L’ultima capriola di Bibi: sì a Donald per restare in sella
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV – L’ultima scommessa di “Bibi il mago”, come lo chiama la stampa qui, si chiama pace: o, per essere precisi, pacificazione. È questo quello che Benjamin Netanyahu ha accettato ieri sera alla Casa Bianca, e che stasera dovrà sottoporre agli alleati di governo in una riunione che già si annuncia tesissima. Perché dopo aver promesso per quasi due anni la vittoria totale, la cancellazione di Hamas e – in contemporanea – il ritorno degli ostaggi, il primo ministro israeliano è stato costretto ad accettare un compromesso che è ben al di sotto dell’asticella che lui stesso aveva fissato.
Una giravolta, l’ennesima, che non stupisce chi da anni osserva la carriera del primo ministro più longevo della storia di Israele: «È convinto di av…
TEL AVIV – L’ultima scommessa di “Bibi il mago”, come lo chiama la stampa qui, si chiama pace: o, per essere precisi, pacificazione. È questo quello che Benjamin Netanyahu ha accettato ieri sera alla Casa Bianca, e che stasera dovrà sottoporre agli alleati di governo in una riunione che già si annuncia tesissima. Perché dopo aver promesso per quasi due anni la vittoria totale, la cancellazione di Hamas e – in contemporanea – il ritorno degli ostaggi, il primo ministro israeliano è stato costretto ad accettare un compromesso che è ben al di sotto dell’asticella che lui stesso aveva fissato.
Una giravolta, l’ennesima, che non stupisce chi da anni osserva la carriera del primo ministro più longevo della storia di Israele: «È convinto di aver tenuto testa agli elementi più radicali della sua coalizione per il massimo del tempo possibile. Dirà loro che se non avesse tenuto duro su questo o quel punto, la situazione sarebbe stata molto peggiore. E poi, si vedrà», ci spiega Yehuda Mirsky, professore di Studio del Vicino Oriente della Brandeis University, in Massachusetts.
A portare Netanyahu al compromesso sono stati diversi fattori: il primo, è l’esaurimento di un Paese che dopo due anni di proteste e di tensioni, non ne può più di guerra. E questo non riguarda solo le famiglie degli ostaggi: ma quelle delle centinaia di migliaia di riservisti che sono sotto le armi. E un’economia che, per quanto forte, alla crisi sta pagando un prezzo altissimo: riduzione degli investimenti dall’estero, mancata crescita e caos sul mercato del lavoro (la Banca di Israele ha stimato in 55,6 miliardi il costo delle guerre 2023-2025).
Infine – ed è l’elemento decisivo – c’è da aggiungere la pressione di Donald Trump: un alleato che Netanyahu è riuscito a manovrare per nove mesi, ma che ora è arrivato al punto di rottura. «L’ottimismo degli americani era una tattica studiata per limitare il margine di manovra di Israele in particolare e per bloccare il rifiuto. Netanyahu non può permettersi di perdere Trump», scriveva ieri su Yedioth Ahronoth Nahum Barnea, uno dei principali commentatori israeliani.
Così è stato. Cosa accadrà ora? Gli ultimatum che da giorni i ministri dell’estrema destra lanciano fanno supporre che questa volta la minacciata crisi di governo potrebbe aprirsi davvero. Un problema parziale per Netanyahu, che sa bene di poter contare sul supporto di buona parte dell’opposizione di Benny Gantz e Yair Lapid per far passare l’accordo in Parlamento. Quanto questo appoggio durerà è tutto da vedere: ma se anche venisse a mancare già da ottobre, quando la Knesset riaprirà dopo la lunghissima pausa estiva, non ci sarebbero elezioni fino a febbraio 2026. Una data prossima alla scadenza naturale della legislatura – autunno 2026 – su cui nessuno avrebbe scommesso due anni fa, il 7 ottobre 2023, quando 1.200 israeliani vennero uccisi e 250 portati a Gaza dalle milizie di Hamas. Un movimento che per anni Netanyahu aveva sostenuto di aver soggiogato.
Allora, i sondaggi davano il premier in caduta libera: anche all’interno del suo partito c’era chi lo sfidava apertamente. Lui non se ne è curato: è andato dritto, senza mai assumersi la responsabilità per la strage peggiore della Storia del Paese. Ha eliminato gli avversari uno per uno ed è tornato in sella: se si votasse a febbraio non vincerebbe, ma sarebbe comunque uno dei kingmaker, con possibilità di essere di nuovo primo ministro. Qualora non accadesse, la via di uscita è pronta: ieri il presidente Herzog ha detto che potrebbe concedergli il perdono nei processi per corruzione in cui è imputato. Netanyahu non andrebbe in cella e anzi, ipotizzano fonti diplomatiche, potrebbe puntare a diventare presidente quando scadrà il mandato di Herzog. Ennesima giravolta, degna di un prestigiatore della politica. Bibi il mago, appunto.