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Nel discorso di Von der Leyen un contentino per tutti. Ma senza anima

Nel discorso di Von der Leyen un contentino per tutti. Ma senza anima
(reuters)

Competitività per il Ppe, conferma del Green Deal per i socialisti, lotta alla povertà “da eradicare entro il 2050” per la sinistra, contrasto alla migrazione per i Conservatori. Impegni fattivi: sospensione degli accordi con Israele e sostegno alla stampa libera

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BRUXELLES – Un contentino per tutti. In un quadro di guerra in cui le richieste avanzate non devono, quindi, essere esose e le risposte non possono che essere limitate. E con una grande assenza: l’anima. Il discorso sullo Stato dell’Unione della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, era atteso come il momento di rilancio dell’Unione dopo le difficoltà dell’ultimo anno. A cominciare dall’intesa con gli Usa sui dazi. La leader dell’esecutivo europeo, preoccupata dalle contestazioni che stanno emergendo tra i banchi del Parlamento comunitario e in particolare nella sua maggioranza tradizionale, ha scelto la strada di offrire a tutti i gruppi un osso da addentare. Un po' di competitività per il Ppe, la conferma del Green Deal per i socialisti, la lotta alla povertà (“da eradicare entro il 2050”) per la sinistra, il contrasto alla migrazione per i Conservatori. Il tutto con una serie di annunci di fondi, mobilitazioni, istituti o centri e qualche testimonial da esporre in aula. Ma senza un’anima, senza una visione o una direttrice che in qualche misura possa motivare classe dirigente e cittadini europei. Senza cogliere le radici della crisi in corso in Europa e soprattutto senza scegliere.

Nell’incertezza politica non hai mai parlato della coalizione che l’ha sostenuta e si è rivolta vagamente alle “forze democratiche ed europeiste”. Anche quando è stata attaccata dall’estrema destra in riferimento alla disinformazione, si è limitata a dire “voi”.

La sintesi è l’“appello all’unità”, giustificato dalla fase di difficoltà economica e militare dell’Unione, si basa anche su presupposti corretti. Ha descritto un’Europa in guerra, o meglio “in lotta”, per fronteggiare il nemico russo. Ha ricordato che il destino dell’Ucraina è anche quello dell’Ue e per questo ci sarà bisogno di un’altra stagione di allargamenti (a Kiev, alla Moldova). Ha giustamente osservato che a Pechino la scorsa settimana si è formata una coalizione anti-occidentale con cui l’Europa dovrà fare i conti. Non ha dunque fatto passi indietro sulla necessità di rendere “indipendente” l’Ue anche sul piano militare entro il 2030 lanciando l’idea di un “semestre europeo della Difesa”.

Da notare che – non a caso - il presidente americano non compare mai nel suo intervento: il nome Donald Trump non è mai stato evocato in aula. E ha ribadito che ci saranno presto nuove sanzioni economiche contro Mosca. Ma il tutto in un quadro di tante promesse, tanti verbi al futuro e poca efficacia immediata.

Su due punti è stata invece fattiva. Su Gaza annunciando che la Commissione farà da subito tutto ciò che è in suo potere a partire dalla sospensione dei pagamenti nei confronti di Israele e riproponendo la sospensione dell’accordo commerciale con lo Stato ebraico.

E sulla disinformazione. Prendendo finalmente atto pubblicamente che una stampa libera è una garanzia per la democrazia e per svelare le bugie degli autocrati (le scontro verbale con l’estrema destra con qualche urlo in aula si è consumato su questo punto). E che per sostenerla la Commissione attiverà una azione per la “resilienza dei media”.

Ma forse, per uscire dalle paludi dell’immobilismo, al Vecchio Continente serve qualcosa di più. E l’accenno finale alle riforme per rendere le istituzioni europee più efficiente (superando la regola dell’unanimità) appariva, appunto, solo come un accenno.

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