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Greta e gli altri: “Ci stanno assaltando, non ci faremo intimorire”

(ansa)

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Prima dell’arresto gli equipaggi scrivono i numeri dei legali sul proprio corpo: “Nel caso ci sequestrino tutto”. Di fronte ai militari formano un cuore con le mani. C’è anche Thunberg. Israele: “Sta bene”
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Abbiamo visto ventidue navi avvicinarsi a noi da babordo. Una si sta avvicinando a gran velocità, questo significa che ci abborderanno presto». Manca poco alle otto quando l’attivista tedesca Yasemin Acar, lancia l’allarme. A bordo iniziano a suonare le sirene, l’equipaggio viene richiamato tutto sul ponte. Per lei, in fondo, è praticamente un déjà vu.

A giugno era sulla Madleen, la prima barca della Freedom Flotilla che quest’anno abbia tentato di rompere il blocco navale. Con lei, c’erano Thiago Avila e Greta Thunberg. E ci sono adesso, quando per l’ennesima volta il tentativo di portare aiuti alla Striscia di Gaza affamata da una carestia indotta si ferma a poche miglia dalla costa. E quando per l’ennesima volta la missione si conclude con gli attivisti intercettati e arrestati in acque internazionali, portati ad Ashdod, processati ed espulsi, dopo chissà quanti giorni di detenzione.

«Israele deve essere ritenuto responsabile per i suoi crimini di guerra e crimini contro l’umanità»…

Abbiamo visto ventidue navi avvicinarsi a noi da babordo. Una si sta avvicinando a gran velocità, questo significa che ci abborderanno presto». Manca poco alle otto quando l’attivista tedesca Yasemin Acar, lancia l’allarme. A bordo iniziano a suonare le sirene, l’equipaggio viene richiamato tutto sul ponte. Per lei, in fondo, è praticamente un déjà vu.

A giugno era sulla Madleen, la prima barca della Freedom Flotilla che quest’anno abbia tentato di rompere il blocco navale. Con lei, c’erano Thiago Avila e Greta Thunberg. E ci sono adesso, quando per l’ennesima volta il tentativo di portare aiuti alla Striscia di Gaza affamata da una carestia indotta si ferma a poche miglia dalla costa. E quando per l’ennesima volta la missione si conclude con gli attivisti intercettati e arrestati in acque internazionali, portati ad Ashdod, processati ed espulsi, dopo chissà quanti giorni di detenzione.

«Israele deve essere ritenuto responsabile per i suoi crimini di guerra e crimini contro l’umanità», protesta Greta, poco prima di essere portata via. «Lei e i suoi amici stanno bene», scrive senza riuscire a nascondere la soddisfazione il ministro degli esteri israeliano sui social. Gli stessi su cui nel giro di pochi minuti l’ultimo messaggio di Thiago Avila diventa virale. «Siamo una missione umanitaria che naviga in acque internazionali, non potete farlo», scandisce l’attivista alla radio, mentre a bordo ci si stringe sul ponte. Giubbotti su, mani alzate, l’ultimo may day alle altre barche. «Qui Alma, qui Alma, stanno per salire a bordo».

Il messaggio viaggia veloce, a bordo delle altre, «Motovedette a vista anche qui», dicono dalla Grande blu. «Ricevuto, li vediamo anche da qui», rispondono dall’Aurora. Su tutti i ponti sale la tensione, ognuno la esorcizza come può. Su Morgana c’è chi fuma una sigaretta dietro l’altra, perché «chissà quando ce lo faranno fare poi». Sulla Sirius, una delle più grandi, si fa un’ultima foto di gruppo. Su un’altra barca, la Captain Nikos, l’equipaggio usa le mani per formare cuori e con un video saluta chi da lontano segue con apprensione cosa stia succedendo.

Chi non lo ha ancora fatto, appunta in fretta il numero dell’avvocato «in un posto che sarà sempre con noi, ma non sarà più un telefono cellulare», spiega Maso Notarianni, che in foto mostra la gamba su cui l’ha scritto con un pennarello indelebile. L’ha imparato dai migranti che proprio la Karma, la barca con cui Arci ha partecipato alla Flotilla, ha salvato. Chi affronta la traversata del Mediterraneo, lo fa perché spera in una telefonata alla famiglia in caso di naufragio. Gli attivisti della flotta umanitaria sanno invece che agende, fogli, appunti e computer verranno sequestrati. Il telefono? Facile che finisca in acqua. Ed ecco che quel numero appuntato sulla pelle diventa una boa a cui aggrapparsi per non annegare nella burocrazia israeliana.

«Stanno usando i cannoni ad acqua, attenzione, tutti sottobordo, tutti sottobordo», gracchiano le radio, le poche che ancora funzionano. Sulla Adara si corre al riparo, c’è chi si raggomitola sul ponte, il capitano cerca di mettersi in contatto con la motovedetta. Invano. «Guardate, guardate cosa stanno facendo», urlano dal ponte dell’Aurora, proprio accanto alla Yulara nei momenti in cui viene intercettata. Il lampo generato da una flashbang, il getto potentissimo dell’idrante che spazza via il ponte . «Lo fanno per intimorirci e confonderci», dicono arrabbiati da bordo poco prima che venga tagliata ogni comunicazione. «Basta, basta», urlano sulla Mango, che poco dopo viene attaccata. Sulla Jeannette e sulla Meteque si alzano le mani «siamo una missione pacifica, pacifista non violenta», si sente dire a uno degli attivisti mentre la telecamera di bordo mostra le prime fasi dell’abbordaggio.

«Stanno abbordando la Florida, non si sa dove stiano portando gli attivisti arrestati, ci sono due grandi navi, forse lì», racconta angosciata un’attivista da una delle dodici barche italiane. Chi può, chi ha tempo, chi riesce a tenere sotto controllo la paura registra un video per raccontare cosa stia succedendo, I più cercano di mostrarsi forti, di ricordare i motivi alla base della missione della Global Sumud Flotilla.

«Noi siamo qui per un Mediterraneo libero da guerre, morte, razzismo, apartheid. genocidio», dice Iasonas Apostolopoulos, capomissione di Mediterranea, imbarcato a bordo della Oxygen, una delle navi della piccola flotta greca che si è unita alle barche della Global Sumud a Creta. Roos Ykema ci prova. «Questa è la fine della Global Sumud Flotilla, speriamo di essere presto liberi, ma anche che la Palestina sia presto libera», dice.

Ma la voce le trema e il video rimanda occhi che la paura rende enormi.

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