Lo scrittore Iulian Ciocan: “Mosca rivuole a ogni costo la mia Moldova. E non si arrenderà”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiCHISINAU – Iulian Ciocan aveva già previsto tutto. «La tragedia ucraina è diventata la mia fortuna», dice sommessamente. Ex voce di Rfe/Rl e di Vocea Basarabiei, 57 anni, Ciocan è tra gli scrittori moldavi di lingua romena più letti in patria e tradotti all’estero, ma dopo l’inizio del conflitto in Ucraina nel 2022 i suoi cinque romanzi hanno guadagnato nuova popolarità.
Cresciuto a cavallo del crollo dell’Urss e della nascita della Moldova indipendente, si è sempre ispirato alle fragilità della sua giovane nazione. E nel romanzo E al mattino arriveranno i russi, portato in Italia da Bottega Errante Edizioni, ha immaginato un’invasione russa della Moldova a partire dalla Transnistria separatista. Una distopia che rivela un incubo inconfessato che il vicino conflitto ha reso più concreto. «Una paura fondata. A prescindere dall’esito delle legislative odierne», ci dice in un café nel centro di Chisinau, reduce da un festival letterario. «I russi non si arrenderanno mai. Vogliono riprend…
CHISINAU – Iulian Ciocan aveva già previsto tutto. «La tragedia ucraina è diventata la mia fortuna», dice sommessamente. Ex voce di Rfe/Rl e di Vocea Basarabiei, 57 anni, Ciocan è tra gli scrittori moldavi di lingua romena più letti in patria e tradotti all’estero, ma dopo l’inizio del conflitto in Ucraina nel 2022 i suoi cinque romanzi hanno guadagnato nuova popolarità.
Cresciuto a cavallo del crollo dell’Urss e della nascita della Moldova indipendente, si è sempre ispirato alle fragilità della sua giovane nazione. E nel romanzo E al mattino arriveranno i russi, portato in Italia da Bottega Errante Edizioni, ha immaginato un’invasione russa della Moldova a partire dalla Transnistria separatista. Una distopia che rivela un incubo inconfessato che il vicino conflitto ha reso più concreto. «Una paura fondata. A prescindere dall’esito delle legislative odierne», ci dice in un café nel centro di Chisinau, reduce da un festival letterario. «I russi non si arrenderanno mai. Vogliono riprendersi la Moldova in un modo o nell’altro».
È stata l’annessione della Crimea a ispirarla?
«Anche se il libro è uscito in patria nel 2015, avevo iniziato a scriverlo nel 2012 quando l’Ucraina e la Russia sembravano ancora due Paesi amici. Dopo l’annessione della Crimea, ero devastato. Temevo di essere accusato di speculare sulla guerra nel Donbass. Mi chiedevo se la mia distopia si fosse avvicinata troppo alla realtà. Ma la realtà è che i russi possono invaderci, indipendentemente dalle loro alleanze. Con o senza l’Ucraina».
Da dove nasce questa paura?
«Che i russi possano tornare, come nel 1812 e nel 1940, è una paura atavica. Nel 1812 l’esercito zarista ci sottrasse all’Impero Ottomano e dopo il Patto Molotov-Ribbentrop, nel 1940, in questa terra che prima era parte della Romania, i sovietici crearono una Repubblica socialista. Se ci sono già state due invasioni, potrebbe essercene una terza. È una paura fondata perché i russi credono che la Moldova sia una loro provincia alla stregua della Kamchatka. Ci considerano un loro territorio. E prima poi proveranno a riprenderselo».
Il rischio è aumentato col conflitto in Ucraina?
«Lo scenario si è concretizzato. Il nostro futuro dipende dalla resistenza ucraina. Se l’Ucraina perderà, la Moldova sarà la prossima. La Russia occuperà Odessa e da lì arriverà qui. È soltanto questione di tempo. La Russia vuole ricreare l’Urss, almeno in parte. Vuole controllare la Moldova in un modo o nell’altro. Magari non ci invaderà coi tank, ma ci trasformerà in un’altra Bielorussia. È per questo che ha fatto di tutto per tentare di riportare i filorussi al potere».
Se il partito filo-Ue confermerà la maggioranza in Parlamento sarete al riparo?
«Se pure i partiti filorussi resteranno fuori dal governo, Mosca non si arrenderà. La sua campagna non si ferma con queste parlamentari. Come ha dimostrato il referendum un anno fa, il sostegno alla Ue non è così forte. Colpa anche della propaganda russa che cavalca il bilinguismo del Paese e fomenta le divisioni».
Quant’è polarizzata la Moldova?
«È un Paese “tuttifrutti”. Un crocevia di lingue, etnie e religioni. Che ha fatto parte di diversi imperi prima dell’indipendenza nel 1991. È un Paese dagli assetti incerti e mutevoli dove nulla sembra destinato a durare a lungo. Ho sempre pensato: oggi è Moldova, domani potrebbe essere Russia o Romania. La consapevolezza di questa transitorietà condiziona la nostra mentalità. È un paradiso per uno scrittore, un inferno per un cittadino. Con tutti i suoi problemi: il confine con la Russia, la corruzione, la povertà. Ma la ragione principale delle divisioni è la propaganda russa, che le rende molto più profonde. Non abbiamo altra scelta che allontanarci da Mosca».
Il governo uscente ci ha provato…
«Ma serve il sostegno dell’Europa. Benché la stessa Ue sia divisa. Basti guardare le differenze tra i Paesi che si sono distanziati da Mosca come la Francia, quelli che continuano a dichiararsi suoi amici come Ungheria o Slovacchia e quelli che mantengono un atteggiamento ambiguo come l’Italia. Non va però dimenticato che qui la relazione con la Russia è diversa che in Europa. Per noi moldavi è una questione di odio o amore».
E da scrittore in romeno, qual è il suo rapporto con la lingua russa? Di odio o di amore?
«Scrivo in romeno, ma il russo lo parlo fluentemente. Amo la lingua e la letteratura russa. Non sopporto chi ne ha preso le distanze. Chi oggi rinnega la sua lingua madre o la sua cultura. La lingua russa non è colpevole dell’invasione. È soltanto uno strumento per comunicare. Bisogna distinguere la lingua da chi la parla».