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L’ansia di padre Romanelli: “Cadono bombe ovunque ma andarsene è impossibile”

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Il sacerdote lancia l’allarme: “Ci sono bambini malati che non si possono spostare”
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All’ansia, al rischio e all’atmosfera di pericolo imminente, padre Gabriel Romanelli e la comunità di 450 persone che assieme a lui e ai suoi sacerdoti vive dall’inizio dell’attacco israeliano assediata nella parrocchia della Sacra famiglia di Gaza city sono ormai rassegnati. Eppure raramente la tensione all’interno del compound e intorno ad esso era stata così alta. «L’intera Striscia di Gaza è pericolosa. Ancora di più, Gaza City. Si sentono bombardamenti in continuazione. Alcuni sono lontani, altri più vicini. Spesso cadono schegge. Questa mattina ci sono state esplosioni verso il lato sud dei quartieri di El Zeytoun e Shujaiah, a circa 400-500 metri dalla parrocchia», ha scritto ieri sera sui suoi profili social il sacerdote argentino, 55 anni, che a luglio era stato ferito quando un colpo di artiglieria sparato da un carro armato aveva colpito la chiesa, uccidendo tre delle persone rifugiate nel compound. «Purtroppo, la guerra non solo continua, ma è entrata in una nuova e terrib…

All’ansia, al rischio e all’atmosfera di pericolo imminente, padre Gabriel Romanelli e la comunità di 450 persone che assieme a lui e ai suoi sacerdoti vive dall’inizio dell’attacco israeliano assediata nella parrocchia della Sacra famiglia di Gaza city sono ormai rassegnati. Eppure raramente la tensione all’interno del compound e intorno ad esso era stata così alta. «L’intera Striscia di Gaza è pericolosa. Ancora di più, Gaza City. Si sentono bombardamenti in continuazione. Alcuni sono lontani, altri più vicini. Spesso cadono schegge. Questa mattina ci sono state esplosioni verso il lato sud dei quartieri di El Zeytoun e Shujaiah, a circa 400-500 metri dalla parrocchia», ha scritto ieri sera sui suoi profili social il sacerdote argentino, 55 anni, che a luglio era stato ferito quando un colpo di artiglieria sparato da un carro armato aveva colpito la chiesa, uccidendo tre delle persone rifugiate nel compound. «Purtroppo, la guerra non solo continua, ma è entrata in una nuova e terribile fase. Le necessità di ogni genere per l’intera popolazione civile di Gaza sono urgenti. Non c’è stato alcun ordine di evacuazione in questa zona del nostro quartiere. Quest’area chiamata “Città Vecchia”, ancora all’interno del più ampio quartiere di El Zeytoun, non ha ricevuto un ordine di evacuazione», ha concluso.

Un “non” scritto a grandi lettere, per smentire le voci sbagliate circolate nei giorni scorsi sull’ordine di evacuazione che avrebbe raggiunto la parrocchia. Ma la smentita non basta a tranquillizzare gli animi su quello che potrebbe accadere alla piccola comunità, finora protetta dall’azione diretta del Vaticano, e a chi vive attorno ad essa e che finora — anche grazie agli aiuti condivisi dai sacerdoti è riuscito a sopravvivere. Primi fra tutti i pazienti e i medici dell’Ospedale Anglicano che si trova a poche centinaia di metri dalla struttura.

Da mesi, in Vaticano e nelle stanze del Patriarcato latino di Gerusalemme, da cui la parrocchia dipende, si ragiona su cosa fare qualora, come sembra accadere in queste ore, anche la zona della chiesa diventasse area di combattimenti attivi. Lo stesso padre Romanelli ha più volte escluso la possibilità di andare via. «Se anche volessimo sarebbe impossibile — ci aveva risposto l’ultima volta che lo avevamo interrogato su questo punto — qui ci sono bambini malati cronici, persone allettate, moltissimi anziani: non possono andare via, morirebbero. E né noi sacerdoti né le suore di Madre Teresa che li assistono siamo disposti ad abbandonarli».

A preoccupare in particolare sono i più di 50 “bambini farfalla”, affetti da una malattia genetica della pelle, che non possono muoversi perché morirebbero: le suore si prendono cura di loro da anni, ben prima dell’inizio di questa guerra.

Che fare allora? Per il momento Vaticano e Patriarcato monitorano l’evolversi della crisi, consapevoli di poter far poco se non gestire le conseguenze di decisioni prese da altri. E consci del fatto che qualunque ipotesi di azione “umanitaria” per evacuare i fragili non potrebbe essere limitata alla comunità cristiana, ma dovrebbe necessariamente comprendere i feriti e i malati che sono negli ospedali intorno ad essa e nel resto della Striscia. Un’ipotesi che Israele finora ha sempre rifiutato di prendere in considerazione: ma che oggi, anche alla luce dell’ordine di evacuazione lanciato anche alle strutture sanitarie, diventa ancora più urgente.

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