Droni, autobombe e coca: la grammatica di sangue della Colombia dove i narcos sono i nuovi padroni
di Lirio AbbateIn Colombia la morte ha un rumore preciso. È quello delle pale dei rotori che si spengono di colpo nel cielo di Antioquia, quello di un camion che esplode all’ora di punta a Cali, quello delle sirene che tagliano il silenzio subito dopo. Diciotto corpi senza vita in poche ore, dodici agenti bruciati tra le lamiere contorte di un elicottero abbattuto mentre sorvolava campi di coca, sei vite civili cancellate da una bomba piazzata davanti a una scuola militare in una città che, per un istante, ha creduto di essere tornata agli anni peggiori.
La Colombia conosce questa grammatica di sangue. La conosce così bene che non riesce più a stupirsi. Eppure, questa volta, la ferocia ha assunto un volto nuovo. Droni che inseguono elicotteri, un camion imbottito di esplosivo parcheggiato con la precisione di un chirurgo davanti a un simbolo dello Stato. Non più la guerriglia che colpisce l’esercito nelle selve del Cauca, ma un terrorismo che non guarda in faccia nessuno, che cerca l’effetto scenico…
In Colombia la morte ha un rumore preciso. È quello delle pale dei rotori che si spengono di colpo nel cielo di Antioquia, quello di un camion che esplode all’ora di punta a Cali, quello delle sirene che tagliano il silenzio subito dopo. Diciotto corpi senza vita in poche ore, dodici agenti bruciati tra le lamiere contorte di un elicottero abbattuto mentre sorvolava campi di coca, sei vite civili cancellate da una bomba piazzata davanti a una scuola militare in una città che, per un istante, ha creduto di essere tornata agli anni peggiori.
La Colombia conosce questa grammatica di sangue. La conosce così bene che non riesce più a stupirsi. Eppure, questa volta, la ferocia ha assunto un volto nuovo. Droni che inseguono elicotteri, un camion imbottito di esplosivo parcheggiato con la precisione di un chirurgo davanti a un simbolo dello Stato. Non più la guerriglia che colpisce l’esercito nelle selve del Cauca, ma un terrorismo che non guarda in faccia nessuno, che cerca l’effetto scenico, che vuole far sapere al mondo che i padroni della coca non si limitano più a difendere il proprio impero, ma sfidano apertamente il potere centrale.
Gustavo Petro, il presidente che aveva promesso la “paz total”, si è trovato davanti alla fotografia della resa. Ha chiamato quei gruppi col loro nome, “organizzazioni terroristiche”, e ha annunciato che la Colombia li inseguirà ovunque. Ma le parole, in questo Paese, hanno il peso leggero delle foglie di coca che continuano a crescere, anno dopo anno, fino a coprire ogni sforzo istituzionale. Duecentocinquantatremila ettari coltivati nel 2023, record storico, record di sconfitta.Perché qui la coca non è solo una pianta. È un’economia parallela che non conosce crisi, che alimenta villaggi interi e che corrompe, silenziosa, ogni tentativo di ricostruzione statale. Ogni elicottero abbattuto, ogni camion fatto esplodere, ogni funerale di Stato è il promemoria di un equilibrio che si è spostato. Non sono più i narcos a nascondersi, è lo Stato che deve trattare, negoziare, promettere. E spesso perdere.
A Cali la gente ha spalato via il vetro delle vetrine esplose e ha rimesso in piedi i banconi come se nulla fosse. È l’abitudine, la rassegnazione. In Antioquia, tra i campi di coca che si estendono come un mare verde, i contadini hanno ripreso a lavorare poche ore dopo il boato. Nessuno parla, ma tutti sanno che il controllo è nelle mani degli uomini armati che passano in moto, e che il governo da quelle parti è una voce lontana, un’eco che non arriva mai.
I dissidenti delle Farc, quelli che hanno detto no alla pace del 2016, sono tornati padroni dei territori. Hanno imparato a fare affari con il Clan del Golfo, a spartirsi rotte e laboratori, a comprare silenzi e fedeltà. Sono loro a decidere chi vive e chi muore nelle zone rurali, a dettare legge nei quartieri poveri delle città, a trasformare la violenza in un linguaggio quotidiano.
Petro parla di pace, ma i numeri raccontano guerra. Centinaia di morti ogni anno, sequestri, minacce, comunità intere costrette a spostarsi per sfuggire agli scontri. E dietro, sempre, la stessa matrice: la coca che parte dai campi di Antioquia o del Cauca, passa nei laboratori clandestini, attraversa il Pacifico o i Caraibi, e arriva intatta nei mercati di Miami, Madrid, Roma. Un flusso di denaro e di morte che nessun piano di pace, finora, è riuscito a spezzare.
La politica, intanto, balla la sua danza stonata. I vecchi leader, come Uribe, rispuntano dalle ombre con slogan che sanno di déjà vu, promettendo sicurezza e pugno di ferro. Gli oppositori accusano il governo di debolezza, di illusione, di voler negoziare con chi non ha interesse a negoziare. E intanto il Paese, quello vero, quello che vive tra le montagne e le coste, guarda e aspetta, senza più fiducia. Non è solo una questione di ordine pubblico. È la resa lenta di uno Stato che non riesce a offrire alternative. Dove c’è coca ci sono strade, scuole improvvisate, soldi che girano. Dove c’è lo Stato ci sono promesse, carte bollate, a volte elicotteri che arrivano e poi non tornano.
La Colombia è tornata ostaggio dei suoi fantasmi. La pace firmata nel 2016, celebrata come un modello, oggi sembra una fotografia ingiallita, un ricordo che nessuno ha più voglia di guardare. Il narcoterrorismo, come lo chiama Petro, non è mai uscito di scena. Ha solo cambiato pelle, ha imparato a usare la tecnologia, a comunicare, a insinuarsi in ogni crepa del potere istituzionale.
E così ogni bomba diventa un messaggio. Ogni morto, un avvertimento. Lo Stato risponde con comunicati, con condanne, con promesse di giustizia. Ma la realtà, quella che si respira nei villaggi e nelle periferie, è che i narcos sono di nuovo i padroni, che la loro legge è più rapida e più chiara di quella dello Stato, che la coca è più forte di qualsiasi politica di pace. La Colombia continua a contare i suoi morti. E a scoprire, ogni volta, che la pace non è mai stata davvero sua.