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Ad Ashdod, arrivata la Flotilla “catturata” da Israele. Attivisti sbarcati e condotti in caserma

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Molta polizia, ma nulla di più. Il paese è bloccato dalla festa di Yom Kippur. Gli equipaggi vengono presi in consegna dalle autorità e portati in un centro di detenzione
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ASHDOD – Le prime barche della Flotilla sono arrivate nel porto di Ashdod. C’è un mare piatto, con un vento leggero al largo delle coste di Israele oggi: sarebbe stato perfetto per attraccare a mezz’ora a Sud da qui, sulle coste di Gaza. Così non è. Sono qui, nel porto di Ashdod, a metà strada fra Tel Aviv e Zikim, la porta di ingresso da Nord della Striscia. Ad attenderle c’è moltissima polizia. Gli attivisti sono stati fatti scendere pochi istanti fa e messi in fila di fronte alla caserma militare che si trova dentro al porto. Le piccole barche a vela stanno continuando ad arrivare, mentre è arrivata l’imbarcazione dell’esercito con a bordo gli arrestati.

Oggi Israele è bloccato dallo Yom Kippur. Tutto è chiuso, le televisioni non trasmettono, le radio sono in silenzio, i politici tacciono. Al lavoro ci sono solo gli uomini e le donne impegnati in questa operazione, almeno seicento.

Gli attivisti saranno presi in consegna dalle autorità di polizia direttamente nell’area del po…

ASHDOD – Le prime barche della Flotilla sono arrivate nel porto di Ashdod. C’è un mare piatto, con un vento leggero al largo delle coste di Israele oggi: sarebbe stato perfetto per attraccare a mezz’ora a Sud da qui, sulle coste di Gaza. Così non è. Sono qui, nel porto di Ashdod, a metà strada fra Tel Aviv e Zikim, la porta di ingresso da Nord della Striscia. Ad attenderle c’è moltissima polizia. Gli attivisti sono stati fatti scendere pochi istanti fa e messi in fila di fronte alla caserma militare che si trova dentro al porto. Le piccole barche a vela stanno continuando ad arrivare, mentre è arrivata l’imbarcazione dell’esercito con a bordo gli arrestati.

Oggi Israele è bloccato dallo Yom Kippur. Tutto è chiuso, le televisioni non trasmettono, le radio sono in silenzio, i politici tacciono. Al lavoro ci sono solo gli uomini e le donne impegnati in questa operazione, almeno seicento.

Gli attivisti saranno presi in consegna dalle autorità di polizia direttamente nell’area del porto, che in questo momento è inaccessibile. Da lì saranno portati in un centro di detenzione pochi chilometri a Sud da qui per le procedure del caso: due le strade davanti a loro. Accettare l’espulsione e il rimpatrio immediato o affrontare un processo per essere entrati illegalmente nel Paese: i militari israeliani anche stamattina hanno fatto sapere che tutti i membri della Flotilla stanno bene.

Dal punto di vista israeliano, l’operazione che si è svolta fra la notte e le prime ore di oggi è stata un grande successo: i commando della forza Shayetet 13 si sono mossi con in testa l’incubo della Mavi Marmara, la nave turca bloccata nel 2010 al largo di Gaza. Allora morirono nove persone e si innescò una crisi diplomatica che portò a una rottura durata anni fra la Turchia e Israele. Questa volta invece nessuno si è fatto male: gli attivisti erano preparati e si sono fatti trovare con i giubbotti e le mani alzate. Sono stati rapidamente bloccati e portati sulle navi israeliane.

Alle 10.30 la Marina israeliana ha comunicato di avere il pieno controllo della situazione: stop a 40 navi, le altre ferme per avaria o problemi vari. Un sollievo per un Paese perfettamente consapevole dell’isolamento internazionale che lo circonda e che - dal suo punto di vista - ha fatto di tutto per arrivare a un compromesso, offrendo questo porto per l’attracco e poi la possibilità di far arrivare gli aiuti a Gaza tramite il Patriarcato latino di Gerusalemme. Non ci sono stati feriti, le navi non sono passate: per Israele è un successo.

Ma anche la Flotilla rivendica il successo: una delle navi, la Mikeno, secondo i comunicati del gruppo sarebbe riuscita a entrare nelle acque territoriali di Gaza. Salvo poi fermarsi, non è chiaro se per avaria o perché intercettata. Un risultato simbolico importantissimo per gli attivisti, consapevoli del fatto che nessuno attracco è realmente possibile nella Striscia: il porto è distrutto e ogni struttura provvisoria tirata su per sostituirlo nei primi mesi della guerra si è rivelata un fallimento. Compresa quella costata milioni di dollari agli americani, che l’avevano progettata.

A pochi chilometri da qui, verso Sud, c’è Gaza: in macchina, ci vorrebbe mezz’ora ad arrivare. Non si può, e allora usiamo il telefono per raccogliere la rabbia e la delusione di chi aveva visto in queste navi un segno concreto di aiuto. “La gente li avrebbe accolti con una festa”, ci dice più di una persona contattata nella Striscia. Così non sarà.

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