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L’addio alla mia città dilaniata

(afp)

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È stato uno dei giorni più tristi della mia vita. Non ho pianto tanto come la prima volta che ho lasciato Gaza, ma è stato ancora più straziante. Allora non capivo cosa mi aspettasse. Questa volta so che è la fine
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Ho dovuto lasciare Gaza, la mia città natale, per quella che probabilmente sarà l’ultima volta. Ancora mi rifiuto di accettarlo. Dopo mesi di vita nell’incertezza e in estremo pericolo, in attesa della nostra rovina imminente, dopo innumerevoli notti insonni piene di esplosioni e settimane spese a cercare di elaborare un piano – trovare un posto dove vivere e capire cosa fare – siamo stati costretti a trasferirci. Il tragitto è stato uno spettacolo di distruzione senza fine, un percorso in un mondo dove regnava il caos.

È stato uno dei giorni più tristi della mia vita. Non ho pianto tanto come la prima volta che ho lasciato Gaza, ma è stato ancora più straziante. Allora non capivo cosa mi aspettasse. Questa volta so che è la fine. Il giorno prima di partire, ho vagato per la città per dire addio alle macerie della mia vecchia casa e alle mie strade preferite. Ho scattato foto di ogni angolo, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta che le vedevo. Muoversi era estremamente pericoloso –…

Ho dovuto lasciare Gaza, la mia città natale, per quella che probabilmente sarà l’ultima volta. Ancora mi rifiuto di accettarlo. Dopo mesi di vita nell’incertezza e in estremo pericolo, in attesa della nostra rovina imminente, dopo innumerevoli notti insonni piene di esplosioni e settimane spese a cercare di elaborare un piano – trovare un posto dove vivere e capire cosa fare – siamo stati costretti a trasferirci. Il tragitto è stato uno spettacolo di distruzione senza fine, un percorso in un mondo dove regnava il caos.

È stato uno dei giorni più tristi della mia vita. Non ho pianto tanto come la prima volta che ho lasciato Gaza, ma è stato ancora più straziante. Allora non capivo cosa mi aspettasse. Questa volta so che è la fine. Il giorno prima di partire, ho vagato per la città per dire addio alle macerie della mia vecchia casa e alle mie strade preferite. Ho scattato foto di ogni angolo, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta che le vedevo. Muoversi era estremamente pericoloso – a volte ho dovuto correre e mettermi al riparo – ma sentivo il bisogno di farlo. Avrei voluto dire un addio vero alla mia città natale com’era un tempo, non a questa versione irriconoscibile e dilaniata.

Lo sfollamento è sempre umiliante ed estenuante. La sola preparazione è macabra: come impacchettare tutta la nostra vita, trovare un trasporto, individuare un posto dove alloggiare...

Mi considero fortunata per essere riuscita nell’impresa, ma è costata un enorme quantità di denaro, tempo e fatica. Centinaia di migliaia di persone sono ancora bloccate a Gaza perché non riescono a trovare un posto dove andare, non possono permettersi una tenda o un camion per trasportare i loro averi.

Abbiamo fatto fatica a trovare un piccolo autobus per trasportare i nostri beni, oggetti essenziali per la sopravvivenza. Abbiamo pagato migliaia di shekel. Io e la mia famiglia abbiamo camminato per ore su strade affollatissime finché non abbiamo trovato un veicolo che ci prendesse. È stato estenuante e disperato.

Ci è stato permesso di muoverci solo lungo la strada del mare, pesantemente danneggiata ed estremamente affollata, con a malapena spazio per camminare. Le scene erano strazianti: persone disperate che trasportavano borse pesanti, camion carichi di intere vite – sacchi di vestiti, serbatoi d’acqua, materassi, coperte, pannelli solari, utensili da cucina, mobili….

Ora non mi trovo in un luogo davvero “sicuro”. Abbiamo trovato, per miracolo, un posto in affitto a Deir Al-Balah, nella zona centrale. Anche se non è classificato come una zona rossa di “combattimento pericoloso”, non fa parte neanche della cosiddetta zona gialla “umanitaria”. È una zona grigia, con piani di demolizione previsti subito dopo che avranno finito con Gaza City. Questo significa che è solo questione di tempo prima che dobbiamo affrontare un altro sfollamento e rivivere questo orrore.

Sebbene qui non sia del tutto sicuro e si sentano ancora le bombe, mi sento più protetta. Noto una grande differenza. Posso finalmente riprendere fiato. Attraversare l’altra sponda del fiume sulla strada del mare è stato il primo momento in mesi in cui ho potuto respirare aria priva della pervasiva miscela di polvere, fumo e sangue.

Qui è più tranquillo. Posso vedere alberi e sentire suoni diversi dalle esplosioni. Eppure provo un immenso senso di colpa per riuscire a respirare, mentre la mia famiglia e i miei amici sono ancora intrappolati in estremo pericolo, solo perché non hanno i mezzi per andarsene o un posto dove andare.

Gaza sta vivendo i giorni peggiori della sua storia. È la fine. Siamo stati etnicamente cacciati dalla nostra terra.

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