Ruwaida Amer: “Nella Striscia aspettavamo la Flotilla, solo loro hanno rischiato per noi”
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV – «Tutti parlano di noi. Ma nessuno fa qualcosa per noi. Ecco, la Flotilla per noi era un segnale concreto, il fatto che c’è qualcuno che non ci ha abbandonato. E anzi, è disposto a rischiare la vita per noi». Dal campo di Al Mawasi, la cosiddetta zona umanitaria di Gaza, Ruwaida Amer segue le notizie sulla Flotilla minuto per minuto: da giornalista qual è, ma prima di tutto da palestinese di una Striscia che da quasi due anni è sotto assedio.
Perché queste barche sono così importanti?
«Perché sono reali. Non sono parole. Fanno qualcosa di vero, non fanno promesse. Noi qui ci sentiamo soli, circondati solo da promesse: ma la guerra non è una promessa, né un miraggio. È una cosa concreta. E le barche sono concrete. Qui da giorni si parla di offrire cibo e acqua a quelli che arriveranno dal mare: lo capite? Gente che non ha niente che prepara una festa per chi arriva da lontano per offrire supporto, rischiando la vita. Sono anni che questo mare non è più il nostro mare, che nul…
TEL AVIV – «Tutti parlano di noi. Ma nessuno fa qualcosa per noi. Ecco, la Flotilla per noi era un segnale concreto, il fatto che c’è qualcuno che non ci ha abbandonato. E anzi, è disposto a rischiare la vita per noi». Dal campo di Al Mawasi, la cosiddetta zona umanitaria di Gaza, Ruwaida Amer segue le notizie sulla Flotilla minuto per minuto: da giornalista qual è, ma prima di tutto da palestinese di una Striscia che da quasi due anni è sotto assedio.
Perché queste barche sono così importanti?
«Perché sono reali. Non sono parole. Fanno qualcosa di vero, non fanno promesse. Noi qui ci sentiamo soli, circondati solo da promesse: ma la guerra non è una promessa, né un miraggio. È una cosa concreta. E le barche sono concrete. Qui da giorni si parla di offrire cibo e acqua a quelli che arriveranno dal mare: lo capite? Gente che non ha niente che prepara una festa per chi arriva da lontano per offrire supporto, rischiando la vita. Sono anni che questo mare non è più il nostro mare, che nulla arriva da lì».
C’è qualcuno in contatto con la Flotilla che lei sappia?
«Non ne ho idea. So che in molti li hanno seguiti dai social: così abbiamo capito che ci sono tanti italiani a bordo. A loro vogliamo dire grazie: non solo per questo, ma per tutto quello che stanno facendo per noi. Vorremmo abbracciarli, perché sappiamo a cosa vanno incontro, che pericoli corrono: per noi».
Quanto servono gli aiuti della Flotilla?
«Qui serve tutto. Specialmente al nord. Ormai il nord è stato diviso dal sud, l’esercito israeliano ha tagliato la strada a una zona dove da settimane non arrivano aiuti: presto mancheranno il cibo e l’acqua pulita. Già non ci sono più le medicine e i materiali medici: e non ci sono neanche i dottori. Al sud c’è più cibo, ma solo per chi riesce a raggiungerlo o a comprarlo a prezzi altissimi: la situazione è difficile anche qui ma al nord è praticamente impossibile».
Il porto è stato distrutto: come avreste fatto a scaricare gli aiuti?
«Questo non lo sappiamo. Sappiamo che già forzare il blocco sarebbe un segnale importantissimo per noi».
C’è la speranza di un cessate il fuoco a breve: voi lì cosa pensate?
«La gente è stanca, non ce la fa più. Sono tanti quelli che sperano che Hamas accetti: anche se lo sappiamo tutti che questo piano non è per noi, che non lo ha scritto Trump ma Netanyahu, che parla di un governo che non sarà il nostro. Una nuova forma di colonialismo. Eppure in tanti si dicono che ci sarà il tempo per parlarne, di esaminare questi famosi punti del piano. Dopo. Prima dobbiamo fermare la fame, la morte, l’assedio. Noi qui non ce la facciamo davvero più».