Dopo oltre 680 giorni di guerra, siamo alla fase finale: la cancellazione totale della nostra esistenza su questa terra. Quando hanno annunciato l’occupazione di quello che resta della città di Gaza e lo sfollamento di oltre un milione di persone verso sud, non siamo riusciti a comprenderlo appieno. Forse la fame non ci permetteva di ragionare, o forse accettarlo era troppo difficile. Ma ora, vedendo interi quartieri rasi al suolo, la paura ci avvolge.
Ogni giorno continuano a distruggere centinaia di case: quartieri una volta pieni di vita sono ridotti a cumuli di macerie e centinaia di migliaia di persone sono costrette a vivere senza riparo, in condizioni disumane. Quello che gli israeliani stanno facendo a Gaza City è ciò che hanno già fatto a Rafah, nel nord della Striscia e a Khan Younis: distruzione sistematica e cancellazione di ogni segno di vita. Viviamo nella paura, consapevoli che se questo piano andrà avanti, Gaza sarà persa per sempre.
Ora molti cercano rifugio nell’…
Dopo oltre 680 giorni di guerra, siamo alla fase finale: la cancellazione totale della nostra esistenza su questa terra. Quando hanno annunciato l’occupazione di quello che resta della città di Gaza e lo sfollamento di oltre un milione di persone verso sud, non siamo riusciti a comprenderlo appieno. Forse la fame non ci permetteva di ragionare, o forse accettarlo era troppo difficile. Ma ora, vedendo interi quartieri rasi al suolo, la paura ci avvolge.
Ogni giorno continuano a distruggere centinaia di case: quartieri una volta pieni di vita sono ridotti a cumuli di macerie e centinaia di migliaia di persone sono costrette a vivere senza riparo, in condizioni disumane. Quello che gli israeliani stanno facendo a Gaza City è ciò che hanno già fatto a Rafah, nel nord della Striscia e a Khan Younis: distruzione sistematica e cancellazione di ogni segno di vita. Viviamo nella paura, consapevoli che se questo piano andrà avanti, Gaza sarà persa per sempre.
Ora molti cercano rifugio nell’area centrale della Striscia che è già allo stremo per la grande quantità di sfollati. Ed è proprio questa la ferita più profonda: perdere tutto ogni volta. Finisci per strada, sei costretto a ricominciare da zero: montare una tenda, cercare acqua, scavare una fossa per i rifiuti, costruire una latrina. È umiliante. Anche se ci sembra impensabile che possano occupare, sappiamo che è possibile: lo hanno già fatto e continuano a farlo sotto gli occhi del mondo. Questo piano però deve essere fermato: sarebbe la fine definitiva di Gaza.
Nel mezzo della paura si è riaccesa una tenue speranza, possibili negoziati: tregua o disastro. Spesso viene scelta la strada peggiore. La vita è già durissima. Ogni giorno passato in tenda, sotto il sole rovente, ci toglie un altro pezzo di dignità. Anche se la situazione alimentare è leggermente migliorata, l’accesso all’acqua potabile resta drammatico e le malattie si diffondono rapidamente, aggravate dal crollo del sistema sanitario. Resta solo l’attesa: ci stiamo avvicinando alla fine, o c’è ancora speranza?
*L’autrice è un medico internista palestinese di 24 anni che vive a Gaza City