Ostaggi, disarmo e Stato palestinese: i nodi da sciogliere a Sharm el-Sheik
di Fabio TonacciA Sharm el-Sheikh non sarà una vacanza. I negoziatori da oggi si troveranno a dover sbrogliare matasse che sono rimaste tali durante i 24 mesi di guerra, perché gli entusiastici “sì” con cui Israele e Hamas hanno accolto il “Piano Trump per la pace”, nella migliore delle ipotesi sono dei “sì, ma”. In alcuni casi sono proprio dei “no” mascherati. Netanyahu e la leadership di Hamas del piano prendono e accettano solo le parti che a loro interessano, consegnando le altre alla trattativa indiretta che comincia stamani sulle rive del Mar Rosso. Se va in porto, le bombe cesseranno di piovere sulla Striscia. Se salta, promette Trump, «Hamas sperimenterà l’inferno».
Rilascio ostaggi e prigionieri
Per capire quanto in salita sia la strada che conduce alla fine del massacro dei palestinesi, basta ascoltare l’ultima dichiarazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu. «Nessuna delle 21 clausole del Piano sarà adottata prima dell’ottenimento della prima condizione, ossia che tutti gli os…
A Sharm el-Sheikh non sarà una vacanza. I negoziatori da oggi si troveranno a dover sbrogliare matasse che sono rimaste tali durante i 24 mesi di guerra, perché gli entusiastici “sì” con cui Israele e Hamas hanno accolto il “Piano Trump per la pace”, nella migliore delle ipotesi sono dei “sì, ma”. In alcuni casi sono proprio dei “no” mascherati. Netanyahu e la leadership di Hamas del piano prendono e accettano solo le parti che a loro interessano, consegnando le altre alla trattativa indiretta che comincia stamani sulle rive del Mar Rosso. Se va in porto, le bombe cesseranno di piovere sulla Striscia. Se salta, promette Trump, «Hamas sperimenterà l’inferno».
Rilascio ostaggi e prigionieri
Per capire quanto in salita sia la strada che conduce alla fine del massacro dei palestinesi, basta ascoltare l’ultima dichiarazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu. «Nessuna delle 21 clausole del Piano sarà adottata prima dell’ottenimento della prima condizione, ossia che tutti gli ostaggi, i vivi e i morti, tornino in Israele».
Non è quello che intende fare Hamas. Il movimento islamista, consapevole che i 47 sequestrati (di cui 20 ritenuti ancora in vita, gli altri morti) sono l’unica carta che ha da giocare: ha acconsentito a liberare tutti i vivi e a restituire i cadaveri degli altri, in blocco, ma è impensabile che lo faccia prima di aver discusso l’intero accordo e aver ottenuto garanzie dagli Stati Uniti e dagli altri paesi arabi che sono parte del negoziato di pace.
Modalità del ritiro
Se la tempistica del rilascio degli ostaggi è il primo punto di Sharm el Sheikh, Hamas ha detto che comunque vada il negoziato avrà bisogno più delle 72 ore previste dal piano per liberarli: devono riallacciare i contatti con i carcerieri e organizzare l’uscita dai covi. Ciò si lega al secondo punto, cruciale, delle trattative: il ritiro dell’Idf dalla Striscia. I miliziani vogliono che torni in Israele, al massimo sono disposti a trattarne la permanenza nella zona cuscinetto al confine. Invece Netanyahu afferma che gli ostaggi saranno liberati «con l’Idf che rimarrà in profondità nella Striscia e la controllerà». Il piano Trump prevede il ritiro completo quando entrerà in campo la Forza di stabilizzazione internazionale (fatto salvo il “perimetro di sicurezza”), ma in allegato al testo c’è una mappa dell’arretramento in 3 fasi: mostra come durante il rilascio degli ostaggi l’Idf sarà poco più indietro rispetto a ora. Inaccettabile per Hamas.
La deposizione delle armi
Un altro punto cruciale e ancora da definire è quello del disarmo. I miliziani di Hamas, che hanno attuato il pogrom del 7 ottobre, non vogliono rimanere completamente senza armi. La demilitarizzazione totale della Striscia di Gaza però è una condizione base per Israele, ma il comandante delle Brigate Qassam, Ezzedin al Haddad, non vuole cedere del tutto. Al massimo è disposto a un compromesso, cioè a cedere lanciarazzi, granate e le armi pesanti all’Egitto e alle Nazioni Unite, ma non i fucili d’assalto.
«Li considera da difesa, rivendica il diritto a tenerli», spiegano i miliziani. Oltretutto le nuove leve, giovanissimi poco addestrati ma motivati da due anni di case distrutte e uccisioni di parenti e amici, difficilmente obbediranno in massa all’ordine di dare indietro i loro Ak-47.
Chi governerà la Striscia
Hamas è d’accordo sul trasferire l’amministrazione della Striscia a «un’autorità palestinese composta da tecnocrati indipendenti e sostenuta da paesi arabi e islamici», ma ha fatto intendere di volere avere voce in capitolo nella definizione del governo post-guerra. Cosa che per Israele è fuori discussione.
Il movimento islamista sta cercando una sopravvivenza non solo fisica, ma anche politica. E tuttavia, Moussa abu Marzuk - tra i membri anziani del politburo - ha ribadito che Hamas non accetterà mai che «qualcuno non palestinese, come Tony Blair, controlli i palestinesi». L’articolo 9 del Piano stabilisce invece che l’ex premier inglese e Trump fanno parte del “Board of Peace”, chiamato a supervisionare il Comitato transitorio che controllerà Gaza fino al momento in cui subentrerà l’Autorità nazionale palestinese. Se e quando «avrà fatto le riforme programmate».
Lo Stato della Palestina
Sullo sfondo, c’è un tema più ampio che riguarda il riconoscimento dello Stato della Palestina. Nel testo del piano Trump, all’articolo 19, si legge che lo sviluppo futuro di Gaza e la riforma dell’Anp creeranno le condizioni «per un percorso credibile verso l’autodeterminazione palestinese e la statualità, che noi riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese».
Nonostante i caveat e la genericità della definizione, è qualcosa che Netanyahu difficilmente approverà. Non a caso, dopo aver salutato con favore e in mondovisione la proposta di Trump durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, il premier ha diffuso un video messaggio, in ebraico, in cui ha assicurato all’opinione pubblica israeliana che «uno Stato della Palestina non ci sarà mai».
Le garanzie per la sicurezza e gli aiuti umanitari
Uno dei punti del piano Trump per Gaza si focalizza su sicurezza e aiuti umanitari, ma resta problematico. Propone ingenti aiuti per ricostruire infrastrutture, scuole e ospedali a Gaza, devastata dal conflitto. Tuttavia, i dettagli su distribuzione e verifica sono vaghi. Israele insiste su un perimetro di sicurezza per impedire che gli aiuti finanzino il terrorismo, mentre i palestinesi chiedono autonomia nella gestione. Il piano include programmi di deradicalizzazione, ma non specifica chi li attuerà né come saranno finanziati. Il “Board of Peace” internazionale dovrebbe garantire trasparenza, ma la sua autorità è poco chiara. Le operazioni militari in corso complicano la logistica, ostacolando l’accesso agli aiuti. Questo squilibrio tra sicurezza israeliana e necessità umanitarie di Gaza rischia di generare sfiducia, minando l’efficacia del piano e la stabilizzazione della regione.