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Stati Uniti, assist a Bibi e avvertimento a Hamas: “Il tempo sta scadendo”

(afp)

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Trump dichiara di non aver parlato dell’offensiva con Netanyahu. Rubio vola a Doha per ricucire con il Qatar: “Momento chiave”
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LONDRA - Il tempo per un accordo con Hamas su Gaza «sta scadendo», dice il segretario di Stato Marco Rubio: «Non abbiamo più mesi ma probabilmente giorni o forse poche settimane. È un momento chiave». Se uno aggiunge a queste dichiarazioni quelle del presidente Trump, che sostiene di non aver parlato col premier israeliano Benjamin Netanyahu della nuova offensiva in corso nella Striscia e cerca di tenersene fuori dicendo di non saperne abbastanza, sembra emergere un gioco delle parti in cui Washington sta cercando di sfruttare le operazioni militari lanciate dallo Stato ebraico per imprimere un’ultima accelerazione alle trattative. Ammesso ci sia ancora lo spazio per tenerle in vita, dopo i recenti raid contro il Qatar, e la capacità o la volontà degli Usa di esercitare pressioni anche sugli israeliani, per arrivare alla pace che Trump aveva promesso in campagna elettorale e su cui finora ha fallito.

Dopo la visita di lunedì in Israele, avvenuta poche ore prima dell’ingresso dei carr…

LONDRA - Il tempo per un accordo con Hamas su Gaza «sta scadendo», dice il segretario di Stato Marco Rubio: «Non abbiamo più mesi ma probabilmente giorni o forse poche settimane. È un momento chiave». Se uno aggiunge a queste dichiarazioni quelle del presidente Trump, che sostiene di non aver parlato col premier israeliano Benjamin Netanyahu della nuova offensiva in corso nella Striscia e cerca di tenersene fuori dicendo di non saperne abbastanza, sembra emergere un gioco delle parti in cui Washington sta cercando di sfruttare le operazioni militari lanciate dallo Stato ebraico per imprimere un’ultima accelerazione alle trattative. Ammesso ci sia ancora lo spazio per tenerle in vita, dopo i recenti raid contro il Qatar, e la capacità o la volontà degli Usa di esercitare pressioni anche sugli israeliani, per arrivare alla pace che Trump aveva promesso in campagna elettorale e su cui finora ha fallito.

Dopo la visita di lunedì in Israele, avvenuta poche ore prima dell’ingresso dei carri armati a Gaza City, Rubio ieri è andato in Qatar. «Oggi – ha scritto su X – ho incontrato a Doha l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani. Abbiamo ribadito la duratura partnership tra Stati Uniti e Qatar in materia di sicurezza e il nostro impegno comune per una regione più sicura e stabile». Ha detto di avere ringraziato Al Thani «per i continui sforzi di mediazione del Qatar per raggiungere un accordo di pace tra Israele e Hamas e riportare a casa gli ostaggi». Nello stesso tempo ha promesso il rafforzamento della cooperazione militare bilaterale, già molto forte perché il Qatar ospita la più grande base aeronautica americana ad al Udeid. Tutto questo era necessario per ricostruire il rapporto, dopo il raid israeliano su Doha per colpire i dirigenti di Hamas. Poi però Rubio ha approfittato dell’occasione anche per rilanciare gli sforzi finalizzati a mettere fine alla guerra a Gaza: «La nostra prima scelta è che tutto questo finisca con un accordo negoziato in cui Hamas dichiari: “Ci smilitarizzeremo, non saremo più una minaccia”. Se c’è un Paese al mondo che potrebbe aiutare a porre fine a tutto questo attraverso i negoziati, quello è il Qatar». Rinnovata apertura di credito, dunque.

Doha e in generale i Paesi arabi del Golfo non hanno reagito al raid israeliano come avrebbero potuto, ad esempio abbandonando gli Accordi di Abramo negoziati da Trump durante il primo mandato, ma non è detto che siano pronti a riprendere la mediazione. Sostenendo di non aver parlato con Netanyahu dell’offensiva in corso, mentre partiva per la visita di Stato in Gran Bretagna, Trump ha scelto di tenersene fuori. Che ciò sia vero o meno è relativamente importante. Già in passato aveva detto di non essere contrario alle operazioni militari israeliane finalizzate a debellare Hamas, purché fossero concluse in fretta. Forse non vuole, o non ritiene di avere la capacità di fermare Netanyahu. Forse intende lasciarlo fare, magari sperando che la rinnovata pressione bellica su Hamas spinga davvero i responsabili dell’attacco del 7 ottobre ad accettare la soluzione diplomatica proposta da Washington. Ma, come ha riferito un funzionario dell’amministrazione americana al sito Axios, questa «non è la guerra di Trump, è la guerra di Bibi, e lui si assumerà tutte le responsabilità di ciò che accadrà».

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