Sopravvissuto alla Shoah riceve dopo 82 anni un pacco dei genitori morti in un lager nazista
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO – Daniel Heiman tiene in mano un pacchetto spedito dai suoi genitori, lo apre, piange. Non gli era più capitato di piangere: non da quando era morto il figlio, e mai prima. Ma il sopravvissuto all’Olocausto non piange per il contenuto - foto ingiallite, documenti di un’altra era, passaporti ormai inservibili – ma perché quel pacchetto ha impiegato 82 anni per raggiungerlo. Il mittente erano i suoi genitori, all’epoca intrappolati nella Germania nazista, perseguitati in quanto ebrei.
Quando si riprende dalla commozione travolgente, il novantanovenne commenta, asciutto: “Certo non capita tutti i giorni di ricevere posta dai propri genitori dopo ottantadue anni”. E la Bild documenta tutto.
All’epoca in cui il pacco fu spedito a Weiden, nel Palatinato, Daniel Heiman aveva undici anni. I suoi nonni avevano posseduto una fabbrica di vetro ma erano stati espropriati dai nazisti dopo le leggi razziali. Lui aveva vissuto per un po’ con la famiglia a Norimberga, poi i genitori, Max ed …
BERLINO – Daniel Heiman tiene in mano un pacchetto spedito dai suoi genitori, lo apre, piange. Non gli era più capitato di piangere: non da quando era morto il figlio, e mai prima. Ma il sopravvissuto all’Olocausto non piange per il contenuto - foto ingiallite, documenti di un’altra era, passaporti ormai inservibili – ma perché quel pacchetto ha impiegato 82 anni per raggiungerlo. Il mittente erano i suoi genitori, all’epoca intrappolati nella Germania nazista, perseguitati in quanto ebrei.
Quando si riprende dalla commozione travolgente, il novantanovenne commenta, asciutto: “Certo non capita tutti i giorni di ricevere posta dai propri genitori dopo ottantadue anni”. E la Bild documenta tutto.
All’epoca in cui il pacco fu spedito a Weiden, nel Palatinato, Daniel Heiman aveva undici anni. I suoi nonni avevano posseduto una fabbrica di vetro ma erano stati espropriati dai nazisti dopo le leggi razziali. Lui aveva vissuto per un po’ con la famiglia a Norimberga, poi i genitori, Max ed Elise, erano riusciti a far scappare la sorella Kaethe in Inghilterra, e lui era stato affidato a un’organizzazione ebraica in Palestina. Sua madre e suo padre però, non erano riusciti a salvarsi: erano stati deportati in Polonia e sono morti in un campo di concentramento, a Belzec o Sobibor.
Prima del loro ultimo viaggio, Max ed Elise avevano spedito il pacchetto a un’amica di famiglia che lo custodì fino alla morte. Nessuno lo venne mai a prendere. Quando la donna morì, fu affidato a un’associazione cristiana e dimenticato in un armadio, finché una giornalista che aveva fatto delle ricerche sulla famiglia, Christina Ascherl, lo scovò. La cronista ha anche scoperto che Daniel Heiman si chiamava, alla nascita, Theo Heimann, con due ’n’, ma che cambiò nome quando andò a vivere in Israele. E dalla scorsa settimana una pietra d’inciampo, a Weiden, paese d’origine della famiglia Heiman ricorda la madre di Daniel, Elise.