Assedio a Gaza City, Msf: “Raid a ogni ora, ucciso un nostro operatore. Questa è barbarie”
di Alessia Candito“Stiamo cercando di mantenere le attività, non si può dire in modo normale, perché la situazione e ciò che sta accadendo non è normale, ma continuiamo a sostenere il personale sanitario, mantenere le forniture mediche e i servizi medici negli ospedali di Gaza City”. Coordinatrice per le emergenze nella Striscia di Medici senza frontiere, Esperanza Santos ha lasciato la città progressivamente invasa dalle truppe Idf da poche ore, mentre i team di Msf continuano a lavorare, mentre piangono uno dei loro. Fra le centinaia di vittime degli ultimi giorni c’è anche l’infermiere Hussein Alnajjar, morto dopo un’agonia di cinque giorni per le ferite causate da un attacco aereo israeliano vicino alla sua tenda.
Ucciso il tredicesimo operatore di Msf dall’inizio dell’offensiva
Padre di tre figli, maggiore di quattro fratelli, che da tempo si prendeva cura della sua famigli allargata per Msf è stato un punto di riferimento in molti ospedali della Striscia. Adesso è il tredicesimo nella lista di op…
“Stiamo cercando di mantenere le attività, non si può dire in modo normale, perché la situazione e ciò che sta accadendo non è normale, ma continuiamo a sostenere il personale sanitario, mantenere le forniture mediche e i servizi medici negli ospedali di Gaza City”. Coordinatrice per le emergenze nella Striscia di Medici senza frontiere, Esperanza Santos ha lasciato la città progressivamente invasa dalle truppe Idf da poche ore, mentre i team di Msf continuano a lavorare, mentre piangono uno dei loro. Fra le centinaia di vittime degli ultimi giorni c’è anche l’infermiere Hussein Alnajjar, morto dopo un’agonia di cinque giorni per le ferite causate da un attacco aereo israeliano vicino alla sua tenda.
Ucciso il tredicesimo operatore di Msf dall’inizio dell’offensiva
Padre di tre figli, maggiore di quattro fratelli, che da tempo si prendeva cura della sua famigli allargata per Msf è stato un punto di riferimento in molti ospedali della Striscia. Adesso è il tredicesimo nella lista di operatori dell’organizzazione ammazzati dall’inizio dell’offensiva israeliana a Gaza. “Questo spargimento di sangue deve finire”, tuonano da Medici senza frontiere continuando a chiedere l’immediato cessate il fuoco e la protezione dei civili. Ma la Striscia è sempre più una trappola e Gaza City un inferno dantesco, da cui non si riesce a uscire: restare o partire precipita solo in un altro girone.
Attacchi ovunque e a ogni ora
“Ci sono attacchi sia di giorno che di notte, in tutti i quartieri. A volte si tratta di bombardamenti aerei, ma in alcune zone avanzano anche le truppe. La situazione è davvero spaventosa. La gente è molto confusa e non sa più dove andare, dove può stare al sicuro. Dal fine settimana abbiamo visto come la popolazione cerchi disperatamente di fuggire”. Verso dove? Non lo sanno neanche loro, racconta. La cosiddetta zona umanitaria di Al Mawasi è quasi priva di servizi e satura, “non c'è - spiega - fisicamente spazio per accogliere quasi un milione di persone che vivono nella città di Gaza”.
"Ci si accampa a bordo strada, sui propri averi”
Il risultato è una situazione quasi surreale, con centinaia di persone accampate sopra i propri pochi averi in attesa di trovare un po’ di spazio dove piantare una tenda, immaginare una casa. “Per molti non ci sono alternative. Non ci sono spazi e per quelli disponibili c'è molta concorrenza. E devono anche pagare prezzi molto alti per un posto”. Eppure si parte, “soprattutto le famiglie con bambini”, si dà fondo agli ultimi risparmi per un passaggio o anche solo un asino su cui caricare tutte le proprie cose, diminuite sfollamento dopo sfollamento.
L’esodo delle famiglie
Il risultato è una fiumana di gente che si incolonna lenta su una strada distrutta e ridotta a una striscia, “disperati perché sanno che probabilmente questa volta non potranno più tornare”. Ci sono 12 chilometri fra Gaza City e la zona centrale, in teoria più sicura. Si percorrono in qualche ora a piedi, in pochi minuti in auto. “Ieri – racconta la coordinatrice di Msf – ci abbiamo messo più di quattro ore e mezzo. La strada era piena di gente, camion, auto, carriole, asini, persone che cercavano di portare con sé i propri averi, come potevano, perlopiù a piedi. Molte donne, molti bambini: uno con una tanica, un altro con una coperta, un altro con un materasso in testa, con i piccoli zainetti della scuola”.
Fra i costretti a partire e i determinati a restare
Si va via come si può, non perché si vuole, ma perché si deve. È dilemma anche per gli operatori di Msf, soprattutto i palestinesi, che a casa hanno ancora una famiglia, magari figli. Uno di loro, dice Santos, era determinato a non lasciare la città, a resistere. Poi è arrivato un bombardamento, i foglietti che cadono dal cielo e lo annunciano sono piovuti giù solo pochissimo tempo prima, senza neanche concedere alla gente il tempo materiale di mettersi in salvo. “Uno dei suoi figli, ne ha tre, non era a casa. Mi raccontava, angosciato, come gli chiedessero dove fosse, quando all'improvviso è esplosa una bomba. Il proiettile è caduto a 150 metri da dove si trovava il ragazzo. Quello è stato il momento decisivo in cui ha capito che non potevano più resistere e ha detto a sua moglie: “Prepariamo le cose e andiamo via”.
In molti, soprattutto adulti senza figli piccoli, invece restano. Sono convinti che anche fuggire non sia sinonimo di salvezza e la cronaca troppo spesso non gli dà torto. “Se devo morire a sud, preferisco farlo al nord”, dicono. Da due anni vengono obbligati a sfollare da un punto a un altro della Striscia ed è successo “cinque, dieci, fino a trenta volte in alcuni casi, e non ce la fanno più”.
Si muore anche nel tentativo di raggiungere gli ospedali
In più ci sono ospedali e cliniche da mandare avanti come si può, finché si può. Israele avrebbe garantito che saranno considerati “protetti”, ma più volte in passato gli ospedali sono stati assaltati, colpiti da raid e incursioni, con medici e paramedici arrestati o uccisi. Anche le ambulanze fin troppo spesso vengono colpite. Ma fame, malattie anche banali, persino parti continuano a uccidere. E non si fermano perché c’è un’invasione in corso. Quindi gli ospedali servono, rimangono operativi come possono, ma nessun luogo a Gaza City è sicuro. Il risultato paradossale: il personale medico, le madri che devono partorire o i pazienti, i bambini che devono venire in ospedale, non hanno un accesso sicuro. La popolazione mette a rischio la propria vita anche solo per poter accedere alle cure”.
"Il mondo si svegli e fermi la barbarie”
Fuori e dentro Gaza City ormai si sta perdendo anche la speranza. “Al momento, la situazione non mostra alcun segno di miglioramento. Quello che abbiamo visto nelle ultime due settimane è che è solo peggiorata ogni giorno di più”, mormora Santos. Si prova a resistere, perché si deve, perché altrimenti non c’è via d’uscita: “Speriamo che il mondo si svegli e che tutti insieme riusciamo a trovare un modo per fermare questa barbarie. Ma, per ora, non ci sono segni che questo possa fermarsi o migliorare nel breve termine”.