Europa divisa sull’uso dei beni russi. Putin: “Militarizzate il continente”
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI – È ancora lontano il passo decisivo per usare il bottino da 210 miliardi di euro di beni russi congelati in Europa destinandolo alla difesa e alla ricostruzione dell’Ucraina. Il vertice dei ministri degli Esteri dell’Ue in Danimarca si è concluso ieri senza un accordo. I paesi baltici e la Polonia spingono perché i fondi vengano sequestrati subito, con Kiev che denuncia un buco di decine di miliardi già per il prossimo anno. Ma continuano a frenare Francia, Germania, Italia e Belgio, dove ha sede Euroclear che custodisce i capitali di Mosca. L’argomento – ribadito ancora ieri – sono eventuali conseguenze legali e finanziarie di un’operazione del genere, mentre Bruxelles ricorda che i profitti generati dagli asset vengono già incanalati a sostegno dell’Ucraina.
«Politicamente avrebbe senso ma ci sono dubbi sulla base giuridica e se così fosse sarebbe un regalo a Putin», ha ammonito il ministro Antonio Tajani. Il belga Maxime Prévot è stato ancora più netto sugli asset di M…
PARIGI – È ancora lontano il passo decisivo per usare il bottino da 210 miliardi di euro di beni russi congelati in Europa destinandolo alla difesa e alla ricostruzione dell’Ucraina. Il vertice dei ministri degli Esteri dell’Ue in Danimarca si è concluso ieri senza un accordo. I paesi baltici e la Polonia spingono perché i fondi vengano sequestrati subito, con Kiev che denuncia un buco di decine di miliardi già per il prossimo anno. Ma continuano a frenare Francia, Germania, Italia e Belgio, dove ha sede Euroclear che custodisce i capitali di Mosca. L’argomento – ribadito ancora ieri – sono eventuali conseguenze legali e finanziarie di un’operazione del genere, mentre Bruxelles ricorda che i profitti generati dagli asset vengono già incanalati a sostegno dell’Ucraina.
«Politicamente avrebbe senso ma ci sono dubbi sulla base giuridica e se così fosse sarebbe un regalo a Putin», ha ammonito il ministro Antonio Tajani. Il belga Maxime Prévot è stato ancora più netto sugli asset di Mosca. «Confiscarli è fuori discussione. Sono protetti dal diritto internazionale. Un sequestro provocherebbe instabilità finanziaria sistemica ed eroderebbe la fiducia nell’euro». Il vertice dei ministri Ue a Copenaghen è servito però ad avviare la discussione su nuove sanzioni per obbligare il Cremlino a negoziare, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum che Trump aveva dato al presidente russo per incontrare Zelensky. Ancora una volta l’Ungheria, si è chiamata fuori. «Oggi dovremo affrontare uno tsunami di sostegno alla guerra» ha detto il ministro Szijjártó arrivando in Danimarca.
Il diciannovesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia è allo studio. Si va dai dazi alla finanza, dalla flotta ombra all’energia. Le proposte dovrebbero essere presentate questa settimana, in concomitanza con una riunione della coalizione dei Volenterosi a cui stanno lavorando Francia e Regno Unito. Il ministro francese Jean-Noël Barrot sostiene che «l’Europa è pronta a prendere la responsabilità nelle sue mani», ricordando che «per la prima volta i capi di Stato maggiore sono entrati nei dettagli sulle garanzie di sicurezza» da offrire a Kiev. Non si fa attendere la risposta di Vladimir Putin, in partenza per la Cina: «In Europa, Germania inclusa, si stanno compiendo passi verso la rimilitarizzazione del continente, con scarsa attenzione ai parallelismi storici».
Anche da Washington arrivano segnali ostili verso l’Ue. Dopo che il vertice fra Trump e Putin in Alaska non ha fatto registrare progressi evidenti, alti funzionari della Casa Bianca hanno confidato al sito Axios che la colpa sarebbe di alcuni leader europei che spingerebbero l’Ucraina a resistere in attesa di concessioni territoriali della Russia giudicate impossibili. «Gli europei non possono prolungare questa guerra e alimentare aspettative irragionevoli, chiedendo che l’America ne sostenga i costi». Secondo un’altra fonte della Casa Bianca, il leader Usa starebbe considerando di ritirarsi dagli sforzi diplomatici finché una o entrambe le parti non inizieranno a mostrare maggiore flessibilità: «Lasciamo che si combattano per un po’ e vediamo cosa succede».