I libri per imparare l’italiano non sono pensati per chi è nato a Gaza. Per esercitare la conversazione chiedono all’alunno se ha fratelli o sorelle, come si chiamano e quanti anni hanno. Domande innocue nel resto del mondo. Non a Gaza. «Ho cinque fratelli e quattro sorelle. Si chiamano Rakam, Yahya, Raslan, Jobran, Eve, Luqman, Saden, Reval, Sedar». Si chiamano, al presente: la convinzione che siano ancora vivi, solo traslocati in Paradiso vicino a Dio. Con un gesto assai eloquente del braccio destro, l’unico che muove essendo l’altro immobilizzato dai chiodi del tutore d’acciaio, Adam chiude la frase e l’esercizio, facendo capire alla maestra la fine terrena dei suoi fratelli per colpa del missile israeliano.
Adam sa tutto, ricorda tutto. Persino il punto esatto dove lo hanno ritrovato, dopo l’esplosione. «Sotto i mattoni della mia casa». Risponde in italiano e la pronuncia è già buona. È portato per le lingue. A undici anni conosce l’arabo e manda a memoria versi del Corano («il l…
I libri per imparare l’italiano non sono pensati per chi è nato a Gaza. Per esercitare la conversazione chiedono all’alunno se ha fratelli o sorelle, come si chiamano e quanti anni hanno. Domande innocue nel resto del mondo. Non a Gaza. «Ho cinque fratelli e quattro sorelle. Si chiamano Rakam, Yahya, Raslan, Jobran, Eve, Luqman, Saden, Reval, Sedar». Si chiamano, al presente: la convinzione che siano ancora vivi, solo traslocati in Paradiso vicino a Dio. Con un gesto assai eloquente del braccio destro, l’unico che muove essendo l’altro immobilizzato dai chiodi del tutore d’acciaio, Adam chiude la frase e l’esercizio, facendo capire alla maestra la fine terrena dei suoi fratelli per colpa del missile israeliano.
Adam sa tutto, ricorda tutto. Persino il punto esatto dove lo hanno ritrovato, dopo l’esplosione. «Sotto i mattoni della mia casa». Risponde in italiano e la pronuncia è già buona. È portato per le lingue. A undici anni conosce l’arabo e manda a memoria versi del Corano («il libro sacro ha 600 pagine, molte le ha imparate», dice la mamma, Alaa al Najjar, 37 anni), parla l’inglese e prima della guerra studiava anche il tedesco. Corso interrotto causa bombe. All’ospedale Niguarda, dove è stato ricoverato per un mese e dove adesso torna per la fisioterapia e per sottoporsi a esami medici, prende lezioni di italiano. Due volte alla settimana la maestra sale in pediatria, va nella family room della Fondazione per l’infanzia Ronald McDonald e davanti a lui apre il libro, pieno di figure, di regole, di sostantivi e di domande.
«Io voglio andare a scuola…», fa Adam, qui la pronuncia ancora non è perfetta ma il significato è chiaro. Per età dovrebbe frequentare la prima media, che a Gaza, dove le scuole non esistono più, equivale al settimo grado. A Milano può cominciare l’anno a settembre, la classe di inserimento dipenderà dal livello di conoscenza dell’italiano. Forse lo metteranno in quarta elementare, o forse più su. «Sto cercando di non fargli perdere due anni», si preoccupa Alaa. Per l’unico figlio che le è rimasto si augura sempre la stessa cosa, in Italia come a Gaza: «Che diventi la persona migliore al mondo e che possa avere tutte le opportunità».
Nella stanza dove Adam è stato ricoverato dopo l’operazione al braccio, al secondo piano del Niguarda, ci sono tre letti. Uno era per lui, uno per Alaa, uno per zia Israa, 34 anni, arrivata a Milano dal Canada per assistere la sorella e il nipote. Famiglia numerosa, quella degli al Najjar: provengono tutti dallo stesso quartiere di Khan Yunis, bombardato e raso al suolo dai bulldozer.
«Adam ha quattro zie e quattro zii», racconta Alaa. Fino al maggio scorso lei lavorava come pediatra all’ospedale Nasser. Per il mondo che ha conosciuto la sua storia è la mamma che ha sofferto il dolore assoluto e innominato, perché non esiste un termine che descriva e contenga la perdita di nove figli e di un marito, uccisi il 24 maggio scorso dal raid dell’aviazione israeliana. Due missili hanno colpito la loro casa e ancora non si è capito perché.
