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Hiroshima, la sopravvissuta: “A 80 anni devo ancora spiegare al mondo perché dire no all’atomica”

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Intervista a Koko Kondo. Quando il 6 agosto 1945 la bomba cadde a un chilometro dalla sua casa era una neonata in braccio alla madre. “Raccontare è la sola cosa che dobbiamo fare. Io credo negli esseri umani, che possano cambiare”
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“Non voglio rinunciare alla mia speranza, senza la speranza cosa ci resta?”. Quando il 6 agosto del 1945 la bomba atomica ha colpito Hiroshima, a un chilometro di distanza da casa, Koko Kondo era una neonata in braccio alla mamma. Tutto è venuto giù, ma loro sono sopravvissute sotto i detriti. Oggi, 80 anni dopo, Koko-san continua a portare avanti l’insegnamento di suo papà, il reverendo metodista Kiyoshi Tanimoto, che per tutta la sua vita ha lavorato a sostegno degli hibakusha, i colpiti dalle bombe: “Dobbiamo continuare a raccontare la nostra storia per fare in modo che non succeda più”, dice piena di energia nella sua città natale, dove abita e dove oggi parteciperà alla commemorazione della tragedia. Sullo sfondo della videochiamata un’immagine della famosa cupola, simbolo della devastazione del 6 agosto 1945.

“Non voglio rinunciare alla mia speranza, senza la speranza cosa ci resta?”. Quando il 6 agosto del 1945 la bomba atomica ha colpito Hiroshima, a un chilometro di distanza da casa, Koko Kondo era una neonata in braccio alla mamma. Tutto è venuto giù, ma loro sono sopravvissute sotto i detriti. Oggi, 80 anni dopo, Koko-san continua a portare avanti l’insegnamento di suo papà, il reverendo metodista Kiyoshi Tanimoto, che per tutta la sua vita ha lavorato a sostegno degli hibakusha, i colpiti dalle bombe: “Dobbiamo continuare a raccontare la nostra storia per fare in modo che non succeda più”, dice piena di energia nella sua città natale, dove abita e dove oggi parteciperà alla commemorazione della tragedia. Sullo sfondo della videochiamata un’immagine della famosa cupola, simbolo della devastazione del 6 agosto 1945.

Quando le hanno raccontato quello che era successo quel giorno?

“Mio padre era così occupato che non mi ha mai parlato di ciò che era successo, e per tanti anni io non ho fatto ai miei genitori una domanda diretta. Eppure anche da bambina, a poco a poco, qualcosa capivo, dai suoi sermoni e da quello che succedeva nella chiesa”.

Per esempio?

“Mi ricordo lo shock, avrò avuto circa quattro anni, quando alla chiesa sono arrivati decine di bambini senza genitori. Durante la guerra erano stati trasferiti con i loro insegnanti in campagna per essere al sicuro, ma tutti i loro parenti, i loro genitori, i loro fratelli maggiori, erano rimasti a Hiroshima ad erano morti. Quei bambini erano orfani. All’epoca non si poteva adottare, ma mio padre che aveva fatto il seminario negli Stati Uniti, creò una specie di adozione “morale”: delle famiglie americane scrivevano loro delle lettere per il Natale o il compleanno, a volte mandavano qualche soldino, per far sentire un po’ di calore. E poi c’erano tutte quelle ragazze sfigurate”.

Che spiegazione si era data la piccola Koko?

“Avevo capito che era stata una bomba e avevo deciso – senza dirlo a nessuno, a mio padre di certo non potevo - che quando fossi cresciuta mi sarei vendicata. Avrei trovato chi l’aveva lanciata e gli avrei dato un morso, un calcio o un pugno. Lo odiavo. E poi me lo sono ritrovato davanti davvero”.

Quando?

“Mio padre era negli Stati Uniti, dove aveva portato 25 ragazze sfigurate per un intervento di chirurgia plastica, quando una rete televisiva americana chiamò mia madre e le chiede di venire senza dire nulla a nessuno, nemmeno a lui. Con i miei tre fratelli più piccoli andammo a Tokyo per farci i passaporti e prendemmo subito l’aereo. Lo show si chiamava “Questa è la tua vita” e i protagonisti di quella puntata erano mio padre e Robert Lewis, il copilota dell’Enola Gay”.

Lo morse?

“Avevo dieci anni e c’erano così tante persone nello studio, ero paralizzata. Lo guardavo fissa. Poi a un certo punto l’intervistatore gli chiese come si fosse sentito dopo aver sganciato la bomba. Rispose che dopo aver visto che Hiroshima era scomparsa prese il suo quaderno e scrisse “Mio Dio cosa abbiamo fatto”. La voce di Koko Kondo si rompe. “In quel momento ho visto che stava piangendo e pensai: i mostri non possono piangere. Alla fine dello spettacolo mi avvicinai a lui a piccoli passi, come un granchietto, gli sfiorai la mano, lui la sentì e la strinse forte. Capii che non dovevo odiare un nemico, delle persone, dovevo odiare la guerra”.

La guerra però la fanno gli uomini, e ne stanno facendo tante.

“Quando leggo i giornali o guardo la televisione mi prende una grande tristezza. Sono passati 80 anni e abbiamo armi ancora più potenti”.

Crede ancora che sia possibile eliminare le armi nucleari? Crede che qualcuno dei sopravvissuti di Hiroshima vedrà quel momento?

“Io non so dire cosa succederà, noi sopravvissuti stiamo invecchiando, ma so che dobbiamo continuare a mostrare al mondo perché quelle armi non dovremmo averle. So che se non facciamo nulla il mondo rischia di non esistere più. E mi fa piacere che molte persone vengano qui a Hiroshima a vedere quello che noi abbiamo visto”.

Celebriamo una memoria, ma il mondo si sta comportando di conseguenza?

“E’ difficile rispondere, ma forse venendo qui le persone, anche i politici, si porteranno dentro il cuore qualcosa. Mio padre mi ha sempre detto che è una cosa che deve passare da persona a persona, e io spero che il potere delle persone sia più forte anche di quello dei governi. E’ un processo lento, non è facile, ma raccontare è la sola cosa che dobbiamo fare. Io credo negli esseri umani, che possano cambiare. Se non crediamo in questo, se non facciamo nulla, che cosa ci resta da fare?”.

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