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Dai romani all’impero britannico, dalla risoluzione Onu a Gaza: storia dello Stato palestinese

(afp)

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La guerriglia di Lawrence d’Arabia aprì la porta al dominio inglese dopo quello ottomano. Poi dopo la dichiarazione di Balfour, la creazione di Israele e il conflitto del 1948 si inasprirono le tensioni tra ebrei e arabi. E lo Stato di Palestina diventa un miraggio nonostante i voti alle Nazioni Unite. Fino alle nuove speranze di oggi
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Già riconosciuto da tempo da 147 dei 193 Paesi membri dell'Onu, lo Stato di Palestina ottiene a partire da stamani il riconoscimento di una decina di altre nazioni, tra cui Francia e Canada, dopo quello di domenica da parte del Regno Unito, l’ex potenza coloniale: un passo significativo perché proveniente da alcuni dei Paesi occidentali tradizionalmente sostenitori di Israele. Perciò ha un grande valore simbolico per la popolazione palestinese di Cisgiordania e Gaza, e per la stessa ragione è avversato dallo Stato ebraico. Come in altri momenti nella travagliata storia della regione, anche questo può avere drammatiche conseguenze, facilitando o complicando ulteriormente una soluzione del conflitto. Per comprendere come si è arrivati fino a questo punto, ecco quali sono stati, nel corso dei secoli, anzi dei millenni, i passaggi cruciali.

Il Regno di Israele

Crocevia tra Asia ed Europa, il territorio fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo è stato attraversato e conteso fin dal…

Già riconosciuto da tempo da 147 dei 193 Paesi membri dell'Onu, lo Stato di Palestina ottiene a partire da stamani il riconoscimento di una decina di altre nazioni, tra cui Francia e Canada, dopo quello di domenica da parte del Regno Unito, l’ex potenza coloniale: un passo significativo perché proveniente da alcuni dei Paesi occidentali tradizionalmente sostenitori di Israele. Perciò ha un grande valore simbolico per la popolazione palestinese di Cisgiordania e Gaza, e per la stessa ragione è avversato dallo Stato ebraico. Come in altri momenti nella travagliata storia della regione, anche questo può avere drammatiche conseguenze, facilitando o complicando ulteriormente una soluzione del conflitto. Per comprendere come si è arrivati fino a questo punto, ecco quali sono stati, nel corso dei secoli, anzi dei millenni, i passaggi cruciali.

Il Regno di Israele

Crocevia tra Asia ed Europa, il territorio fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo è stato attraversato e conteso fin dall'antichità da eserciti, imperi e mercanti. Fra l'età del Bronzo e l'età del Ferro, ovvero fra il 2000 e il 500 avanti Cristo, popoli canaaniti, progenitori delle tribù israelite, come riportato dalla Bibbia e dallo storico greco Erodoto, formano gradualmente un'entità statale che diventa poi il regno di Israele, che ha come capitale la città di Gerusalemme, sacro centro della religione ebraica. È la "Terra Promessa" indicata da Dio a Mosè e da questi agli ebrei, quando fuggono dall'Egitto dove erano tenuti in schiavitù.

La Palestina romana

Nel 63 avanti Cristo, l'Impero romano conquista e colonizza una vasta parte del Levante, come era chiamato complessivamente il Medio Oriente, dandole il nome di Siria Palestina, poi abbreviato in Palestina: include gli odierni Stati di Siria, Libano, Giordania, Israele, oltre a Cisgiordania e Gaza. È qui che un ebreo di nome Gesù, nato a Betlemme e morto sulla croce a Gerusalemme nel 33 d.C., fonda la setta da cui più tardi nasce il cristianesimo. Varie rivolte ebraiche si oppongono all'occupazione romana: in seguito alla ribellione del 66 dopo Cristo, particolarmente cruenta, Roma distrugge gran parte di Gerusalemme e del Secondo Tempio, dove gli ebrei si riunivano a pregare. Il Muro del Pianto, oggi principale luogo di preghiera e di culto dell'ebraismo, era la parete occidentale del Tempio, l'unica rimasta in piedi.

