NEW YORK – Quando il padre gli ha chiesto se avesse sparato, Tyler Robinson ha confessato tutto: il viaggio in macchina per 400 chilometri, l’arrivo sul tetto dell’edificio del campus. Il fucile puntato verso Charlie Kirk. Il colpo di precisione, diretto al collo dell’attivista conservatore. «Kirk era uno che odiava e seminava odio», ha aggiunto con un filo di voce.
Matt Robinson, ex agente, elettore repubblicano, che aveva messo in braccio al figlio il primo fucile quando era ancora bambino, ha ascoltato inorridito, poi ha detto a Tyler che doveva consegnarsi. Il ragazzo ha urlato, minacciato di togliersi la vita piuttosto che arrendersi. Il padre, ha spiegato l’Fbi, «si è assicurato che il ragazzo non scappasse», senza indicare in che modo. L’uomo ha chiamato un amico, che a sua volta ha contattato l’ufficio dello sceriffo della contea. Alle dieci di sera, gli agenti sono arrivati a casa dei Robinson, alla periferia di St. George, città di centomila abitanti fondata dai mormoni…
NEW YORK – Quando il padre gli ha chiesto se avesse sparato, Tyler Robinson ha confessato tutto: il viaggio in macchina per 400 chilometri, l’arrivo sul tetto dell’edificio del campus. Il fucile puntato verso Charlie Kirk. Il colpo di precisione, diretto al collo dell’attivista conservatore. «Kirk era uno che odiava e seminava odio», ha aggiunto con un filo di voce.
Matt Robinson, ex agente, elettore repubblicano, che aveva messo in braccio al figlio il primo fucile quando era ancora bambino, ha ascoltato inorridito, poi ha detto a Tyler che doveva consegnarsi. Il ragazzo ha urlato, minacciato di togliersi la vita piuttosto che arrendersi. Il padre, ha spiegato l’Fbi, «si è assicurato che il ragazzo non scappasse», senza indicare in che modo. L’uomo ha chiamato un amico, che a sua volta ha contattato l’ufficio dello sceriffo della contea. Alle dieci di sera, gli agenti sono arrivati a casa dei Robinson, alla periferia di St. George, città di centomila abitanti fondata dai mormoni, e hanno prelevato il ragazzo.
Tyler, 22 anni, aveva indosso ancora gli abiti del giorno prima: maglia scura a maniche lunghe con stampata bandiera americana e aquila, jeans e scarpe leggere di tela. Era presente un amico di famiglia, un pastore della chiesa mormone. Così, trentatré ore dopo l’attentato, è finita la fuga del killer ed è cominciata l’angoscia di un uomo, consapevole di aver messo la vita del figlio nelle mani del leader che lui stesso aveva votato, e che adesso chiede la condanna a morte del ragazzo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato la svolta in un’intervista alle 8 di mattina a Fox. Ha chiesto la pena capitale per l’autore dell’«assassinio atroce» del suo attivista prediletto. «Spero che si prenda la pena di morte», ha detto. Il ragazzo è stato accusato di omicidio aggravato, scarico illecito di arma da fuoco e ostruzione alla giustizia. Secondo la legge dello Utah, l’omicidio aggravato è l’unico reato che prevede la pena di morte, anche se non è stata applicata spesso. Le accuse formali verranno presentate martedì. Trump e la base Maga vogliono la pena capitale e la vogliono in tempi brevi. Secondo i media, il presidente potrebbe fare pressione perché serva da monito e per onorare la memoria di Kirk, sostenitore non solo della pena capitale ma delle esecuzioni pubbliche: l’anno scorso, durante il suo programma, il Charlie Kirk Show, l’attivista aveva detto che le condanne a morte sarebbero dovute essere «pubbliche, rapide e trasmesse in tv». A chi chiedeva a quanti anni si potesse assistere, Kirk aveva risposto che 12 anni sarebbe stata l’età giusta. L’evento, aveva aggiunto, andrebbe trattato con serietà religiosa. «Se prendi una vita – aveva detto in tono biblico – la tua vita sarà presa di ritorno». Un concetto che, con altre parole, il padre del ragazzo forse aveva già sentito citare, senza immaginare che un giorno avrebbe riguardato la sua famiglia.
Sui social la base Maga chiede l’esecuzione e loda il sacrifico del padre. Altri, scrivono, avrebbero aiutato il figlio a fuggire. L’Fbi aveva le immagini ma nessun riconoscimento facciale, e fino a giovedì sera il direttore, Kash Patel, nonostante l’orgoglio mostrato ai giornalisti, non aveva idea di dove fosse il killer. Cercare un ragazzo con il viso coperto dagli occhiali da sole in uno Stato grande come due terzi dell’Italia e fatto di gente riservata, sarebbe potuto risultare complicato. A meno che un uomo di fede non avesse deciso di consegnare il figlio alla giustizia. E mettere il suo destino nelle mani di un presidente assetato di vendetta.