GERUSALEMME – L’ultimo esodo di Gaza è in anticipo. Un esodo preventivo, sulla sfiducia: la maggior parte dei palestinesi non si aspetta che Netanyahu ritorni sui suoi passi, accettando l’accordo sulla tregua e bloccando il piano di occupazione militare di Gaza City. Il premier israeliano non si è ancora pronunciato, la risposta la darà venerdì, ma, appunto, nella Striscia la speranza è morta da tempo, perciò fuga a sud, per accaparrarsi i metri quadrati rimasti liberi dove piantare la tenda, tra Khan Yunis e al Mawasi.
Migliaia di abitanti della città più grande stanno scendendo lungo Rashid road, la strada costiera, la via di chi sfolla. Habib Khwaiter, appollaiato sul cassone di una motocicletta a tre ruote che trasporta lui e i pezzi della sua prossima casa (una pila di materassi, dei tubi di ferro per l’intelaiatura della tenda, dei teli), dice che abbandona Gaza City perché nel quartiere di Zeitoun, dove viveva con 18 membri della famiglia, stanno piovendo missili. Bombard…
GERUSALEMME – L’ultimo esodo di Gaza è in anticipo. Un esodo preventivo, sulla sfiducia: la maggior parte dei palestinesi non si aspetta che Netanyahu ritorni sui suoi passi, accettando l’accordo sulla tregua e bloccando il piano di occupazione militare di Gaza City. Il premier israeliano non si è ancora pronunciato, la risposta la darà venerdì, ma, appunto, nella Striscia la speranza è morta da tempo, perciò fuga a sud, per accaparrarsi i metri quadrati rimasti liberi dove piantare la tenda, tra Khan Yunis e al Mawasi.
Migliaia di abitanti della città più grande stanno scendendo lungo Rashid road, la strada costiera, la via di chi sfolla. Habib Khwaiter, appollaiato sul cassone di una motocicletta a tre ruote che trasporta lui e i pezzi della sua prossima casa (una pila di materassi, dei tubi di ferro per l’intelaiatura della tenda, dei teli), dice che abbandona Gaza City perché nel quartiere di Zeitoun, dove viveva con 18 membri della famiglia, stanno piovendo missili. Bombardamenti sono in corso, sia a Zeitoun sia a Sabra, quando ancora il ministro della Difesa israeliano Israel Katz deve approvare l’attacco e l’esercito ha emesso ordini di evacuazione solo per i quartieri orientali.
«Faranno un altro massacro, Netanyahu non vuole il cessate il fuoco, vuole solo la guerra. Sono un civile, non faccio parte di Hamas, ma i missili di Israele non vedono la differenza», dice Habib Khwaiter, che regge una mezza tanica di benzina e ha pagato il trasloco in motocicletta 1.800 shekel, circa 450 euro. «Non so se rivedrò Gaza City, ci costringeranno a emigrare all’estero».
L’ultimo esodo di Gaza rischia davvero di essere l’ultimo. Se il governo israeliano respingerà la bozza di tregua presentata da Qatar ed Egitto, che ricalca l’arcinoto piano Witkoff (60 giorni senza sparare, 10 ostaggi vivi riconsegnati in cambio della liberazione di 200 detenuti palestinesi con condanne superiori ai 15 anni, l’impegno a trattare fin da subito il cessate il fuoco permanente) ed è stata approvata senza condizioni da Hamas, le truppe e i carri armati entreranno a Gaza City, dove, tra residenti e sfollati, ci sono circa 1,2 milioni di persone. Che, a quel punto saranno costrette ad andarsene e ad ammassarsi nell’unico ristretto quadrante non dichiarato zona militare: la parte costiera e centrale della Striscia. Da lì i gazawi non si potranno più muovere, non c’è altro sbocco in un territorio che già adesso è all’86 per cento inaccessibile. La tappa successiva è solo una: fuori dalla Striscia, altrove, via.
Non a caso il governo Netanyahu è impegnato in fitte trattative informali con le autorità di diversi Paesi, come Sud Sudan, Libia, Somaliland e Uganda, per convincerli a prendersi, in cambio di rimborsi economici e chissà cos’altro, quote di gazawi cacciati dalla propria terra. Il Sud Sudan ci sta pensando seriamente.
Un senior official israeliano, formula che spesso nasconde l’ufficio del primo ministro, ieri ha riferito ai media che il governo non vuole accordi parziali ma solo il rilascio immediato dei 50 sequestrati. Se ci sarà l’occupazione, come sembra probabile, anche i cinquecento cristiani rifugiati nell’unica chiesa di Gaza dovranno andarsene. «Si sentono bombardamenti notte e giorno, ma non c’è stato alcun ordine di evacuazione, la nostra area è quella della Old City a Zeitoun», scrive su Facebook padre Gabriel Romanelli, che non vuol sentir parlare di esodi, né preventivi né forzati, e si aggrappa all’ultima stilla di ottimismo. Quell’ottimismo che al Patriarcato di Gerusalemme dei Latini hanno quasi esaurito: sanno che se Netanyahu procede col piano, la parrocchia simbolo del legame tra la Santa Sede e Gaza per la prima volta dovrà essere abbandonata.
Alla rotonda di al-Nablisi lungo Rashid road, poco sotto Gaza City, si capiscono le cose, se il popolo resta o se il popolo va. Sta andando, in parte. Molti resistono nella città condannata o più banalmente non sanno dove andare, o non possono andare, come Saad Salama, 56 anni, padre di sei figli, che cerca un appartamento ad al Mawasi ma i prezzi degli affitti sono alle stelle e un tugurio vuoto non costa meno di mille dollari al mese. Il flusso di tuk tuk, carretti trainati da asini, furgoncini, bus scassati e moto sfatte, è intenso e punta tutto verso sud.
Abdullah Alasous dice che scappa perché «gli attacchi sono già cominciati». Viveva in un palazzo di quattro piani con sette famiglie dentro, proverà a piantare una tenda a Deir al Balah. Andelwahed Awad, da sopra un rimorchio agganciato a un pulmino, spiega di non avere altra scelta, andrà a Khan Yunis nonostante lì siano state appena uccise 19 persone dai raid di Israele, perché, prevede Andelwahed, «a Gaza City sta per morire molta più gente».
(ha collaborato Sami Abu Salem)