Le crociate

Dopo il crollo dell'Impero romano e la nascita dell'Islam, fondato da Maometto nel 610 dopo Cristo, varie dinastie musulmane, tra le numerose popolazioni arabe del Medio Oriente, si appropriano dell'ex colonia romana di Palestina, ricostruendo Gerusalemme, dove continua a vivere anche una minoranza ebraica, e costruendo le imponenti moschee che ancora oggi sorgono sulla collina che sormonta il Muro del Pianto. Nel 1099 dopo Cristo, la prima Crociata conquista Gerusalemme in nome della cristianità, riprendendo così il controllo del Santo Sepolcro, la chiesa costruita attorno al Golgota, presunta località della crocefissione di Gesù. Ma nel 1187 un sultano islamico riconquista la città santa, culla delle tre religioni monoteiste e da esse contesa. Nel lungo conflitto che ne risulta, gli ebrei sono più rispettati dai regni musulmani che da quelli cristiani, i quali li considerano responsabili di "deicidio", ossia della morte di Cristo, perché le autorità ebraiche lo giudicavano un eretico (e il governatore romano Ponzio Pilato rispose "Me ne lavo le mani").

Impero ottomano e impero britannico

Nel 1516 l'Impero ottomano (da cui discende la moderna Turchia) conquista la Palestina, strappandola al dominio dei mammelucchi egiziani, e gran parte del Medio Oriente. Per quattrocento anni, la regione rimane sotto il sultano di Istanbul, l'ex Costantinopoli che era stata in precedenza la capitale del'Impero romano d'Oriente. Poi, dopo la vittoria di Gran Bretagna e Francia contro i turchi nella Prima guerra mondiale, propiziata dalle operazioni di guerriglia di Thomas Lawrence, l'ufficiale inglese soprannominato "Lawrence d'Arabia", alla testa di truppe cammellate arabe, Londra promette di creare un vasto regno arabo indipendente. Invece finisce per spartirsi con Parigi una serie di Stati disegnati arbitrariamente con la matita sulle carte geografiche. Tra questi, la Palestina, su cui Londra riceve il cosiddetto Mandato britannico, facendone in pratica una colonia.

La Balfour Declaration

Nel frattempo un ebreo austriaco, Theodore Herzl, ha fondato in Europa il sionismo, proponendo il ritorno degli ebrei alla terra dei padri per fondarvi un proprio Stato come unica possibile difesa da venti secoli di antisemitismo. La comunità ebraica in Palestina, mai del tutto scomparsa, aumenta così di numero, creando crescenti tensioni e violenze contro la maggioranza araba della popolazione. Nel 1917 il ministro degli Esteri britannico Alfred Balfour firma una dichiarazione, che da quel momento viene ricordata con il suo nome, con la quale il Regno Unito riconosce il diritto all’esistenza di un “focolaio ebraico” in Palestina, un’affermazione che contribuisce all’esodo degli ebrei verso Gerusalemme e che viene interpretata come un implicito benestare, da parte dell’Impero più grande e potente del mondo, alla creazione dello Stato di Israele. La Balfour Declaration afferma anche che tutto ciò non deve in alcun modo privare gli arabi di Palestina dei loro diritti, ma questo concetto viene spesso trascurato.

La partizione del 1948

Gli scontri fra ebrei ed arabi, più gli attacchi contro le truppe coloniali britanniche, tra cui un attentato contro l’Hotel King David di Gerusalemme, sede del quartier generale inglese, organizzato da una fazione estremista ebraica, nel quale muoiono 90 persone, inducono Londra a lasciare la Palestina. La questione viene rimandata durante la Seconda guerra mondiale, che tuttavia rende ancora più urgente una decisione: sei milioni di ebrei vengono sterminati nei campi di concentramento nazisti, la “soluzione finale” al “problema ebraico” secondo i piani di Hitler, che avrebbe voluto eliminarli tutti; e il Gran Muftì di Gerusalemme, più alta autorità religiosa islamica nella città santa, si allea con il Terzo Reich, andando a rifugiarsi a Berlino, nella speranza che una vittoria tedesca avrebbe spazzato via gli ebrei anche dalla Palestina. Così nel 1948 l’Onu approva a maggioranza, con il sostegno di Usa, Urss e delle altre potenze vincitrici nella Seconda guerra mondiale, una risoluzione che mette fine al Mandato britannico sulla Palestina, dividendo la terra fra il Giordano e il Mediterraneo in due Stati di dimensioni simili, uno per gli ebrei e uno per gli arabi.

