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Gressani: “Sarà scelto un temporeggiatore per arrivare al 2027”

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Per il direttore di Le Grand Continent, Parigi “entra in una fase einsteiniana” dove “tutto ruota intorno al buco nero delle presidenziali”
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PARIGI - «È probabile che il prossimo premier francese sia un temporeggiatore, incaricato solo di far passare il tempo fino alle presidenziali 2027» prevede Gilles Gressani, direttore della rivista di geopolitica Le Grand Continent. Tra la fragilità di Emmanuel Macron, la piazza che preme e l’ossessione per le presidenziali, osserva Gressani, la Francia entra in una fase “einsteiniana”.

Dove porta questa nuova crisi di instabilità?

«In Francia stiamo passando dalla fisica di Galileo a quella di Einstein. Prima le istituzioni seguivano cicli rigidi, strutturati e prevedibili. Oggi invece ci troviamo in una logica einsteiniana in cui spazio e tempo sono relativi. Tutto ruota intorno a un unico buco nero: l’elezione presidenziale. Nessuno vuole più governare, tutti pensano solo al 2027, quando ci sarà il voto per l'Eliseo, accentuando così una spirale negativa. La crisi istituzionale genera crisi politica, che a sua volta produce crisi sociale».

Che tipo di governo si può immaginare ades…

PARIGI - «È probabile che il prossimo premier francese sia un temporeggiatore, incaricato solo di far passare il tempo fino alle presidenziali 2027» prevede Gilles Gressani, direttore della rivista di geopolitica Le Grand Continent. Tra la fragilità di Emmanuel Macron, la piazza che preme e l’ossessione per le presidenziali, osserva Gressani, la Francia entra in una fase “einsteiniana”.

Dove porta questa nuova crisi di instabilità?

«In Francia stiamo passando dalla fisica di Galileo a quella di Einstein. Prima le istituzioni seguivano cicli rigidi, strutturati e prevedibili. Oggi invece ci troviamo in una logica einsteiniana in cui spazio e tempo sono relativi. Tutto ruota intorno a un unico buco nero: l’elezione presidenziale. Nessuno vuole più governare, tutti pensano solo al 2027, quando ci sarà il voto per l'Eliseo, accentuando così una spirale negativa. La crisi istituzionale genera crisi politica, che a sua volta produce crisi sociale».

Che tipo di governo si può immaginare adesso?

«È probabile che il prossimo premier sia un temporeggiatore, incaricato solo di traghettare il Paese fino alle presidenziali 2027. Una situazione grave nell'attuale contesto politico e geopolitico. Si parla anche di un governo tecnico ma figure come Pierre Moscovici o Christine Lagarde non sarebbero percepite come neutrali. È difficile trovare un vero premier tecnico in Francia, a differenza dell’Italia».

Chi avrebbe interesse a nuove elezioni legislative?

«Non i Républicains, divisi e indeboliti. Non i socialisti, già sotto accusa di complicità col macronismo. L'unica a guadagnarne sarebbe Marine Le Pen che potrebbe persino candidarsi ponendo un ricorso Consiglio costituzionale contro la sua condanna di ineleggibilità. D'altra parte, Mélenchon ha una linea chiara: accelerare lo scontro, andare al più presto a una nuova presidenziale».

Una dissoluzione produrrebbe lo stesso risultato del luglio 2024?

«La Francia resterebbe divisa in tre blocchi, come la Gallia di Giulio Cesare. Una nuova Assemblea sarebbe probabilmente altrettanto ingovernabile. Anzi, si rischierebbe di spingere verso la dimissione del Presidente, creando una situazione in cui il successore si ritroverebbe senza una maggioranza solida. Per questo la dissoluzione è vista con molta cautela dall’Eliseo».

Le dimissioni di Macron sono un’opzione da escludere?

«François Mitterrand diceva: contro la volontà di un uomo non si può fare nulla. Macron ha escluso le dimissioni e non vedo come cambierebbe idea se non davanti a scenari catastrofici per la Quinta Repubblica che comunque appare già superata. Se fossimo in Italia, l’avremmo già chiamata Sesta Repubblica. Questa nuova fase einsteiniana della crisi, in cui tutto gravita intorno alla presidenziale, attira non solo i partiti e le personalità politiche, ma figure di ogni genere».

A chi si riferisce?

«Si capirà dopo nel “dernier virage”, come dicono i piloti Air France: l’ultima curva prima dell’atterraggio. Questo avverrà l'estate prossima. È allora che si capirà che se Le Pen potrà restare candidata all'Eliseo e se emergerà una nuova figura al centro, nel senso macroniano del termine. Se ciò non accadrà, allora qualche figura dell'élite rimasta in disparte potrebbe cogliere l’occasione, per esempio un imprenditore capace di sconvolgere il sistema politico».

La piazza può diventare decisiva?

«Bayrou ha capito che non poteva né rafforzarsi col voto né imporsi davanti alla piazza. Ha scelto di bruciarsi da solo come 'fusibile' prima ancora della crisi sociale. Oggi si diffonde l’idea che la Francia sia un Paese sull’orlo del fallimento, ma non è così. Il problema riguarda la demografia e la distribuzione della ricchezza tra le generazioni. È una situazione comune a quasi tutte le democrazie sviluppate e si risolve attraverso la politica».

E sul piano internazionale?

«Malgrado la narrazione declinista, la Francia conserva fondamentali solidi e un peso diplomatico di primo piano. La decisione di riconoscere lo Stato palestinese all’Onu ha avuto un effetto importante. Certo, la crisi interna di Macron indebolisce anche la sua immagine esterna. Ma c'è un tema più generale sull’Europa. In un nuovo sondaggio che pubblichiamo sul Grand Continent emerge una forte politicizzazione degli europei di fronte alla minaccia trumpista. Per esempio, il 39% degli europei vorrebbe che l’Europa si faccia rispettare di più dal presidente americano. L’idea diffusa, anche tra gli italiani, è che Trump mette le mani nelle nostre tasche con i suoi dazi mentre tanti governanti continuano a presentarlo come un alleato e un amico. È un paradosso».

Perché parla di paradosso?

«L’offerta politica non corrisponde alla domanda. Le forze che crescono in Europa sono spesso alla destra del Partito popolare europeo, ma non possono più dire di voler uscire dall’Ue: il loro elettorato non lo vuole. Così restano “sovranisti dimezzati”, che alla fine chiedono che l’Europa li difenda. Dall’altra parte, chi difendeva l’autonomia strategica dell'Ue non riesce a incanalare l’energia politica scatenata in reazione a Trump. È difficile immaginare che una domanda così strutturante resti senza offerta politica. A breve termine è probabile che vedremo cambiamenti significativi nelle dinamiche dell’Ue».

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