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“Il gruppo Facebook Mia moglie come gli stupri a Gisèle Pelicot”, la stampa estera sul caso italiano

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Dal Financial Times, che mette in prima pagina la storia del profilo Facebook dove i mariti pubblicavano le foto delle loro consorti, alla Bbc, i media britannici puntano il dito contro Meta e l’incapacità di filtrare online immagini di sfruttamento sessuale
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LONDRA – La chiusura di “Mia moglie”, un gruppo Facebook che postava immagini intime di donne invitando gli uomini a commentarle, decisa da Meta, la società proprietaria del social, dopo migliaia di denunce inviate alla Polizia Postale italiana, suscita vasta eco stamane sui media inglesi. “Indignazione in Italia per il gruppo Facebook su cui uomini scambiavano foto delle mogli”, titola in prima pagina il Financial Times. “Rabbia in Italia per le foto non consensuali di donne condivise online” è il titolo di un servizio sul sito della Bbc. “Polemiche su Meta per un gruppo Facebook dove i mariti mostrano immagini intime delle mogli”, scrive il Daily Telegraph.

Come riportato due giorni fa da Repubblica, 33 mila uomini, tra mariti, fidanzati …

LONDRA – La chiusura di “Mia moglie”, un gruppo Facebook che postava immagini intime di donne invitando gli uomini a commentarle, decisa da Meta, la società proprietaria del social, dopo migliaia di denunce inviate alla Polizia Postale italiana, suscita vasta eco stamane sui media inglesi. “Indignazione in Italia per il gruppo Facebook su cui uomini scambiavano foto delle mogli”, titola in prima pagina il Financial Times. “Rabbia in Italia per le foto non consensuali di donne condivise online” è il titolo di un servizio sul sito della Bbc. “Polemiche su Meta per un gruppo Facebook dove i mariti mostrano immagini intime delle mogli”, scrive il Daily Telegraph.

Come riportato due giorni fa da Repubblica, 33 mila uomini, tra mariti, fidanzati e compagni delle donne finite a loro insaputa in questa vetrina digitale, postavano scatti rubati su “Mia moglie”. Interpellato dal quotidiano della City, un portavoce di Meta afferma che il gruppo è stato creato cinque anni fa ma soltanto nel maggio scorso ha cominciato a postare contenuti. “Abbiamo rimosso il gruppo Mia Moglie per violazione delle nostre policy contro lo sfruttamento sessuali di adulti”, afferma un comunicato della società. “Non consentiamo contenuti che minacciano o promuovono violenza sessuale, abusi sessuali o sfruttamento sessuale sulle nostre piattaforme. Se ne veniamo a conoscenza, possiamo disabilitarli e condividere queste informazioni con le forze dell’ordine”.

Ma il bando a immagini di sfruttamento sessuale solleva “dubbi sulla capacità di Meta di imporlo”, nota il Financial Times, ricordando che quest’anno la compagnia, per placare l’amministrazione Trump che è contraria a qualsiasi limitazione della libertà di espressione, ha attenuato alcune delle sue norme di monitoraggio dei contenuti, nonostante gli appelli di associazioni per i diritti civili a verificare ancora più strettamente il materiale che appare sulle sue piattaforme digitali, specie su questioni sessuali, razziali e politiche. Il quotidiano finanziario britannico osserva che il governo di destra di Giorgia Meloni si trova davanti a una crescente pressione da parte dell’opposizione sull’argomento, con richieste di prendere maggiori iniziative contro “una violenza digitale radicata in una cultura di dominio patriarcale”.

La Bbc riferisce che in Italia il caso del gruppo “Mia Moglie” viene paragonato da alcuni alla stessa mentalità esistente dietro lo scandalo di Gisele Pelicot, la donna costretta per anni dal marito a essere stuprata da uomini da lui trovati online, al centro di un processo che ha fatto grande scalpore in Francia.

Carolina Caprio, la scrittrice, sceneggiatrice e influencer che ha denunciato per prima il gruppo “Mia Moglie” con un post su Instagram diventato virale, dice al Ft che postare immagini delle proprie partner senza consenso equivale a “uno stupro di gruppo virtuale”. La Polizia Postale, la forza pubblica con la supervisione dei contenuti digitali, che ha ora aperto un’indagine, precisa al medesimo giornale di avere ricevuto finora 2800 denunce contro il gruppo Facebook, alcune delle quali dalle donne che ne sono diventate vittime. Secondo Marina Marrafino, un’avvocata specializzata in crimini online, a cui il quotidiano della City ha chiesto un parere, gli uomini che hanno postato quelle immagini intime rischiano fino a sei anni di carcere.

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