La guerra del 1948

Gli ebrei accettano la risoluzione dell’Onu: il giorno dopo, il loro leader David Ben Gurion annuncia la creazione dello Stato di Israele. Gli arabi la respingono: siamo noi la maggioranza della popolazione in Palestina, dicono, perché mai dobbiamo cederne metà agli ebrei, solo per il senso di colpa degli europei per l’Olocausto? Così gli arabi di Palestina, insieme agli eserciti di Egitto, Giordania, Siria, Libano e altri, attaccano il neonato Stato israeliano. Pensano di riuscire a “ricacciare in mare gli ebrei”, ma invece è Israele a prevalere sul campo di battaglia: alla fine della guerra espande i suoi confini rispetto a quelli stabiliti dalla partizione dell’Onu ed espelle con la forza una parte degli arabi che in quelle zone vivevano. Altri, tuttavia, restano dove sono: nello Stato ebraico di oggi, circa un quinto della popolazione, pari a due milioni di persone, sono arabi, di religione cristiana o musulmana, con cittadinanza israeliana, rappresentati da partiti arabi al parlamento israeliano, ma che non possono servire nell’esercito.

Sotto Egitto e Giordania

Dalla guerra del 1948 fino alla guerra del 1967, dunque per quasi vent’anni, due parti della Palestina del Mandato Britannico rimangono in mano agli arabi: la Striscia di Gaza, controllata dall’Egitto, e la Cisgiordania, annessa dalla Giordania. Né il Cairo né Amman, in quei due decenni, ritengono di dover creare nelle due regioni uno “Stato palestinese”, limitandosi a tenerle per sè. D’altronde il 70 per cento della popolazione della Giordania è di etnia “palestinese” (gli altri sono beduini): tenersi la terra al di là del fiume Giordano sembra naturale a re Hussein di Giordania, e anche nei progetti originali inglesi c'era l'opzione che gli arabi di Palestina finissero a fare parte del Regno giordano. Ma il re appartiene alla minoranza beduina. I suoi rapporti con gli arabi di Cisgiordania, con il passare degli anni, si fanno tesi (a un certo punto risultano in uno scontro armato). Nel 1964 Yasser Arafat fonda l'Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E anche se l'obiettivo iniziale è cacciare a mare gli ebrei, con l'Olp comincia a svilupparsi un'identità e un'aspirazione nazionale palestinese.

Il conflitto del 1967

La guerra dei Sei Giorni, come verrà chiamata, è il secondo atto di quella del '48. Di nuovo mezza dozzina di Paesi arabi si preparano a distruggere Israele. Di nuovo è Israele a vincere, anzi stravincere, strappando anche Gaza all'Egitto e la Cisgiordania alla Giordania. Da allora il governo israeliano inizia a costruire degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gaza, alcuni dei quali nel tempo crescono fino a diventare vere e proprie città. Nel 2006 Israele smantella unilateralmente tutti i suoi insediamenti da Gaza, ma quelli in Cisgiordania diventano sempre più numerosi e popolosi. L'Onu e gran parte della comunità internazionale li giudica "illegali", definendo Cisgiordania e Gaza come "Territori occupati".

