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Omar Awadallah: “Per noi è un momento storico, peccato che l’Italia non partecipi”

Omar Awadallah: “Per noi è un momento storico, peccato che l’Italia non partecipi”

L’intervista al viceministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese: “Chiunque sostenga e voglia preservare la soluzione dei due Stati entro i confini del 1967 dovrebbe difendere il riconoscimento dello stato di Palestina”

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GERUSALEMME – A New York non ci sarà, perché gli americani gli hanno negato il visto come a tutta la delegazione palestinese. Ma l’importante «è l’obiettivo, e questo è un momento storico per la Palestina», dice Omar Awadallah, viceministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese, con delega proprio alle Nazioni Unite.

Regno Unito, Australia, Canada, oggi la Francia, un’ondata di riconoscimenti diplomatici. Cosa significa per i palestinesi?

«È un momento storico dal punto di vista naturale, legale, morale, coerente con il nostro diritto all’autodeterminazione. È un messaggio, vuol dire vediamo le vostre sofferenze, dà speranza alla nostra gente. Chiunque sostenga e voglia preservare la soluzione dei due Stati entro i confini del 1967 dovrebbe difendere il riconoscimento dello stato di Palestina».

Netanyahu lascia intendere che ci saranno nuovi insediamenti, forse anche annessioni parziali.

«Israele non ha la sovranità sul territorio palestinese che occupa dal 1967, e il riconoscimento della Palestina da parte di tanti Paesi lo certifica. Un atto coraggioso che arriva in un momento buio, in cui il popolo palestinese sta affrontando il genocidio a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania e tante violazioni dei suoi diritti».

L’Italia si è tirata fuori: come valuta questa scelta?

«È un peccato che i nostri amici in Italia non partecipino a questo momento storico, li invitiamo a farlo perché il riconoscimento è il prerequisito per la pace, non un sottoprodotto. Aspettare che il conflitto venga risolto potrebbe essere troppo tardi per un Paese come l’Italia che ha sempre sostenuto i diritti del popolo palestinese».

La posizione del governo Meloni è che uno Stato palestinese va prima costruito, e poi riconosciuto.

«C’è un bel detto che dice: “Un bacio a un cadavere non significa nulla”. Non vogliamo che i nostri amici dall’Italia vengano a baciare il cadavere della Palestina uccisa dagli israeliani. Lo Stato di Palestina esiste, abbiamo il territorio, il popolo, il governo, ciò che serve è porre fine all’occupazione israeliana».

La mappa della Cisgiordania assomiglia più a una somma di isole che a un territorio contiguo: pezzi di Palestina intervallati da insediamenti israeliani. Non è troppo tardi?

«Israele sta cercando di imporre una realtà di fatto sul terreno con gli insediamenti, il genocidio a Gaza e cercando di trasferire forzatamente la nostra gente in Cisgiordania. La comunità internazionale deve prendere tutte le misure per porre fine a questa occupazione: l’embargo sulle armi, le sanzioni ai coloni e ai ministri violenti. Non è troppo tardi. Dubito che la comunità internazionale voglia pagare il prezzo di uno stato unico di apartheid nel 21° secolo».

La dichiarazione di New York chiede anche a voi riforme profonde: l’Anp è in crisi di credibilità e consensi, non si vota dal 2006.

«Stiamo lavorando alla democratizzazione delle nostre istituzioni, abbiamo un comitato costituzionale e entro un anno dalla fine della guerra ci saranno elezioni».

Gli israeliani sostengono che riconoscere lo Stato di Palestina è un regalo ad Hamas.

No, è una ricompensa al campo della pace perché Hamas non crede alla soluzione dei due Stati».

Dunque verrà esclusa dalle prossime elezioni?

«Il governo legittimo è quello del presidente Mahmoud Abbas e l’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina) è il rappresentante legittimo del popolo. Qualsiasi movimento o fazione che vorrà partecipare alle elezioni dovrà riconoscere gli obblighi nei confronti dell’Olp, la soluzione dei due Stati e il diritto internazionale».

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