Esodo di sangue da Gaza City: “Ho visto sparare missili sui civili nelle vie indicate per sfollare”
di Fabio TonacciBombe sull’ultima città e bombe sugli ultimi che scappano. A Gaza City non ci sono vie sicure e le testimonianze che si raccolgono tra i palestinesi che stanno evacuando non sono diverse da quelle dei palestinesi che, per sfinimento o paura, rimangono. Missili, droni, sangue, civili uccisi: negli incroci dove la gente si raduna per trovare un mezzo per andarsene, e lungo le strade che portano fuori città. A Gaza City è pericoloso restare ma è pericoloso anche fuggire.
Sami Abu Salem, per esempio. È il cronista che collabora da settimane con questo giornale. Dopo molte titubanze si è deciso a spostare la famiglia e si è messo in strada, direzione sud. Ha trovato qualche metro quadrato libero nel campo di al Maghazi, non lontano da Deir al Balah. Ci è arrivato intero e non sa nemmeno lui come. Questo è il racconto che ha riferito a Repubblica.
«L’incrocio di Al-Lababidi, lungo la Al Nasr street a Gaza City, è sempre affollato. Chi abita nei quartieri Sheik Radwan e Nasser sa che deve an…
Bombe sull’ultima città e bombe sugli ultimi che scappano. A Gaza City non ci sono vie sicure e le testimonianze che si raccolgono tra i palestinesi che stanno evacuando non sono diverse da quelle dei palestinesi che, per sfinimento o paura, rimangono. Missili, droni, sangue, civili uccisi: negli incroci dove la gente si raduna per trovare un mezzo per andarsene, e lungo le strade che portano fuori città. A Gaza City è pericoloso restare ma è pericoloso anche fuggire.
Sami Abu Salem, per esempio. È il cronista che collabora da settimane con questo giornale. Dopo molte titubanze si è deciso a spostare la famiglia e si è messo in strada, direzione sud. Ha trovato qualche metro quadrato libero nel campo di al Maghazi, non lontano da Deir al Balah. Ci è arrivato intero e non sa nemmeno lui come. Questo è il racconto che ha riferito a Repubblica.
«L’incrocio di Al-Lababidi, lungo la Al Nasr street a Gaza City, è sempre affollato. Chi abita nei quartieri Sheik Radwan e Nasser sa che deve andare lì per convincere quelli che hanno le macchine a trasportarli a un prezzo ragionevole. C’ero anch’io, stavo aspettando un autista che mi aveva promesso il passaggio e che per cinque volte mi aveva dato buca. L’incrocio era pieno di famiglie che stavano evacuando. D’un tratto un razzo è esploso a 20-30 metri da me, davanti all’entrata di un palazzo. C’erano schegge ovunque. Nonostante il fumo e la polvere, sono andato a vedere. Un giovane e un uomo più anziano erano a terra, morti. Una donna e due individui erano feriti e insanguinati. Le macchine stracariche che transitavano in quell’istante non si sono neppure fermate per prestare soccorso».
Da quell’incrocio passano tutti, perché si arriva rapidamente a Rashid road, la sopraelevata sulla sabbia davanti al mare che è la via crucis di un popolo intero: in pochi giorni l’hanno pestata i piedi di almeno 350 mila gazawi, secondo la stima dell’esercito dello Stato ebraico, costretti ad abbandonare la città da un’operazione militare chiamata “Carri di Gedeone 2”, voluta da Netanyahu e che persino il Capo di stato maggiore israeliano reputa poco utile. È anche il tragitto principale indicato dall’Idf per defluire a sud. Sempre che uno riesca a raggiungerlo vivo.
Tra Rashid road e la torre Mushtaha, il palazzone demolito di recente da un missile israeliano, ci sono meno di trecento metri. La famiglia Hashem aveva trovato una macchina, scassata ma camminava. A bordo erano in cinque, quattro erano cugini: l’idea era puntare a Mawasi, la spiaggia trasformata in tendopoli. Avevano appena superato le rovine della torre, un razzo, probabilmente sparato da un drone quadricottero, ha centrato l’auto. «Abbiamo ricevuto la chiamata, siamo arrivati sul posto e abbiamo portato all’ospedale sei uomini», spiega a Repubblica Anas, uno dei soccorritori. A quanto hanno riferito poi i medici, i cinque a bordo «erano sfollati» e sono tutti deceduti nel raid aereo.
Le forze armate di Israele hanno annunciato su X una «rotta alternativa», questa lungo la centrale Salah al-Din. O meglio, quel che resta della Salah al-Din: prima, quando la Striscia di Gaza non era il tappeto di macerie che è adesso, era l’arteria più trafficata. Una parte della Salah al-Din è stata aperta alle 12 di ieri e lo rimarrà per 48 ore. Collega Gaza City alle città di Khan Younis e Rafah, e per fare quel tratto a piedi ci vogliono almeno 7 ore. Già in passato, durante il conflitto, l’Idf ha consentito agli sfollati l’accesso alla Salah al-Din, ma i gazawi non si fidano più perché più volte è stata bombardata dall’aviazione nonostante fosse stata dichiarata «safe way», via sicura, come ricostruisce il rapporto di Human Rights Watch pubblicato nel novembre scorso.
La maggior parte dei palestinesi dunque si accalca sulla strada della costa, trascinando sacchi e materassini, portando un simulacro di casa arrotolato sotto al braccio. «Mentre ero sulla Al Rashid, ho sentito diverse esplosioni», ha detto Sami Abu Salem. «Dopo ogni boato la gente guarda il cielo, per cercare la colonna di fumo che segnala il punto di caduta del missile. Dopo ogni boato, a tutti viene lo stesso pensiero: chissà se sopravviveremo, chissà se torneremo a Gaza City».