GERUSALEMME – La trappola è questo telefono che non va, perché non si può scappare, provarci almeno. «Ci siamo riparati in un negozio nel campo di Shati, a ovest di Gaza City, io, mio fratello e le mie due sorelle. Sto provando a contattare il mio amico Marwan, che è a Deir al Balah, per aiutarci a evacuare, ma la connessione salta di continuo», ci scrive Naiem Al Ghoul, 26 anni, «un sopravvissuto che spera di sopravvivere ancora». La notte scorsa è stata la più violenta dall’inizio della guerra, racconta: «Ci siamo nascosti sotto una casa mezza caduta, sentivo elicotteri, droni, bombardamenti ovunque». Le truppe dell’esercito israeliano che avanzano, le notizie confuse, il buio che amplifica la paura. «I carri armati sono nel quartiere orientale di Shiekh Redwan, da qui noi non ci muoviamo. Non abbiamo elettricità né cibo». L’unica speranza è che Marwan riesca a tirarli fuori, lontano dal mattatoio umano che è diventata Gaza City presa d’assalto dall’esercito israeliano, con la sua c…
GERUSALEMME – La trappola è questo telefono che non va, perché non si può scappare, provarci almeno. «Ci siamo riparati in un negozio nel campo di Shati, a ovest di Gaza City, io, mio fratello e le mie due sorelle. Sto provando a contattare il mio amico Marwan, che è a Deir al Balah, per aiutarci a evacuare, ma la connessione salta di continuo», ci scrive Naiem Al Ghoul, 26 anni, «un sopravvissuto che spera di sopravvivere ancora». La notte scorsa è stata la più violenta dall’inizio della guerra, racconta: «Ci siamo nascosti sotto una casa mezza caduta, sentivo elicotteri, droni, bombardamenti ovunque». Le truppe dell’esercito israeliano che avanzano, le notizie confuse, il buio che amplifica la paura. «I carri armati sono nel quartiere orientale di Shiekh Redwan, da qui noi non ci muoviamo. Non abbiamo elettricità né cibo». L’unica speranza è che Marwan riesca a tirarli fuori, lontano dal mattatoio umano che è diventata Gaza City presa d’assalto dall’esercito israeliano, con la sua città vecchia antica e preziosa, un tempo porto della via maris che collegava Alessandria d’Egitto a Damasco, l’Africa con l’Asia e l’Europa. Moschee, chiese, mercati, di epoca bizantina, ottomana: tutto distrutto. E ora tocca agli uomini, alle donne, sottrarsi alla cancellazione. «Tienile le foto delle mie figlie come ricordo, non sappiamo se riusciremo mai davvero a incontrarci di persona, qui a Gaza», dice Marwan Hamed Khalil, giornalista. Come migliaia di altri palestinesi è fuggito attraversando la strada costiera di al-Rashid, l’unica percorribile verso Sud. Neppure esodo si può dire, perché non c’è via di uscita dalla Striscia, sotto assedio totale, chiusa. «Ho dormito con la mia famiglia in strada per due giorni, eravamo bloccati in un ingorgo di macchine, carretti, camion, persone a piedi, il cielo sopra di noi era attraversato da lampi gialli e di un colore violaceo. Se anche ci salveremo, hanno ucciso tutti i miei ricordi».
I Khalil sono arrivati infine ad al Mawasi, ma non hanno dove stare, il campo scoppia di sfollati. E la zona umanitaria promessa da Israele non si vede. Un posto per la tenda costa «150 dollari al mese. Ho dovuto pagarne 800 al tizio che ci ha fornito una macchina per scappare, non ho più soldi. Siamo davvero esausti, non ho una casa, né una macchina, né un’istruzione da dare ai miei figli, né ospedali né un posto sicuro». Vuoi andare via da Gaza, Marwan? «Mi fa rabbia, vorrei tanto poterti rispondere no, resto a casa mia, nella mia terra, ma non ho alternative: se aprono dei varchi ce ne andremo». Ecco come nasce “l’emigrazione volontaria” di cui parla Netanyahu. Serviranno mesi «per impadronirci dei centri vitali della città e altri mesi per le restanti infrastrutture», resoconta il portavoce militare dell’esercito israeliano. «L’operazione si espanderà nei prossimi giorni». Il ministro della Difesa Israel Katz la rivendica sentendosi come un moderno Catone: «Gaza sta bruciando», tuona, corredando l’affermazione con immagini di esplosioni.
«Non ho visto cosa dice questo ministro», risponde Yara Nasser. «Io voglio solo continuare a studiare». È fuggita anche lei da Gaza City con la famiglia, sono in 12 in un monolocale a Deir al Balah, sua madre, suo padre, i fratelli, la sorellina cardiopatica e la famiglia di sua zia. Hanno preso l’essenziale, dice: pannello solare, batterie, vestiti, materassi e cibo. «Io dovevo solo assicurarmi di portare con me i libri e il materiale per studiare». Yara ha 18 anni, avrebbe dovuto diplomarsi a giugno. «La scena sulla strada era indescrivibile, ci muovevamo a malapena. Molte persone sono state costrette a camminare perché non potevano permettersi un camion o perché le auto si erano rotte. Ci abbiamo messo 12 ore a fare un tratto di strada che di solito si faceva in 45 minuti. Quando siamo arrivati ero uno straccio: mal di testa, nausea, vomito». Indietro sono rimasti gli amici: «Alcuni stanno cercando rifugio negli ospedali». Ma la maggior parte «non ha più molte opzioni».