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Dalla casa con piscina al corpo mutilato: storia del piccolo Hani, in Italia dopo le bombe di Gaza

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Curato all’ospedale Bambino Gesù dopo aver perso una gamba per un raid israeliano. La mamma racconta la vita serena prima del conflitto
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ROMA – Hani ride mentre gioca con i sonaglini, è finalmente sereno. Sulla sua testa c’è un tetto che nessuna bomba ridurrà in polvere, mangia cibo buono per il quale i suoi genitori non hanno rischiato la vita pur di ottenerlo, sulla sua pelle ci sono vestiti nuovi e puliti e non raccattati. Hani ha compiuto 6 mesi nell’ospedale Bambino Gesù che è casa sua da quasi un mese e dove ieri è arrivata in visita la ministra degli Esteri e degli espatriati di Palestina Varsen Aghabekian, insieme con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la ministra dell'Università e della ricerca Anna Maria Bernini.

La vita della famiglia di Hani a Gaza prima della guerra di ottobre era “tranquilla, semplice e bella”, spiega in inglese Leila Zyara, 30 anni, mamma del neonato. “Vivevamo in pace con la mia famiglia e i miei amici. Ero un'insegnante appena assunta, laureata alla facoltà di Scienze della formazione con una laurea triennale all'Università di Al-Azhar. Anche mio marito lavorava, come fabbro”, r…

ROMA – Hani ride mentre gioca con i sonaglini, è finalmente sereno. Sulla sua testa c’è un tetto che nessuna bomba ridurrà in polvere, mangia cibo buono per il quale i suoi genitori non hanno rischiato la vita pur di ottenerlo, sulla sua pelle ci sono vestiti nuovi e puliti e non raccattati. Hani ha compiuto 6 mesi nell’ospedale Bambino Gesù che è casa sua da quasi un mese e dove ieri è arrivata in visita la ministra degli Esteri e degli espatriati di Palestina Varsen Aghabekian, insieme con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la ministra dell'Università e della ricerca Anna Maria Bernini.

La vita della famiglia di Hani a Gaza prima della guerra di ottobre era “tranquilla, semplice e bella”, spiega in inglese Leila Zyara, 30 anni, mamma del neonato. “Vivevamo in pace con la mia famiglia e i miei amici. Ero un'insegnante appena assunta, laureata alla facoltà di Scienze della formazione con una laurea triennale all'Università di Al-Azhar. Anche mio marito lavorava, come fabbro”, racconta Leila. Una vita agiata e piena di gioia, nonostante i conflitti in passato perché “accanto a me c’è stata sempre la guerra”, dice la donna sistemando il suo velo nero sulla testa.

La storia di Hani, dei suoi tre fratelli e dei genitori racconta come da una vita tranquilla a Gaza, nonostante anni di conflitti e morte, si possa precipitare nel terrore e nella povertà. “Avevamo appena arredato la nostra casa con una piscina e il giardino. I miei figli andavano a scuola, uscivamo ogni settimana per un picnic e si sentiva nell’aria il suono delle nostre risate. Avevamo una bellissima casa con tanti ricordi. Ora abbiamo perso più di metà della nostra famiglia e dei nostri amici, la nostra casa è stata rasa al suolo come i nostri ricordi e le nostre esistenze”, è il resoconto di una serenità spezzata.

Ma quando è nato Hani, il 22 marzo scorso, la vita ha bussato con tutta la sua prepotenza alla porta della famiglia palestinese. “È nato mentre la guerra era ferma da due mesi. Hani è arrivato e ci ha portato felicità e gioia. Ma le bombe sono tornate”. E Hani è stata una delle migliaia di vittime dell’odio. “Mi sembra ancora un sogno, non riesco a credere a quello che è accaduto”. La guerra è passata sul corpo di Hani con tutta la ferocia. Una bomba sganciata sulla casa dei nonni ad Altofah, nel nord di Gaza, gli ha amputato la gamba destra. Era il 21 giugno. “Era in braccio a me quando l’ordigno ha squarciato la casa dei miei genitori. Eravamo in otto, ho ritrovato Hani coperto di polvere – racconta in lacrime Leila – Urlava e accanto a lui ho visto la sua gamba. Istintivamente ho cercato di riattaccargliela". Quaranta giorni in ospedale a Gaza, le speranze dei medici ridotte al lumicino, dieci interventi: “Mi dicevano che sarebbe morto, invece lo hanno salvato e li ringrazio”. Il 13 agosto i voli del nostro governo per trasferire negli ospedali italiani 31 bambini malnutriti, mutilati o gravemente feriti. “La guerra ci ha insegnato molto. A non buttare via il cibo, a mangiare qualsiasi cosa, a vivere con pochi vestiti, a vedere, purtroppo, morire i nostri cari. E’ una cosa terribile, ma l'abbiamo imparato”, Leila mischia parole e lacrime.

E’ difficile sorridere quando nei trent’anni che ti porti addosso hai conosciuto bombardamenti, terrore e morte. “Prima però le guerre duravano poche settimane, adesso non è più così. Abbiamo patito la fame per mesi e quando hanno iniziato a distribuire il cibo sono arrivate anche le bande che rapinano e uccidono chi si accaparra il cibo. Ho capito che non posso più vivere in un posto così”, dice Leila mentre culla il figlio tra le sue braccia che sorride e guarda curioso attorno a sé.

Oggi c’è il sole nel giardino della sede Palidoro del Bambino Gesù, a Fiumicino, e Leila Zyara, la mamma di Hani, ha deciso di portare il bambino in giardino e sulla sua guancia sinistra ha incollato un adesivo della bandiera palestinese. Sopra c’è scritto: “La resistenza non è terrorismo”. Una risposta al minstro Gvir che ha già lanciato strali di ostilità contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che viaggia verso Gaza: “Saranno arrestati come terroristi, detenuti nelle carceri di massima sicurezza”. Hani ripete “Baba” (papà, ndr), ignaro del messaggio che la sua pelle urla contro la violenza. Tra qualche giorno l’ultimo intervento, poi lo aspetta un futuro con la protesi. Ma, ripete più volte Leila, “è vivo e ancora tra le mie braccia”.

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