RAMALLAH – La signora Fairouz ha preparato il maqluba, il piatto nazionale, la birra è quella analcolica che sa di fragola e va molto di moda. «Il pranzo del riconoscimento», scherza e chissà che un giorno non diventi davvero un thanksgiving palestinese, la festa del buon raccolto. Ramia, subito, la rimprovera. «Mamma, non farti illusioni, non cambierà nulla». Ma Fairouz ha la tempra di settant’anni di storia palestinese. È nata a Gerusalemme, si è innamorata a Ramallah, nel frattempo crescevano muri, attentati e checkpoint, guerre e occupazione. Adesso si è riaperta una porticina per la diplomazia. «È molto importante che riconoscano il nostro Stato. Magari non domani, ma le prossime generazioni vedranno il cambiamento», risponde mentre intorno Ramallah si prepara all’Assemblea dell’Onu, senza celebrazioni, con il cuore dolente per Gaza e un futuro che ha smesso di immaginare.
Nei caffè, nelle case, se ne parla sì, ma sottovoce. Rania ne ha discusso con le sue figlie adolescenti: «No…
RAMALLAH – La signora Fairouz ha preparato il maqluba, il piatto nazionale, la birra è quella analcolica che sa di fragola e va molto di moda. «Il pranzo del riconoscimento», scherza e chissà che un giorno non diventi davvero un thanksgiving palestinese, la festa del buon raccolto. Ramia, subito, la rimprovera. «Mamma, non farti illusioni, non cambierà nulla». Ma Fairouz ha la tempra di settant’anni di storia palestinese. È nata a Gerusalemme, si è innamorata a Ramallah, nel frattempo crescevano muri, attentati e checkpoint, guerre e occupazione. Adesso si è riaperta una porticina per la diplomazia. «È molto importante che riconoscano il nostro Stato. Magari non domani, ma le prossime generazioni vedranno il cambiamento», risponde mentre intorno Ramallah si prepara all’Assemblea dell’Onu, senza celebrazioni, con il cuore dolente per Gaza e un futuro che ha smesso di immaginare.
Nei caffè, nelle case, se ne parla sì, ma sottovoce. Rania ne ha discusso con le sue figlie adolescenti: «Non sono mai uscite dalla Cisgiordania, voglio che capiscano quello che accade per non cadere in balia di strane idee». Due anni prima del 7 ottobre le aveva portate per la prima volta al mare, a Tel Aviv: andata e ritorno in un giorno solo perché non avevano il permesso di restare in Israele. È l’unico “fuori” che hanno conosciuto. Quarantotto anni, Rania gestisce la biblioteca pubblica di Ramallah, una delle più antiche della città, fondata negli anni Cinquanta. «Penso che il riconoscimento sia la vera “tempesta di al Aqsa”», esordisce, facendo il verso al nome che Hamas ha dato al 7 ottobre e ai massacri di israeliani. «Il fatto che la comunità internazionale, i popoli, ora vedano quello che accade in Palestina ha il potenziale per mettere fine alla guerra, al genocidio, all’occupazione». Gli israeliani sostengono che sia un «regalo» ad Hamas. «Falso. Non è un regalo per nessuno, è un diritto dei palestinesi avere uno stato. E poi i palestinesi non sono tutti Hamas, anzi. Hamas fa i suoi interessi, e a Gaza lo vedete quello che ha ottenuto».
Saed, amico di Rania di vecchia data, ci raggiunge nel cortile portando tre caffè, anche lui ha una figlia adolescente. «Da ragazzo ho partecipato alla prima Intifada. Tiravamo pietre pensando che quelle pietre ci avrebbero portato uno stato. E cosa è successo? Il soffocamento. All’epoca potevamo muoverci, non c’erano tutti questi checkpoint, la situazione era decisamente migliore rispetto a quella che vive mia figlia». Rania gli dà man forte: «Alle mie ragazze ho detto che se vogliono fare la “resistenza” possono farla ma in un solo modo: studiando. Questa è la loro missione».
Non tutti, ovvio, la pensano così. Mohammed, che ha 20 anni e una bancarella di frutta accatastata, dice che per ora vanno bene i due stati, Oslo, i confini del ’67, tanto poi ci «riprenderemo la nostra terra», dal fiume al mare.
A sera, Macron pronuncia un discorso altisonante e il ministero degli esteri dell’Autorità nazionale Palestinese definisce la decisione della Francia «storica e coraggiosa». Mustafa Barghouti è più prudente. «Il riconoscimento è un passo importante perché afferma e conferma il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi e nega le misure illegali di Israele, come gli insediamenti nei territori occupati e tutte le leggi che violano il diritto internazionale inclusa quella che sostiene che il diritto all’autodeterminazione sia esclusivamente per gli ebrei che vivono nella Palestina storica», spiega. Medico, attivista per i diritti umani e fondatore insieme ad Edward Said del “Palestinian National Initiative”, un movimento alternativo a Fatah e ad Hamas, è stato anche candidato alle ultime elezioni palestinesi, correva l’anno 2005. «Ma senza misure concrete non si impedirà l’annessione, non si fermeranno il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania. Servono sanzioni. Con la Russia è stato fatto, perché con Israele no?».