L’ultimo messaggio sui social network ha un titolo eloquente: “Piangere e pregare”. Per chi conosce l’attenzione massima che padre Gabriel Romanelli ha usato nel comunicare durante tutti questi mesi, il segnale è chiaro: a Gaza City la situazione è drammatica. E la parrocchia della Sacra famiglia, con i suoi 450 rifugiati, non fa eccezione rispetto al quadro generale.
Due giorni fa per la zona dove si trova il compound cristiano è arrivato l’ordine di evacuazione: finora l’ordine di sgomberare aveva riguardato le zone limitrofe. Mai direttamente il quartiere della parrocchia. C’è di più: nessuna specifica, nessuna comunicazione, nessuna richiesta ha raggiunto né i sacerdoti né il Patriarcato latino di Gerusalemme, che della comunità è responsabile. Un’assenza di indicazioni che si traduce in caos e incertezza e che ieri mattina ha spinto i due patriarchi – quello latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e quello ortodosso Teofilo, che insieme avevano visitato la struttura a…
L’ultimo messaggio sui social network ha un titolo eloquente: “Piangere e pregare”. Per chi conosce l’attenzione massima che padre Gabriel Romanelli ha usato nel comunicare durante tutti questi mesi, il segnale è chiaro: a Gaza City la situazione è drammatica. E la parrocchia della Sacra famiglia, con i suoi 450 rifugiati, non fa eccezione rispetto al quadro generale.
Due giorni fa per la zona dove si trova il compound cristiano è arrivato l’ordine di evacuazione: finora l’ordine di sgomberare aveva riguardato le zone limitrofe. Mai direttamente il quartiere della parrocchia. C’è di più: nessuna specifica, nessuna comunicazione, nessuna richiesta ha raggiunto né i sacerdoti né il Patriarcato latino di Gerusalemme, che della comunità è responsabile. Un’assenza di indicazioni che si traduce in caos e incertezza e che ieri mattina ha spinto i due patriarchi – quello latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e quello ortodosso Teofilo, che insieme avevano visitato la struttura all’indomani del bombardamento di luglio in cui tre rifugiati erano stati uccisi dai colpi israeliani – a diffondere un comunicato congiunto.
«Dallo scoppio della guerra, il complesso greco-ortodosso di San Porfirio e quello latino della Sacra Famiglia sono stati un rifugio per centinaia di civili. Tra loro ci sono anziani, donne e bambini. Nel complesso latino ospitiamo da molti anni persone con disabilità, assistite dalle Suore Missionarie della Carità. Come gli altri abitanti della città di Gaza, anche i rifugiati che vivono nella struttura dovranno decidere secondo coscienza cosa fare. Tra coloro che hanno cercato riparo all’interno delle mura dei complessi, molti sono indeboliti e malnutriti a causa delle difficoltà degli ultimi mesi. Lasciare Gaza City e cercare di fuggire verso sud equivarrebbe a una condanna a morte. Per questo motivo, i sacerdoti e le suore hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che si troveranno nei due complessi», recita la nota.
Poche righe che non escludono che nelle prossime ore i cancelli del compound che finora ha protetto 450 persone possano aprirsi per far uscire chi vorrà unirsi all’esodo. Ma quelli che questa scelta possono farla sono un numero esiguo: non gli anziani e i malati cronici, allettati da mesi. Non i sessanta “bambini farfalla” – afflitti da una mutazione genetica che li ucciderebbe al contatto con il sole – assistiti dalle suore di Madre Teresa. Non chi è troppo debole per la fame.
Da settimane, il Vaticano tutto – e dunque non solo il Patriarcato – chiede che a Gaza vengano istituite delle “zone sicure” per malati, feriti e fragili: la chiesa, ma anche gli ospedali e le scuole. Da mesi, la richiesta non riceve risposta. Per questo, anche ieri, Pizzaballa e Teofilo hanno voluto sottolineare che il destino dei cristiani non è staccato da quello del resto della popolazione. «Non sappiamo cosa accadrà non solo per la nostra comunità, ma per l’intera popolazione. Possiamo solo ripetere ciò che abbiamo già detto: non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o la vendetta», hanno scritto i patriarchi.
Parole che ricalcano quelle pronunciate sabato scorso da papa Leone: «Nessun popolo può essere costretto all’esilio con la forza». Il Pontefice, che pure in questi mesi non ha creato con i cristiani di Gaza un rapporto diretto come quello che aveva papa Francesco – sin dall’insediamento segue da vicino le loro vicende: un suo intervento nelle prossime ore – ufficiale o no – non è escluso.
La drammaticità della situazione lo richiederebbe: «Fermate la guerra! Tutti chiedono di fermare la guerra. Questo è ciò a cui dobbiamo pensare. Abbiamo bisogno che la comunità internazionale ci aiuti a fermare questa guerra, perché è una follia! Non può continuare così», ha detto ieri George Anton, capo del comitato di emergenza della chiesa della Sacra Famiglia, raggiunto dal blog di informazione cattolica Fra Cielo e Terra.