazzini se ne fregano, e rischiano. Si tuffano, appena possono, «sperando che per un attimo l’acqua li porti via da qui, almeno con il pensiero».

Foto Ahmed Sh Abu Ajwa

 

Pochi giorni fa si è imbattuto in un gruppo di anziani che giocavano a carte su un tavolino di legno, l’unica cosa rimasta della palazzina in cui abitavano. «Anche senza cibo, quegli uomini erano pieni di dignità». Eccola la parola scomparsa in questo flusso di immagini di palestinesi morti, smembrati, denutriti, impotenti. Condannati ad essere vittime, solo vittime. «E’ fondamentale trasmettere la realtà della guerra in tutta la sua brutalità, ma io cerco di raccontare il nostro tentativo di sopravvivere. Siamo un popolo che si è sempre aggrappato alla vita. Queste immagini non sono solo una documentazione della sofferenza, sono una testimonianza di resilienza. Credo che possano toccare i cuori del mondo in un modo diverso, al di là del sangue, per aiutarci a fermare lo sterminio».

Foto Ahmed Sh Abu Ajwa 

Salwa Raafat è medaglia olimpica di “lotta per la sopravvivenza”. Ha 18 anni, è magra, alta e indossa l’hijab. Prima della guerra si era iscritta al club di boxe femminile di Gaza, portandosi dietro sua sorella, Jana, 13 anni, niente velo. La palestra era stata aperta da Osama Ayoub nel 2020, non senza difficoltà: «Ricevemmo molte critiche, la società aveva pregiudizi sulle donne e la boxe, alla fine ce l’abbiamo fatta», ricorda. Un amico che vive a Parigi, Reem, gli fece avere 10 paia di guantoni. Poi è arrivato il 7 ottobre. E la catastrofe. Salwa e Jana sono state sfollate decine di volte, ma hanno continuato ad allenarsi con le altre anche sotto i bombardamenti israeliani: «Era spaventoso e pericoloso, ma siamo andate avanti». Si vedevano sulla spiaggia di al Mawasi, davanti alla tendopoli, la sabbia come ring, «un cuscino e un coperchio di pentola!», racconta. Hanno smesso da qualche settimana: poco cibo, poche energie. «Come atlete, abbiamo bisogno di resistenza, e per questo serve del buon cibo. Sfortunatamente, non ce n’è».

Il fotografo Ahmed Sh Abu Ajwa 

L’ultima privazione è anche la più feroce. La boxe «è la mia via di fuga dallo stress, dalla paura, dall’ansia. Mi fa pensare che nulla è impossibile quando hai un obiettivo e un sogno». Il tuo, Salwa, qual è? «Le olimpiadi del 2028. Rappresentare il mio Paese e dimostrare il mio valore». Farlo anche per Farah, Malak e Lama, 18, 17 e 18 anni, tre compagne di squadra uccise dai raid israeliani. «E’ stato devastante. Abbiamo condiviso tanta fatica e bellissimi ricordi. Voglio dire a tutte le ragazze: siate ambiziose. Non so se sarò ancora qui dopo la guerra, ma vi assicuro che ci sto provando».

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