Imad Hammad Dardas vive in una tenda con altri 20 sfollati, tutti ammucchiati su quello che fu il porto di Gaza. Mangiano una volta al giorno, nessuno ha medicine per niente. Ma lui dice che è fortunato: non deve scegliere se andare a sud, scappare senza rifugio, o restare. «Ho 60 anni, sono vecchio, fuori da Gaza non avrei nessuna chance. E qui non mi resta molto da vivere, se anche mi ammazzano, non temo la morte. Perciò non mi muovo», racconta seduto in una tenda bollente. Di notte da lì si sentono le bombe, di giorno pure. Sempre più intense, vicine. Agli inizi di agosto, Netanyahu ha annunciato la grande invasione di Gaza City, una città-maceria dove resistono pochi palazzi ancora in piedi e una distesa di tende bianche rifugio di almeno 800mila persone. Molte di loro sono già state espulse verso Rafah, poi al Mawasi, sfollate anche sei, sette volte.
La grande invasione non è ancora cominciata, ma incombe. L’esercito israeliano ha intensificato gli attacchi per aumentare la …
Imad Hammad Dardas vive in una tenda con altri 20 sfollati, tutti ammucchiati su quello che fu il porto di Gaza. Mangiano una volta al giorno, nessuno ha medicine per niente. Ma lui dice che è fortunato: non deve scegliere se andare a sud, scappare senza rifugio, o restare. «Ho 60 anni, sono vecchio, fuori da Gaza non avrei nessuna chance. E qui non mi resta molto da vivere, se anche mi ammazzano, non temo la morte. Perciò non mi muovo», racconta seduto in una tenda bollente. Di notte da lì si sentono le bombe, di giorno pure. Sempre più intense, vicine. Agli inizi di agosto, Netanyahu ha annunciato la grande invasione di Gaza City, una città-maceria dove resistono pochi palazzi ancora in piedi e una distesa di tende bianche rifugio di almeno 800mila persone. Molte di loro sono già state espulse verso Rafah, poi al Mawasi, sfollate anche sei, sette volte.
La grande invasione non è ancora cominciata, ma incombe. L’esercito israeliano ha intensificato gli attacchi per aumentare la pressione su Hamas. In mezzo, i gazawi storditi, troppo deboli anche per fuggire. Lo fanno si, ma da un quartiere all’altro: «l’esercito bombarda al Zaytoun, e la gente si sposta a Rimal, colpiscono Jabalia al Balad e vanno ad al Shati», racconta il fotografo Ahmed Abu Ajwa, una specie di ping pong della sopravvivenza. «La situazione è estremamente tesa, soprattutto di notte, solo pochi vanno verso sud, perché lì è sovraffollato, non ci sono servizi, aiuti, ed è pericoloso».
La scelta è anche questione di anagrafe, e prospettiva. Suleiman Amer Suleiman Helles, per esempio, ha 28 anni, è povero, magro e disoccupato, ma una chance di vivere se la vuole ancora dare. Si è accampato a piazza Haidar, nella parte occidentale di Gaza City ed ora sta pensando di trasferirsi a sud «per proteggere la mia famiglia, siamo in 7». Se potesse, lui da Gaza se andrebbe subito. «Qui non c’è più speranza». Yusra Tayeh, invece, di anni ne ha 63 anni, anche lei vive al porto: «Non penserei mai di trasferirmi al sud se non costretta perché è difficile e costoso». Un litro di benzina è arrivato a 25 dollari, per chi ha la fortuna di avere contanti. Le auto sono poche, gli asini pure. Tayeh è esausta, come tutti: «Non abbiamo più forze, non ce la facciamo più». E poi però si ferma, vuole dire un’altra cosa, «questa è la mia patria. Magari dopo tutto questo dolore, troveremo una soluzione».
Le notizie da Israele arrivano confuse, contraddittorie. Invaderanno davvero? E quando, come? «È difficile capire cosa stia accadendo, ma non abbiamo nemmeno il tempo e il lusso di capirlo, a dir la verità, ci bombardano costantemente», spiega Ahmed. L’esercito ha diffuso ordini di evacuazione per alcune aree della città. Nel limbo, Marwan Hamed Khalid si prepara. Ha 45 anni, faceva il programmatore. Si è convinto che l’occupazione totale ci sarà. «Netanyahu può farlo perché ha il sostegno internazionale e noi non possiamo nulla contro questo gigante armato. Se ci spingono a Sud me ne andrò con la mia famiglia».
Hamas ora offre un accordo, Netanyahu vorrebbe entrambi: un’intesa senza finire la guerra, così da riportare gli ostaggi a casa continuando a fare pressioni sugli islamisti per costringerli alla resa, con Gaza distrutta a tal punto da incentivare la «migrazione volontaria». Hiba Salim Hassan Abu al-Atta, 44 anni, casalinga, non ci pensa proprio. Vive in una tenda nella zona di Rimal, è sfinita, «ma non me ne andrò», dice. «La resistenza? Non credo che sia in grado di un vero scontro. Se avesse davvero avuto la forza di affrontare la situazione, non saremmo arrivati a questo punto». A questo punto, resta solo Dio. «Se lui vuole, avremo una tregua».