Miar stringe una mela tra le mani ancora incerte nella presa. La addenta, guarda la mamma Asmaa e le sorride dal suo letto, il numero 215 della Pediatria del Bambino Gesù di Roma. Questa è la sua casa dal 13 agosto scorso, quando nella capitale sono atterrate con un volo della Difesa sei famiglie di Gaza. Bambini mutilati, denutriti, feriti dalla guerra, strappati all’orrore per essere salvati dai medici italiani.
Miar ha 2 anni e 2 mesi, viveva in una tenda a Khan Younis, nel sud di Gaza. Porta addosso lo strazio del conflitto che oggi viene certificato come carestia e che nella sua cartella è riportato come malnutrizione. A Miar è stata diagnosticata la celiachia tre mesi fa, un beffa in una terra di guerra dove l’alimento più diffuso dagli aiuti umanitari è il grano.
«È arrivata in ospedale a Roma che pesava 6 chili ma alla sua età dovrebbero essere almeno 14 — racconta Asmaa Fajek, la mamma, 33 anni e 6 figli — . Abbiamo scoperto che è celiaca a maggio quando di chili ne pesava …
Miar stringe una mela tra le mani ancora incerte nella presa. La addenta, guarda la mamma Asmaa e le sorride dal suo letto, il numero 215 della Pediatria del Bambino Gesù di Roma. Questa è la sua casa dal 13 agosto scorso, quando nella capitale sono atterrate con un volo della Difesa sei famiglie di Gaza. Bambini mutilati, denutriti, feriti dalla guerra, strappati all’orrore per essere salvati dai medici italiani.
Miar ha 2 anni e 2 mesi, viveva in una tenda a Khan Younis, nel sud di Gaza. Porta addosso lo strazio del conflitto che oggi viene certificato come carestia e che nella sua cartella è riportato come malnutrizione. A Miar è stata diagnosticata la celiachia tre mesi fa, un beffa in una terra di guerra dove l’alimento più diffuso dagli aiuti umanitari è il grano.
«È arrivata in ospedale a Roma che pesava 6 chili ma alla sua età dovrebbero essere almeno 14 — racconta Asmaa Fajek, la mamma, 33 anni e 6 figli — . Abbiamo scoperto che è celiaca a maggio quando di chili ne pesava 12 ma, nonostante i controlli, nessuno le ha dato una cura. Il costo degli alimenti, poi, è diventato sempre più alto. Il pesce è arrivato a 140 shekel al chilo (poco più di 35 euro), il riso a 100 (25 euro), i legumi a 80 (20 euro)».
Miar da piccolissima beveva latte, poi con i bombardamenti è venuto meno anche questo alimento. Allora, racconta la mamma, «l’Unicef ha cominciato a darci un latte speciale per lei». Ma la denutrizione ha fatto il suo corso. «La tenda era un tormento di caldo, zanzare e insetti. Non riuscivamo a dormire né di giorno né di notte. Tutti i miei figli piangevano perché erano pieni di brufoli sul corpo per il troppo caldo nelle tende. A parte la paura, quando i bombardamenti erano vicini, pensavo che sarebbero stati completamente annientati. Miar ha iniziato a mangiare riso e lenticchie. Poi anche il riso non è più arrivato e mangiava solo lenticchie», continua Asmaa.
La guerra ha presentato il suo conto alla famiglia. «Mio marito vendeva frutta e verdura ma ha dovuto smettere, io ho sempre badato ai nostri figli, mi occupo della loro educazione e della loro formazione». La situazione, già disperata, è precipitata quando i passaggi per gli aiuti sono stati chiusi. «Miar non prendeva più peso, dimagriva ogni giorno, non camminava più, ha smesso di parlare. Aveva sempre dissenteria, beveva solo acqua, dormiva soltanto — ricorda Asmaa — . Stava andando via. La pancia le è gonfiata tantissimo». Miar si distende sulle gambe della mamma, ha un pigiamino rosa donato dai volontari, i medici e le infermiere si sono anche dati il cambio con le lavatrici per assicurare a lei e alla mamma vestiti sempre puliti.
Il letto è circondato da peluche, regali di chi ha conosciuto la storia di Miar. «Prima di salire sull’aereo per l’Italia l’esercito ci ha tolto tutto, siamo partiti solo con quello che avevamo addosso. Tutta la nostra vita, i nostri pochi ricordi, li abbiamo lasciati indietro», ricostruisce Asmaa.
Miar e la sua famiglia, nella guerra, hanno perso molto di più. Anche sei parenti. «Due miei fratelli sono morti nel giro di pochi giorni, uno vittima di bombardamento, l’altro è uscito per andare a prendere da mangiare e non è mai tornato», piange Asmaa. Miar nel suo pigiama rosa, due perle alle orecchie regalate da un medico, la guarda mentre sta per finire la mela, è contenta. «Ha detto Baba e Mama dopo tantissimo tempo, ha ripreso a muoversi. Qui i miei figli non sono più terrorizzati dalle bombe, ringrazio il Bambino Gesù e tutto il personale per quello che stiamo ricevendo. A Gaza, quando ci sono gli attacchi aerei stringo i bambini a me e sento i loro cuori fermarsi, sono in preda al panico anche quando vanno al bagno. Ringrazio l’Italia per questa normalità».
La vita in tenda e con le bombe a pochi passi è stata tremenda. Ricorda Asmaa: «Tutti i miei figli per mesi sono rimasti senza mangiare. Il più grande ha 15 anni. Io mi mettevo accanto a loro e li calmavo fino a farli addormentare. Alle sei andavano a riempire l’acqua. Rimanevano in attesa anche per cinque ore. Quando era il loro turno, si formava una lunga fila. Io cucinavo anche per quattro ore perché non c’è legna da ardere, è molto costosa».
Il marito di Asmaa e gli altri cinque figli sono ospiti della Croce Rossa. Presto la famiglia si riunirà, Miar fa progressi ogni giorno, e potrà decidere il futuro da costruire. Asmaa vuole tornare a Gaza «quando la guerra finirà, inshallah (se Dio vuole ndr)». Desidera rivedere la sua Rafah, la sua città di origine. Ma tutto questo odio verrà fermato presto? Asmaa chiude gli occhi, stringe la mano di Miar, e dice: «Inshallah».