Adam, quel giorno, ce l’ha conficcato nella carne, frantumato in più di cento schegge di vetro. I dottori del Niguarda le hanno viste e contate appena il bimbo è stato sottoposto alla tac. Cento minuscole lacrime sotto la pelle. Le più grandi, undici, sono state rimosse dai chirurghi italiani con la prima operazione. Le altre schegge rimarranno, a meno che il corpo non riesca a espellerle. Gli occhi di Alaa esprimono la sincerità della gratitudine. «Sono grata al governo italiano che ci ha portati qui, sono grata ai medici che ci stanno aiutando, sono grata agli infermieri, agli psicologi e ai fisioterapisti che ogni giorno curano mio figlio e sono diventati i suoi nuovi amici».
La dottoressa dei bambini, però, sa fin troppo bene che a undici anni tutti gli adulti di questo mondo non sostituiscono un amico coetaneo. Adam il sopravvissuto chiede di Ramadan, un altro sopravvissuto: ha 9 anni, è il figlio di zia Ayat Amin ed è malato. L’intervento chirurgico cui è stato sottoposto a Khan Yunis non ha risolto il problema delle occlusioni intestinali. A giugno sembrava sul punto di arrivare anche lui in Italia, ma all’ultimo i piani sono cambiati.
Attorno ad Adam ci sono tanti mattoncini di plastica. Quando dice «adesso voglio costruire» è il segnale che per qualche ora non va disturbato: la priorità è assemblare macchine, mettere insieme i pezzi, creare il possibile. Gli hanno regalato un modello della moschea della Mecca, migliaia di mattoncini: usando un solo braccio e quattro dita ha impiegato appena tre giorni a farla.
«Anche l’indice della mano destra è ferito», spiega Alaa, che da dottoressa qual è usa precisi vocaboli medici per raccontare lo stato clinico del figlio. Il braccio sinistro ha due nervi lesionati e un terzo strappato di tre centimetri, quelli lesionati stanno recuperando grazie all’operazione e alla fisioterapia. Durante la riabilitazione Adam conta in italiano le volte che riesce ad alzare le dita, quasi una cantilena. Come adesso che snocciola i nomi dei mesi, «gennaio, febbraio, marzo»… Tra quanto recupererà l’uso del braccio non si sa. «Per la ripresa della funzionalità forse servirà un altro intervento. Il nervo ottico lesionato sta migliorando, e anche l’udito».
Dell’Italia per ora Adam ha visto la corsia di pediatria del Niguarda, un cortile vicino all’ospedale, l’appartamento dove vive con la mamma e il lago di Como. A luglio zia Israa lo ha portato a fare una gita. «Ho mangiato il gelato e la pizza». Ogni tanto fa delle passeggiate nei dintorni per andare a vedere i cavalli, le capre e i conigli. Fa parte della terapia. «Sta reagendo bene perché non finge che non sia accaduto niente, non nega, si sforza di cercare i lati positivi nelle cose brutte. Anche rispetto al braccio, si sente fortunato, “Dio mi ama”, dice. E lei, Alaa, come sta?
La mamma del dolore assoluto sospira.
«Penso tanto. Penso al futuro di Adam, a come dargli le cose che aveva a Gaza prima della guerra. Non eravamo una famiglia povera, avevamo sempre acqua, cibo ed elettricità perché mio marito Hamdi aveva un impianto solare». E al suo, di futuro, ci pensa? «Mi piaceva aiutare i bambini all’ospedale». Adam, davanti a lei, gioca con le costruzioni, canticchia qualcosa. «Adesso però devo stare accanto a lui».
Alaa scriverà un libro, forse, un giorno. All’università di medicina progettava un manuale per studenti. Le notizie della carestia, le immagini dei bambini scheletrici, la sofferenza dei suoi connazionali, la fanno piangere in silenzio. «Gaza mi manca. Quando sono uscita mi sono sentita in colpa, non volevo andarmene così. A Gaza ci sono le tombe dei miei dieci figli (nove uccisi nel raid, uno perso per malattia) e di mio marito. Tornerò da loro, prima o poi».