Il processo di pace

Una lunga stagione di terrorismo palestinese risponde all'occupazione israeliana di Cisgiordania e Gaza. Dopo la prima Intifada, la "rivolta delle pietre", tirate con la fionda da giovani palestinesi contro i soldati israeliani, con la mediazione degli Stati Uniti all'inizio degli anni Novanta prende il via, dapprima in segreto, un negoziato fra Israele e l'Olp di Arafat. Nel '93, il primo ministro israeliano Rabin, il ministro degli Esteri israeliano Peres e Arafat firmano un accordo di pace che concede ai palestinesi un'autonomia sul 20 per cento della Cisgiordania, con l'intento di arrivare alla creazione di uno Stato palestinese in gran parte della Cisgiordania e a Gaza entro cinque anni, in pratica il ritorno ai confini che Israele aveva prima della guerra del '67. Sospinti dal presidente americano Bill Clinton, Rabin e Arafat si stringono la mano sul prato della Casa Bianca. "La pace si fa con i nemici, non con gli amici", dice il premier israeliano. Ma Rabin viene assassinato da un fanatico israeliano di estrema destra contrario alla pace, tornano gli attentati palestinesi e un leader di destra aspramente critico di Rabin, Benjamin Netanyahu, vince le successive elezioni. Il processo di pace si arena.

Due occasioni mancate

Ci sono ancora due occasioni di arrivare alla pace. Nel 2000, ai negoziati di Camp David, sempre mediati da Clinton, un nuovo premier israeliano, Ehud Barak, laburista ed ex generale come Rabin, offre ad Arafat uno Stato palestinese nel 97 per cento della Cisgiordania, con Gerusalemme est come capitale, collegato a Gaza da un'autostrada sopraelevata, ma Arafat si impunta sul "diritto al ritorno" (chiede che centinaia di migliaia di profughi palestinesi sparsi per il Medio Oriente possano ritornare, non nel futuro Stato di Palestina, ma alle case dei loro avi di mezzo secolo prima in Israele - una richiesta che Barak non può accettare), e la trattativa fallisce. Molti commentatori accusano Arafat di ostinazione assurda, di cecità o di pavidità: "Accetti questo accordo, Abu Ammar", gli dice l'ambasciatore saudita a Washington, chiamandolo con il nome di battaglia, "o il suo popolo rimpiangerà per sempre di averlo rifiutato". Morto Arafat, nel 2008 il suo successore Mahmoud Abbas, più pragmatico, arriva a un passo dal firmare un accordo analogo con il premier israeliano Ehud Olmert, successore di Barak: ma Olmert viene arrestato, processato e condannato per corruzione. Anche questa occasione sfuma.

La guerra di Gaza

Tornato al potere, Netanyahu avvia una strategia di "divide et impera": facilita il consolidamento di Hamas a Gaza, in competizione con l'Autorità nazionale palestinese (Anp) presieduta da Mahmoud Abbas in Cisgiordania, incoraggiando il Qatar a versare ingenti aiuti ad Hamas; e giustifica il blocco dei negoziati di fronte alla comunità internazionale sostenendo che nessuno farebbe accordi "con un gruppo terroristico", come Hamas è classificato da Usa, Ue, Regno Unito e altri Paesi occidentali. Si arriva così ai giorni nostri: l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, che fa 1.200 morti e prende 250 ostaggi; l'offensiva israeliana a Gaza, che ha fatto 64 mila morti, in gran parte civili, compresi anziani, donne e bambini.


Tra proteste mondiali e accuse a Israele di genocidio o crimini contro l'umanità, culminate in un mandato di arresto per Netanyahu da parte della Corte penale internazionale dell'Aia, è giunta ora la reazione diplomatica di una parte rilevante dell'Occidente: il riconoscimento di uno Stato di Palestina ad opera di Regno Unito, Francia e un'altra decina di Paesi. C'è la possibilità che Israele risponda annettendo ufficialmente la Cisgiordania, tutta o in parte, ma se lo facesse rischierebbe la rottura degli accordi di pace con i Paesi arabi che li avevano firmati sino ad ora, dall'Egitto nel 1979 agli Emirati Arabi Uniti e altri nel primo mandato presidenziale di Trump. E comunque, davanti alla distruzione di Gaza, i Paesi occidentali sperano che riconoscere la Palestina isoli Netanyahu in patria e lo costringa a fermare al più presto la guerra. Per gli idealisti, è l'ultima speranza. Per i cinici, solo un gesto per i pro-pal, un modo per accontentare l'opinione pubblica interna in tumulto.

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