Mentre Volodymyr Zelensky arrivava a Washington scortato da una pletora di alleati europei a dargli man forte, Vladimir Putin continuava la sua girandola di telefonate per condividere i suoi «pensieri» sull’incontro con Donald Trump in Alaska con i satrapi di Bielorussia e Asia Centrale — Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tajikistan — e con i leader dei cosiddetti Paesi emergenti Brics — Brasile, India e Sudafrica. A ricordare che l’isolamento da cui lo avrebbe sdoganato il vertice di Anchorage ha sempre riguardato soltanto l’Occidente. E c’è e c’è sempre stata un’altra parte di mondo che non si è unita alle sanzioni. Da tutti gli alleati, Putin ha ricevuto sostegno per una «soluzione pacifica in Ucraina» che però continua a sembrare lontana.
Mosca sperava che l’incontro tra Trump e Zelensky finisse in un’altra débâcle come quella del 28 febbraio così da poter pilatescamente incolpare il presidente ucraino e i leader europei di aver sabotato lo sforzo statunitense di mediazione…
Mentre Volodymyr Zelensky arrivava a Washington scortato da una pletora di alleati europei a dargli man forte, Vladimir Putin continuava la sua girandola di telefonate per condividere i suoi «pensieri» sull’incontro con Donald Trump in Alaska con i satrapi di Bielorussia e Asia Centrale — Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tajikistan — e con i leader dei cosiddetti Paesi emergenti Brics — Brasile, India e Sudafrica. A ricordare che l’isolamento da cui lo avrebbe sdoganato il vertice di Anchorage ha sempre riguardato soltanto l’Occidente. E c’è e c’è sempre stata un’altra parte di mondo che non si è unita alle sanzioni. Da tutti gli alleati, Putin ha ricevuto sostegno per una «soluzione pacifica in Ucraina» che però continua a sembrare lontana.
Mosca sperava che l’incontro tra Trump e Zelensky finisse in un’altra débâcle come quella del 28 febbraio così da poter pilatescamente incolpare il presidente ucraino e i leader europei di aver sabotato lo sforzo statunitense di mediazione. Il capo del Fondo russo sovrano Kirill Dmitriev — che venerdì in Alaska avrebbe dovuto partecipare ai negoziati in forma allargata poi annullati — aveva pubblicato sui social una vignetta che la diceva lunga sulle aspettative della dirigenza russa: Trump che affila un coltello mentre la testa di Zelensky giace su un ceppo e politici europei che trasportano una bara con la bandiera ucraina. Non è andata così. E allora, in vista della telefonata promessa da Trump al Cremlino, tocca ricordare i vecchi paletti e cercare nuovi alibi.
La Russia è contraria a «qualsiasi scenario che preveda il dispiegamento di truppe Nato in Ucraina», ha ad esempio ribadito la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. «È inaccettabile e comporterebbe un’escalation incontrollata». Resta da capire, invece, se e come Putin riuscirà a scongiurare ancora una volta un incontro con Trump che veda la partecipazione di Zelensky.
All’indomani del summit di Ferragosto, il suo consigliere per gli affari esteri Jurij Ushakov aveva puntualizzato che di trilaterale in Alaska non si era proprio parlato, mentre a inizio mese Putin aveva detto di non aver «nulla in contrario» a patto che fossero «create determinate condizioni» che oggi, come allora, appaiono «ancora lontane»: vale a dire, la resa totale di Kiev. In più ha più volte definito Zelensky un «leader illegittimo» perché allo scadere del suo mandato l’anno scorso non ha indetto nuove presidenziali, dimenticando però di ricordare che lo impedisce la legge marziale proclamata dall’Ucraina per difendersi dall’aggressione da lui lanciata. La disponibilità di Zelensky a indire nuove elezioni potrebbe mirare proprio a privare Putin di quest’argomentazione.
Di certo la Russia gongola per essere riuscita a convincere Trump a portare avanti i negoziati facendo cadere la precondizione di un cessate-il-fuoco totale. E anche per aver fatto passare per grande concessione uno dei punti contenuti nella bozza di accordo di Istanbul del 2022 che fu respinta da Kiev ma che Putin cita spesso come esempio di possibile pace, vale a dire le presunte “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina. Trump ancora una volta ieri non è sceso nei dettagli, ma nei piani di Mosca i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu, tra cui la Cina, e altri Stati, tra cui la Bielorussia, dovrebbero aderire a un eventuale accordo tra Russia e Ucraina come garanti trasformandolo di fatto in un accordo multilaterale e, in caso di aggressione, sarebbero chiamati a fornire aiuto «sulla base di una decisione all’unanimità».
Ed è qui che s’incepperebbe tutto. «In questa logica, Putin potrebbe persino volere che aderiscano il maggior numero possibile di Stati e trarrebbe vantaggio dall’inclusione dell’Occidente», ha osservato ad esempio la politologa Tatiana Stanovaja. Che la distensione non sia dietro l’angolo, lo dimostrerebbe anche il recente intervento di Sergej Kirienko, primo vice capo dell’amministrazione presidenziale responsabile per la politica interna, al Festival dei Nuovi Media: «La guerra calda finirà, speriamo che finisca presto, ma la guerra informativa con l’Occidente non finirà mai».